COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Agosto, vacanza e deserto

 FP al sapore del mese

vacanze

Agosto, vacanza e deserto!

In vacanza con un padre del deserto

PellegrinaggioneldesertoAccostare la sapienza dei padri del deserto alle vacanze potrà sembrare strano, persino irriverente: i padri del deserto, questi monaci che cercavano di vivere il vangelo nel modo più radicale a costo di andare controcorrente, non conoscevano certamente periodi e tempi di riposo o di svago. D’altronde, fino a pochi decenni fa, la maggior parte della gente ignorava cosa fossero le vacanze: unico giorno di riposo, e non sempre per tutti, era la domenica, cui si aggiungevano le rarissime festività che ritmavano le stagioni e l’anno liturgico. Oggi invece le vacanze sono un fenomeno esteso, di cui beneficiano quasi tutti, e nessuno penserebbe che contraddicono il vangelo o la vita cristiana. Si è convinti che delle vacanze si ha bisogno, che sono benefiche perché  procurano riposo e permettono un cambio nel ritmo di vita. E tuttavia si possono dissipare anche le vacanze, si può mancare di coglierle come occasione favorevole per confermare o migliorare la qualità della vita, si possono consumare in “vortici” di divertimento, di avventure, di rapporti…

Sì, non è facile riposarsi, fare una sana vacanza. Ed è qui che i padri del deserto mi paiono aiutarci, ricordandoci alcune esigenze e riportandoci alla consapevolezza di ciò che vogliamo vivere. In questa riflessione non invocherò i loro consigli sulla vita cristiana, i loro appelli che vogliono stimolare il cristiano a muoversi verso la santità, verso la maturità della propria vocazione di battezzato… No, mi soffermerò solo su un detto, peraltro assai noto, in cui si danno consigli non sulla vita cristiana ma sulle condizioni necessarie per avviare una vita interiore o spirituale. Ecco, le vacanze possono essere un’occasione non solo di riposo fisico, ma di autentico miglioramento della qualità della vita intera nelle sue dimensioni psichiche, fisiche, interiori. E un detto di Arsenio può indicare le condizioni in cui una vacanza diventa un’occasione per accedere alla vita interiore, per riconfermarne la valenza umana, per porre i preliminari a una vita spirituale cristiana.

Si narra che Arsenio, nella sua ricerca di una vita sensata, pregava Dio con insistenza: “Mostrami, Signore, il cammino della salvezza”. Allora venne a lui una voce che diceva: “Arsenio, fuge (fuggi), tace (taci), quiesce (rappacificati)”. Sentita quella voce, Arsenio fuggì nel deserto, si esercitò al silenzio dell’eremo e cercò la pace nella solitudine. Certo, sono pochissimi, estremamente rari anche oggi coloro che si sentono chiamati a imitare Arsenio nella sua vicenda vocazionale, ma tutti possiamo trarre consiglio e discernimento da quelle tre semplici parole: anche chi va in vacanza non dovrebbe sentirle estranee, ma potrebbe piuttosto coglierle come occasione di umanizzazione interiore. Cerchiamo allora di ascoltarle come rivolte a ciascuno di noi.

FUGGI!”. Andare in vacanza significa allontanarsi da dove normalmente si vive: si parte, si fa un viaggio, si intraprende un cammino… Anche Abramo sentì una voce che gli diceva “Lech lecka, vattene, va’ verso te stesso!” e da lì ebbe inizio la sua avventura. Lasciare il luogo abituale di vita è atto importante se vissuto in modo consapevole: significa affermare che il luogo in cui si vive non basta, che desideriamo altri luoghi, che vogliamo “uscire” per approdare da un’altra parte. Proviamo a ricordarci il primo viaggio che abbiamo fatto da soli nella nostra adolescenza: paure, ansie, timori e, insieme, il desiderio, l’eccitazione di uscire di casa, di partire: sono sentimenti che ritroviamo in noi ogni volta che ci accingiamo a un nuovo viaggio, ogni volta che prepariamo una partenza.

Ma fuggire dal luogo abituale di vita significa anche lasciare il lavoro, tutto ciò che normalmente ci riempie le giornate. Il lavoro è ben di più di ciò che ci occupa per qualche ora del giorno, fa parte dell’insieme della nostra vicenda umana: non a caso, quando due persone si incontrano, tra le prime domande sorge spontaneo il chiedere: “Che lavoro fai nella vita?”. Oggi, poi, tutti sono così occupati, tutti corrono, nessuno ha mai tempo, fino al punto che dire a uno che è molto occupato è fargli un complimento, è un modo per farlo sentire importante. Ma se finiamo per appiattirci sul lavoro che facciamo, che sarà di noi quando, giunta la vecchiaia, non avremo più la professione svolta a dirci chi siamo? Partire per le vacanze, allora, è anche affermare la capacità di prendere le distanze dal lavoro, dimostrare – a se stessi, innanzitutto – che non si è alienati dal lavoro, che non si è divorati dal vortice delle cose da fare, ma che si sa anche riposare, relativizzare la propria attività, misurare cosa il lavoro è diventato nella propria vita, che libertà, che qualità di vita può venire dal lavoro. Qualunque sia l’occupazione – fosse anche un servizio, come un ministero o una diaconia nella chiesa – è importante che ce ne distacchiamo per un certo tempo, proprio per interrogarci sul rapporto tra noi e il lavoro o il compito assunto e svolto nella vita: è uno stacco necessario per poter discernere e pesare la qualità e il risultato globale, non solo economico o di efficienza, del lavoro che facciamo.

Il “fuge”, inoltre, può significare anche una presa di distanza rispetto a coloro con i quali si vive o una novità nel modo in cui si sta insieme a loro. Anche tra marito e moglie, tra genitori e figli sono necessari sia spazi e tempi di distanza, di lontananza, sia modi diversi di trascorrere insieme le giornate: è una alterità preziosa per migliorare i rapporti, per porsi domande e formulare risposte sul significato e la qualità di legami e affetti che a volte rischiano di finire logorati dall’abitudine; è una presa di distanza che ci consente di verificare se questi rapporti sono rimasti liberanti, portatori di vita o se su di essi non si sono innescate schiavitù attive o passive nei confronti degli altri. Così, raccogliere l’invito a fuggire rivolto ad Arsenio non significa per noi disprezzo per la quotidianità che viviamo, bensì cura, sollecitudine perché ogni giorno sia occasione di rapporti autentici e fecondi.

Il secondo consiglio che ci viene dai padri del deserto è TACE, fa’ silenzio!”. Consiglio controcorrente e prezioso nel mondo assordante in cui viviamo oggi, in cui il silenzio costituisce un problema ecologico, una stirpe in via di estinzione: siamo inondati di parole, messaggi, suoni, rumori, in tutto l’arco della giornata e a volte anche di notte. Al mattino ci si alza e si ascoltano parole, messaggi e musiche che vengono dalla radio o dalla televisione che fanno da sfondo al nostro lavarci, vestirci, fare colazione… Poi si va al lavoro: sui mezzi pubblici di nuovo rumori, telefonate, parole e messaggi accavallati gli uni sugli altri; in auto musica, notizie, dibattiti radiofonici; sul posto di lavoro i rumori e le parole sono quelli “professionali”, aggravati da un’atmosfera di fretta che toglie respiro; infine si torna a casa e sovente invece del dialogo pacato e dell’ascolto di chi ci sta intorno, di nuovo suoni, parole, rumori e immagini da quel mezzo di comunicazione unidirezionale che è la televisione. Non è sempre stato così per noi uomini e questa novità inseritasi così prepotentemente nel nostro quotidiano non è ancora stata valutata a fondo in tutte le sue ricadute. Tutti, comunque, dicono di volere il silenzio anche se poi, una volta faticosamente raggiunto, questo incute paura, desta angoscia come se fosse vuoto, assenza. Ma ciò che percepiamo come dato negativo è che la funzione principale della parola, la comunicazione, è gravemente malata. Le nostre parole non sembrano più capaci di creare relazioni, di generare comunione: sembrano ormai non aver più peso, quando addirittura non risultano cariche di violenza. Il fenomeno delle intercettazioni di telefonate private, peraltro tra i “grandi” di questo mondo, i “notabili” della nostra società, ha mostrato – al di là degli aspetti giudiziari – una rozzezza di linguaggio, una barbarie linguistica, una violenza verbale ancor più sconvolgenti se si pensa che tra i protagonisti vi sono anche persone cui affidiamo democraticamente di reggere la nostra società.

Ecco allora le vacanze come occasione di fare silenzio, di abitare il silenzio, di vivere il silenzio. Al mattino presto, al mare come in montagna o in altri luoghi di villeggiatura, è possibile trovare spazi solitari dove il silenzio è non solo possibile ma aiutato dalla natura stessa. Senza il silenzio, che vacanze possono mai essere? Il silenzio ci insegna a parlare, ci aiuta a discerne il peso delle parole, porta a interrogarci su quanto abbiamo detto o sentito: nessun mutismo, ma quel silenzio che restituisce a ogni parola un significato, che impedisce ai suoni di diventare rumori, che trasforma il “sentito dire” in ascolto. Il silenzio, allora, come custodia del fuoco che arde nel nostro cuore, custodia delle nostre motivazioni più profonde, occasione di uscita dal vortice: con il silenzio possiamo scendere dalla giostra, smettere di ruotare senza mai aver in mano la direzione. Grazie al silenzio, quante potenzialità ritrovate nell’esercizio dei nostri sensi: se per percepire meglio un gusto particolare chiudiamo gli occhi, perché non renderci conto che il silenzio affina lo sguardo, l’udito, il tatto…

Infine, come terzo consiglio, il nostro detto invita a trovare la calma: “QUIESCE, TROVA LA QUIETE!”. Rappacificarsi è esito del distacco e del silenzio, ma è anche un atteggiamento che va assunto consapevolmente; il riposo ha qui il suo significato primario di rinfrancarsi dalle fatiche, ma per essere autentico non può mai separarsi dal trovare la calma e la pace e dal cercare la riconciliazione: tra noi e la nostra vita, tra noi e i nostri enigmi, tra noi e gli altri… Il riposo è occasione per esercitarsi alla macrothymia, al “pensare in grande”, all’amare contemplando l’amore di cui siamo oggetto e l’amore che può sbocciare dal nostro cuore. E’ un’esigenza fondamentale che molti oggi cercano di colmare con tecniche di distensione e rilassamento, coltivando l’autostima e l’amore di sé. Ma nessuna tecnica può riuscire là dove non si è capaci di trovare pace in se stessi, dove non si vuole faticare per discernere nel profondo del cuore cosa impedisce all’amore di sbocciare. Solo un amore riconosciuto come dono può crescere, dilatarsi fino a suscitare quella gioia che affinata può essere confermata, quella speranza che cantata diventa promessa, quella saldezza che impedisce di essere turbati.

Quiesce!”, un invito difficile da accogliere, soprattutto per chi non ha ascoltato né ilfuge né il tace, ma le vacanze nel loro stesso nome ci invitano a questo: vacare significa “tralasciare”, “smettere”, discostarsi da un ritmo quotidiano per ritrovarne l’autentica vita interiore, un uscire da quello che facciamo per rientrare in quello siamo, un far tacere quello che ci assorda per ritrovare l’orecchio del cuore. Sì, il detto di Arsenio indica anche a noi un cammino adatto a credenti e non credenti: per gli uni sarà un esercizio di comunione con Dio, per tutti sarà un percorso di umanizzazione. Del resto, non a caso gli animali non fanno vacanze, gli uomini sì! Vacanze, allora, come occasione di ritrovare la nostra umanità.

Enzo Bianchi

 http://www.illaboratoriodellafantasia.it/invacanzaconunpadredeldeserto.htm

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Riposo e spiritualità

Don Vittorio Peri

cortileUna provvidenziale sosta nel quotidiano tran tran è una valida occasione per distendere il fisico e per nutrire lo spirito. E può essere anche un tempo opportuno per coltivare le imprescindibili esigenze di spiritualità….

Le vacanze sono un vuoto o un contenitore da riempire?

“Direi: l’una e l’altra cosa. La parola “vacanza” (dal latinovacuum) può infatti significare  un “vuoto”: la sospensione dell’attività lavorativa, un dolce far niente. Ma può anche indicare un “pieno” di attenzione a se stessi (il necessario recupero di energie psico-fisiche, letture distensive, visite a luoghi culturali), verso la natura e nei confronti degli altri tra cui, al primo posto, per chi crede c’è l’incontro e l’ascolto del Signore. Lo ricordava già il Boccaccio scrivendo: “Giusta cosa e molto onesta reputerei che, a onor d’Iddio, più tosto ad orazioni che a novelle vacassimo”.  In questo senso la vacanza è un otium, un tempo di libertà opposto al negotium (nec-otium), che è il tempo delle cose obbligate.

Il periodo delle vacanze, che tuttavia non tutti possono permettersi, dovrebbe anzitutto diventare un pieno di relazioni, di cultura, di spiritualità”.

Periodo di tempo libero…

“Inteso come “libero da”, il tempo libero è una realtà piuttosto recente. Nei tempi antichi era infatti privilegio di pochi. I più, vivevano per lavorare, se volevano vivere, tanto che il tempo non occupato dal lavoro poteva sembrare perfino sprecato, come argutamente diceva il ciabattino di una novella di La Fontaine: “Il guaio è che ogni tanto ci sono giorni di festa, e il signor curato carica sempre le sue prediche di qualche nuovo santo”. Da festeggiare astenendosi dai lavori, naturalmente…

Una delle grandi aspirazioni del movimento operaio dell’800 – otto ore per lavorare, otto per riposare e otto per sognare – cominciò a diventare realtà solo intorno al 1914 allorché Henry Ford stabilì che, nella sua fabbrica di automobili, la giornata lavorativa fosse appunto di otto ore.

E’ stato perfino detto che, dal momento che il lavoro non è il fine della vita ma solo un mezzo per vivere, il tempo libero non viene dopo, ma prima del tempo lavorativo. Si tratta certo di un paradosso ma, forse, non del tutto infondato”.

Modi intelligenti di vivere il tempo libero…

C’è un delizioso dialogo nel notissimo Piccolo principe che potrebbe suggerire una interessante risposta a questa domanda. “Buon giorno, disse il Piccolo Principe. Buon giorno, rispose il negoziante. Era un negoziante di pillole prodigiose che calmavano gli  stimoli della sete. Bastava ingoiarne una ogni settimana, e non si sentiva più il bisogno di bere. Perché vendi quelle pillole? chiese il Piccolo Principe. Perché permette una grossa economia di tempo, rispose il negoziante. Gli esperti hanno calcolato che si risparmiano 53 minuti la settimana, con queste pillole. E cose si fa con questi 53 munti risparmiati? chiese il  Piccolo Principe. Beh, si fa quello che si vuole… Bene, disse il Piccolo Principe. Se io avessi 53 minuti da impiegare come voglio, me ne andrei pian piano verso una fontana…”

Ecco: camminare a lenti passi verso una mèta, magari osservando attentamente la natura, è certo un bel modo di vivere il tempo libero. Se poi questa mèta è una Fontana con la “F” maiuscola, si comprende bene il senso metaforico del raccontino di Saint-Exupèry. La vera sorgente è lui. Lo capì la donna di Samaria al pozzo di Giacobbe; lo capirono i primi discepoli cui Gesù disse: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. C’è forse un modo migliore per occupare il tempo libero? L’invito di Gesù è attuale oggi non meno che ieri. E non sono pochi, grazie a Dio, quelli che anche oggi lo accolgono, come io stesso ho potuto constatare anche di recente”.

Qualche riflessione sul senso del riposo nella Bibbia…

“Il pensiero non può che andare al libro della Genesi, al significato profondo di quel “riposo” con cui Dio conclude, curiosamente direi, la creazione. Egli la porta a termine …riposandosi. Nel sesto giorno aveva creato l’uomo, nel settimo entra in comunione con lui e con tutto il cosmo. La comunione con il Creatore è l’approdo della storia, il porto verso cui è diretta. La storia trova il suo compimento nel settimo giorno, nella comunione con Dio. E’ la reciproca contemplazione tra Dio e l’uomo che dà senso al tempo cronologico e  che sarà la perfezione di quello escatologico. 

L’invito di Gesù rivolto ai discepoli al termine della loro prima missione – “Venite a riposarvi un po’ con me” – è un chiaro invito ad anticipare nell’oggi la beatitudine del giorno senza tramonto. Credo che questo orientamento non sia adeguatamente “evangelizzato” nella vita ecclesiale; credo che ci sia uno sbilanciamento sull’orizzonte temporale, sul versante delle cose da fare. Le cose penultime mettono in ombra quelle ultime, tra gli stessi cristiani. Ma in quella vita “altra da questa” ci sarà l’essere, non il fare; la comunione non  l’azione. E’ urgente recuperare la visione biblica della storia: vivere nelle cose penultime guardando alle cose ultime, guardare alle cose ultime per dare senso alle cose penultime”. 

http://www.usminazionale.it/interviste/intervista08_09.htm

  “Fermatevi e sappiate che Io sono Dio”
(Salmo 46,11)

 

 VACANZE TEMPO DI PREGHIERA, INCONTRI, BELLEZZA, SOLIDARIETÀ

 IL CORAGGIO DELLA PREGHIERA

Vacanze1Il tempo della vacanza può regalarci la possibilità di trovare uno spazio di solitudine per meditare, per pregare, per lasciare entrare dentro di noi la forza, la tenerezza, la misericordia del nostro Dio. Nella certezza che pregare non è isolarsi dagli uomini, ma piuttosto permettere che essi entrino dentro di noi.

LA LUCE DEGLI INCONTRI

Così ci ricorda splendidamente p. Ermes Ronchi:

Una leggenda ebraica – – racconta che ogni uomo viene sulla terra con una piccola fiammella sulla fronte, una stella accesa che gli cammina davanti. Quando due uomini si incontrano, le loro due stelle si fondono e si ravvivano, come due ceppi sul focolare. L’incontro è riserva di luce. Quando un uomo per molto tempo è privo di incontri, la sua stella, quella che gli splende di fronte, piano piano si appanna, si fa smorta, fino a che si spegne. E va, senza più una stella che gli cammini avanti.

La nostra luce vive di incontri. O la tua vita è presenza luminosa per qualcuno o non è nulla. O rischiari l’esistenza o la tristezza di qualcuno o non sei. O porti luce o muori.

Il tempo della vacanza può regalarci la possibilità di riconquistare e dilatare lo spazio per l’incontro, per l’ascolto, la possibilità di ritrovarsi comunicando, la possibilità di essere più spontanei, più disponibili, più teneri … e la tenerezza è il linguaggio segreto dell’anima, ciò di cui abbiamo infinitamente bisogno.

UNO SGUARDO DI BELLEZZA

È davvero meravigliosa e significativa una pagina in cui il teologo brasiliano Leonardo Boff, racconta un aneddoto riguardante sua madre:

“Tu che sei un teologo, hai visto Dio?”, chiede al figlio. E Boff risponde: “Mamma, nessuno vede Dio”. Insiste la madre: “Ma come, tanti anni che sei 2prete e teologo e non hai visto Dio! E’ una vergogna”. Allora il figlio le chiede: “Ma tu lo vedi?”. E lei: “Chiaro che lo vedo. Di quando in quando, al tramonto le nuvole si mettono in una determinata maniera. Io mi fermo a guardare e lui passa via con il suo manto, sorridendo; e dietro di lui viene tuo padre defunto, guardandomi e sorridendo, e io resto per tutta la settimana con la gioia nel cuore”.

Boff commenta: “La vera teologa è lei, nonostante sia analfabeta”.

Il tempo della vacanza può regalarci la possibilità di uno sguardo nuovo e ricco di stupore, di commozione per la bellezza che ci circonda, una bellezza che rimanda oltre, fino a Dio…

LA SOLIDARIETÀ NON HA RIPOSO

Se le vacanze sono il tempo in cui ritemprarsi, ritrovare pace, dare più tempo alla preghiera, ritrovare comunicazione e tenerezza, cercare bellezza, un cristiano anche in questi mesi non può non avere attenzione e cura per coloro che restano in città per motivi di salute, di età, di denaro, per coloro che hanno così poco tempo per sé perché si prendono cura di una persona malata, anziana, diversamente abile …

Per questo, solidarietà e fraternità sono le uniche a non poter andare in vacanza. La fantasia dell’amore saprà suggerirci anche in questi mesi come non passare accanto ad alcuno con un volto indifferente, con un cuore chiuso, con un passo affrettato.

Fate del bene a quanti più potete e vi capiterà tanto più spesso di incontrare dei visi che vi mettono allegria. (Alessandro Manzoni)

DON MIRKO

http://www.donmirkobellora.it

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 01/08/2013 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Preghiera con tag , , , , , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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