COMBONIANUM – Formazione e Missione

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I giorni dell’ascolto

I giorni dell’ascolto

Adriana Zarri, preghiera e vita

C’è il momento, Signore, in cui non sappiamo pregarti, in cui ci sembra di non aver niente da dirti. Forse è un momento bello, se lo sapessimo capire, perché è il momento di una sosta, per lasciar parlare te. Sei tu che hai sempre l’iniziativa – lo sappiamo bene – anche quando le cose sembrano essere in mano nostra. Ma non è così: son sempre in mano tua. Ma la tua mano è così aperta e generosa che ci consente anche quest’illusione: di esser protagonisti in vece tua.

Adriana ZarriEd è illusione solo per metà (se fosse intera non ce la daresti) perché, in effetti, siamo anche un po’ protagonisti della nostra sorte e della nostra vita, ma perché tu ce l’hai concesso. E c’è più generosità nel lasciare un po’ di potere in mano nostra che nel tenerlo stretto e chiuso tutto nella tua mano. Viene però il momento in cui non ci sembra di potere più nulla, neanche parlarti e nemmeno esprimerti quelle belle preghiere che sono la gioia (e potrebb’essere l’orgoglio) dei momenti felici del nostro rapporto con te.

In queste ore invece nulla. Tu sei lassù, come un’ipotesi improbabile, e noi qui in terra, intrigati in tutti i nostri fastidi, senza che tu dia a vedere di occuparti di noi. Del resto neanche noi ci occupiamo di te: il cielo è chiuso e la terra ci basta. O magari non ci basta; però non ci sentiamo forza e forse neanche desiderio di varcarne i confini. Siamo chiusi sotto una cappa di tedio, di noia, di stanchezza. Cosa possiamo fare, se non troviamo le parole e neanche il gusto o il desiderio di dirle?

Sarebbe bello, Signore, se in questi giorni sapessimo raggiungere il silenzio. Ma il silenzio è al di là della parola e lo si tocca dopo aver esperito ed esaurito tutte le possibilità espressive del discorso. Non è questo il momento. In questi giorni grigi le nostre possibilità son più modeste: riconoscerci poveri; e che la ricchezza sei tu soltanto che la dai. E anche quando siamo felici, euforici, e ci sembra di poter scrollare il mondo con una spallata, sei sempre tu che agisci, fornendo vigore alle nostre spalle. Ecco, allora, Signore, la preghiera della nostra umiltà.

Non cederemo ai vezzi di una certa cattiva ascetica, non diremo che siamo dei “vili vermi della terra”. No. Tu non ci hai fatti vermi e non c’è bisogno di questi paralleli zoologici per sostenere l’umiltà. Tu non ci hai fatti vermi né vili. Come recita un salmo tu “hai coronato l’uomo di gloria e di onore e l’hai fatto poco meno degli angeli”. Però sei tu che hai fatto questo. La corona di gloria non ce la siamo messa noi sul capo perché, senza di te, non avremmo mani né capo, né volontà di coronarci. Noi siamo grandi, Signore, perché così tu ci hai voluti; eppure siamo piccoli, perché nulla abbiamo di nostro, che non venga da te.

Noi siamo un nulla, che tu hai vestito di tutto. Come le piante, ricche di foglie, di fiori, di frutti, ricche di nidi, di pigolii, di trilli. Non sono state loro a decidere di  vestirsi di verde, di fiorire, di fruttificare. Ora i germogli dormono ancora, sotto terra. Che ne sarebbe se tu te ne dimenticassi? Verrebbe primavera e la terra resterebbe brulla, spoglia, nuda. Così come noi. Resteremmo poveri rami secchi, recisi per sempre dalla vita. Dacci, Signore, di comprendere appieno la nostra totale dipendenza e di amarla. Perché riconoscere che ci dai tutto significa riconoscere il tuo amore inesausto.

Noi ti chiamiamo “creatore”; e lo sei. Però quanto sarebbe riduttivo il termine, se lo confinassimo all’inizio della vita! Tu, Signore, non ci hai creati un giorno: tu seguiti a crearci ogni giorno, tu seguiti ad amarci ogni giorno: anche nei giorni neri, anche nei giorni grigi, anche nei giorni senza sole, senza gioia, senza voglia di vivere. Tu ci crei egualmente, tu ci ami egualmente. Non c’è che riconoscere la nostra povertà, rivestita dal tuo amore; non c’è che attendere un disvelarsi più evidente di te.

Dacci, Signore, l’umiltà di riconoscerci per ciò che siamo e per ciò che tu ci hai voluti e fatti; e dacci la pazienza di sopportare la nostra povertà e di attendere i tuoi doni. Forse anche questo tedio, Signore, è un dono: per toglierci l’orgoglio di sentirci protagonisti in proprio e non in grazia a te; forse anche – come insegna l’ascetica – per toglierci la golosità delle tue gioie e insegnarci la costanza di servirti nel buio. Dacci, Signore, la dolce pazienza dei germogli che attendono sotto la terra e sotto il gelo. E la speranza della primavera.

Myriam, pseudonimo di Adriana Zarri

(tratto da Messaggero di Sant’Antonio, febbraio 1987, Rubrica Preghiera e vita)

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Questa voce è stata pubblicata il 16/02/2014 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Preghiera con tag , .

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