COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

V domenica di Quaresima (A) Commento

Prepararsi alla domenica (V di Quaresima)

Non prima di quattro giorni!

“…Già da quattro giorni nel sepolcro…”

Lazzaro, vieni fuori!Sembra essere questa non solo la nostra personale condizione ma anche quella di tante comunità cristiane, di tante realtà sociali. Sembra non ci sia soluzione di sorta. Per gli ebrei varcare la soglia del IV giorno e non intravedere nessun segno di ripresa voleva dire: non c’è più nulla da fare. E così Lazzaro diventa il nostro nome, Betania (casa dell’afflizione), la nostra residenza; “da quattro giorni nel sepolcro”, la cifra della nostra impotenza.

“Signore, è già di quattro giorni!” La nostra fede dura molto meno di quattro giorni. Cosa vuoi farci più? C’è solo da non resistere all’evidenza. Anche perché noi quel IV giorno l’abbiamo superato da quel dì. Settimane, mesi, anni, lì a restituirci l’impossibilità e l’incapacità a venirne fuori. Intuiamo che solo un Dio potrebbe salvarci. E se, tuttavia, questo Dio tarda rispetto al calendario delle nostre aspettative e possibilità? Anzi, addirittura, stando a quel che racconta Giovanni, parrebbe proprio che lo faccia apposta: quand’ebbe sentito… si trattenne… Una vera e propria bravata quella di Gesù, di cattivo gusto, peraltro. Ma ti sembra il caso di giocare con la vita di un amico? Sì, facciamo fatica a tenere insieme amore e assenza, amicizia e ritardo.

Forse, in tutta umiltà e consapevolezza e con po’ di adultità, dobbiamo accettare il fatto che neanche lui può liberarci dalla condizione di un mondo dominato dalla morte. Ben a ragione Marta potrà rimproverargli: Se tu fossi stato qui… E invece no. Ora è troppo tardi. Avresti dovuto pensarci prima. Ora non è dato attendersi più nulla. Non poteva far sì che questi non morisse? ribattono giustamente i Giudei di allora e di sempre.

Il “se tu fossi stato qui” di Marta tradisce il bisogno di tornare indietro, di ri-editare un passato noto. Dice la resistenza a misurarsi con il nuovo soprattutto quando questo fa capolino nel suo volto di imprevedibilità drammatica. Eppure la vita è sempre oltre, davanti, ricca d’inedito per chi non si attarda a rimpiangere un passato.

Trovo nel “se tu fossi stato qui” di Marta quasi l’eco di tanta disamina fatta sul mondo, sulla storia anche da parte di uomini di chiesa, dove per un verso sembra prevalere la constatazione di un decesso e per un altro l’incapacità a indicare un nuovo orizzonte che proprio quell’eventuale decesso pure racchiude. Ci riconosciamo anche noi in quelle possibili risposte di fronte alla sciagura registrate da Giovanni: si può piangere, ci si può rinchiudere in casa paralizzati, si può fare il lamento, si può uscire di corsa, agitarsi, rimproverare. Reazioni istintive, certo, spontanee, ma affatto evangeliche.

Il mistero pasquale – mi dico – dovrebbe pur averci insegnato qualcosa! Quella morte di cui pure facciamo esperienza sta a cuore a Dio. A noi fa problema non tanto credere che quella morte gli stia a cuore quanto che da una morte possa scaturire una nuova possibilità. L’esperienza della morte attesta la necessità di misurarsi con l’imprevisto, con l’insicurezza, con la solitudine. L’impossibilità è il luogo della fede. Non è facendo opera di contenimento del reale (come Marta, anche noi vorremmo evitare certe esperienze, non vorremmo attraversare certi guadi) che è dato vedere la gloria di Dio, ma proprio accettando di entrare in una esperienza dove le possibilità umane sono esaurite. Il dramma non viene arginato ma assunto e attraversato nella consapevolezza che Dio aprirà un nuovo orizzonte di senso. Credi tu questo? Ma tu ci credi? Si può rispondere a questa domanda solo quando sono passati “quattro giorni”. Non prima.

Che senso ha per noi credenti accostare pagine come quella della risurrezione di Lazzaro, noi ai quali il vangelo di queste domeniche ha ripetuto che c’è un pozzo dove è possibile attingere un’acqua che zampilla per la vita eterna se solo riconosciamo la nostra sete, che c’è una luce nuova se solo riconosciamo la nostra cecità, che c’è una vita possibile da gustare se solo accettiamo di entrare nelle inevitabili morti che la nostra esistenza porta con sé? Che senso ha?

Lazzaro non è soltanto il nome della nostra impossibilità riconosciuta e accolta una volta per tutte e Betania non è il nome della nostra residenza definitiva. Non c’è pagina della nostra storia che non possa essere rischiarata dalla luce del vangelo: anche nei momenti più oscuri, quelli dove l’impossibilità la tocchi con mano, anche là risuona una lieta notizia.

Lazzaro (etimologicamente “Dio ha aiutato”), infatti, è il nome di ciò che a Dio è dato di compiere proprio là dove noi non riusciamo a fare altro se non registrare assenza di sbocchi. Lazzaro è il nome di una svolta di vita ancora possibile: rinascere si può. Il mondo, la storia, la vita, la morte, possono essere accostati con occhi nuovi.

C’è un Lazzaro da sciogliere e da lasciar andare anzitutto in noi!

http://acasadicornelio.wordpress.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 05/04/2014 da in Anno A, ITALIANO, Quaresima (A).

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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