COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Giovanni Paolo II, verso la canonizzazione

Giovanni Paolo II – Verso la canonizzazione del 27 aprile

GP IIQuando si deve parlare di Giovanni Paolo II dal punto di vista teologico-letterario, la prima immagine che ci attraversa la mente è la stessa che uno scrittore cristiano del III secolo, Origene, aveva adottato all’inizio di un suo commento biblico: «Come chi, messosi in mare su di una barchetta, viene preso da forte angoscia nell’affidare un piccolo legno all’immensità delle onde, così anche noi siamo in ansia mentre osiamo inoltrarci in un così vasto oceano». L’insegnamento di Giovanni Paolo II è, infatti, simile a un “vasto oceano”: quattordici encicliche, tredici esortazioni apostoliche, undici costituzioni apostoliche, quarantun lettere apostoliche, migliaia di discorsi e due libri, Varcare la soglia della speranza (1994) e Dono e mistero (1996). Gianfranco Ravasi.

Una vita accanto a Karol

Quattro decenni a fianco di Wojtyła: la testimonianza dello storico segretario “don Stanislao”. Che conobbe il futuro papa quando, a diciott’anni, era seminarista

Conobbi Karol Wojtyla in seminario, a diciotto anni. Fu nel lontano 1957. Lui era il nostro professore di etica. Ci colpiva la sua conoscenza della materia così come la sua spiritualità e l’apertura mentale verso il prossimo. Un anno dopo fu nominato vescovo ausiliare della diocesi di Cracovia e dopo qualche anno ne assunse la guida quale arcivescovo metropolita, l’erede di san Stanislao, martire dell’XI secolo, patrono dell’ordine morale della Polonia.

Il 23 giugno 1963 ricevetti dalle mani del giovane vescovo Karol il sacramento del sacerdozio. Allora non immaginavo che la storia della mia vita e della mia vocazione sarebbe stata così fortemente segnata dal servizio per la Chiesa accanto a lui. Letteralmente.

Arrivò il 16 ottobre 1978. Il giorno della svolta per il cardinale Wojtyla, un giorno di svolta anche per me. Il neoeletto Papa mi chiese di continuare ad aiutarlo. E così tutto ebbe inizio. Nessuno di noi sapeva quanto tempo sarebbe durato; nessuno sapeva come sarebbe stato il pontificato di Giovanni Paolo II che arrivò a Roma “da un Paese lontano”: lontano per motivi geografici ma anche politici. Nel Paese del Papa regnava un sistema comunista totalitario che lottava contro Dio e la Chiesa e infine contro l’essere umano, con l’obiettivo di privarlo di ciò che è più importante.

Ventisette anni di pontificato. Ventisette anni d’instancabile servizio a Cristo e alla Sua Chiesa. È necessario inserire all’interno di questo suo servizio anche quello che è successo in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Scorse il sangue del Papa, il Papa si avvicinò al martirio di sangue. Del resto, tutto il suo ministero papale, giorno dopo giorno, fu segnato da un tipo di martirio: il lavoro faticoso, il sacrificio, il consumarsi per Cristo e per la sua causa, per la quale Lui – il Salvatore dell’uomo – venne sulla terra.

Arrivò infine il 2 aprile 2005. Giovanni Paolo II si spegneva davanti agli occhi del mondo intero. Passò alla casa del Padre alle ore 21:37. Lo accompagnai fino alla fine, fino all’ultimo respiro. Si sarebbe potuto pensare che fosse la fine di tutto. In realtà, fu l’inizio di una nuova storia. Storia della santità. Da soli la morte e i funerali di Giovanni Paolo II diventarono una catechesi emozionante per il mondo intero. Dio solo sa quello che successe nei cuori di milioni di persone. La santità del Papa cominciò in quel momento a parlare loro. La santità del Papa è la sintesi di chi era lui e di quello che riuscì a compiere.

Come descrivere la santità di Giovanni Paolo II? Come essa si manifestava? Come ti colpiva? Queste domande mi vengono spesso rivolte. Io la definirei come la santità variopinta. Oppure – facendo il paragone con il mondo della musica – la santità polifonica. La santità della preghiera. La santità del servizio. La santità della sofferenza.

La santità della preghiera
La preghiera è la chiave per capire la personalità di Karol Wojtyla. Sin dalla giovane età, e soprattutto a partire dagli anni bui segnati dalle esperienze della Seconda guerra mondiale, fu affascinato dalla persona di Gesù Cristo, il quale entrò nella sua vita e lo conquistò per sé e per il Suo Vangelo. Il giovane discepolo del Maestro di Nazareth cominciò un intenso cammino spirituale. Si impose un programma a cui rimase fedele nel suo operato da sacerdote, vescovo e Papa.

Posso dare testimonianza della sua preghiera quotidiana a Cracovia. La sua giornata iniziava con la meditazione, seguita dalla celebrazione dell’Eucaristia, tranne quando la officiava presso le comunità parrocchiali. Il cardinale Wojtyla passava le ore del mattino, dedicate solitamente al lavoro intellettuale, alla stesura di numerosi discorsi, articoli e libri, nella cappella. Era lì, accanto all’altare e di fronte al tabernacolo, che egli meditava e scriveva. La preghiera s’intrecciava con il lavoro creativo e diventavano una cosa sola. Lo stesso succedeva durante i lunghi viaggi in auto. Egli pregava e scriveva. Il programma quotidiano comprendeva sempre la Liturgia delle Ore e le preghiere tradizionali, come il rosario, litanie al Sacro Cuore di Gesù, litanie lauretane, oltre le funzioni come la Via Crucis. Mantenne questo programma persino in Vaticano.

Nella vita spirituale di Giovanni Paolo II colpisce la sua regolarità. Lo testimoniano chiaramente i suoi appunti personali presi nell’arco di quarant’anni (1962-2003), recentemente pubblicati in polacco con il titolo Sono pienamente nelle mani di Dio. Ossia le parole con cui si aprono quelle pagine e che ci svelano il segreto del cuore e dell’anima del futuro pontefice.

Il Santo Padre pregava ogni giorno nel suo “stanzino”, secondo le indicazioni del Vangelo (cfr. Mt 6,6), ma noi tutti abbiamo avuto l’occasione di sentire le sue preghiere durante le grandi celebrazioni liturgiche a Roma, piuttosto che nelle chiese, negli stadi e nelle piazze dei vari Paesi e luoghi nel mondo. Pregava da solo e insieme a coloro cui prestava servizio. Pregava come solo un vero pastore sa fare.

Nella sua lettera apostolica Novo millennio ineunte Giovanni Paolo II invitava la Chiesa intera a contemplare il volto di Cristo. Scriveva: «Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in un certo senso di farlo loro “vedere”. E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio? La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto» (n. 16)…

Stanislaw Dziwisz

 GP II ad Assisi 1986

Gesti ancor più che parole.

Giovanni Paolo II ha saputo non solo “dire” ma anche “fare”. Per questo, dalla Chiesa alla politica mondiale, è stato così incisivo.

È difficile parlare di un uomo che ho conosciuto vent’anni prima che diventasse pontefice e che ho servito da vicino nel corso di venti anni di vita romana. Come descrivere un Papa dalle mille sfaccettature che si è trovato sotto i mille riflettori dei media? Ciò che di lui mi ha più colpito è forse la sua alta coscienza professionale: Giovanni Paolo II ha esercitato il suo “mestiere”, il suo ministero (è la stessa parola) di Papa, fino in fondo, senza trascurare nulla del suo compito di pastore universale della Chiesa, lontano da tutti i vortici dell’opinione pubblica e molto vicino alle aspirazioni più profonde dell’umanità.

Ero con lui in Polonia nel suo primo viaggio in patria nel 1979, meno di un anno dopo la sua elezione. Lo sento ancora, sulla piazza di Varsavia dove il regime comunista teneva le sue grandi manifestazioni: «Non si può escludere il Cristo dalla storia dell’uomo, farlo è un atto contro l’uomo». Quando egli coglie l’uomo nella sua umanità viva e non mutilata della sua dimensione religiosa, le folle non si sbagliano. Per quanto difficile possa essere stato a volte un discorso decisamente cristologico e moralmente esigente, ognuno si è sentito raggiunto, riconosciuto e amato nel vuoto di tutte le sue miserie. Ci si immagina la sua gioia alla caduta del Muro di Berlino: basta rileggere l’enciclica Centesimus annus del 1989. Meditando sulla scena evangelica del Giudizio Finale, in cui tutto si riferisce ai poveri, Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte ha scritto una pagina che proietta un raggio di luce sul mistero del Cristo. È tanto su questo testo quanto sulla questione della sua ortodossia che la Chiesa misura la propria fedeltà di Sposa di Cristo. Molto di più: non solo una Chiesa per i poveri, ma una Chiesa interamente povera. Tocchiamo forse qui il nodo più provocante per la nuova evangelizzazione: solo una Chiesa povera può diventare una Chiesa missionaria, e solo una Chiesa missionaria può esigere una Chiesa povera……

di Roger Etchegaray
cardinale, presidente emerito del Pontificio consiglio giustizia e pace

 GP II

Una sola missione: ricostruire l’uomo.

Tutto in Wojtyła, il grande comunicatore, testimonia la volontà di riconoscere l’integralità della persona.

Oggi una delle maggiori difficoltà nella trasmissione e nella comunicazione di valori – e più specificatamente di valori trascendenti – è la scomparsa di un sistema comune di riferimenti, ossia i quadri generali di convinzioni e ipotesi tipiche di ogni epoca, nelle quali le parole di uso comune hanno un luogo, una posizione e un significato proprio. Se è possibile capirci quando parliamo lo si deve al fatto che le parole che impieghiamo abitualmente hanno una collocazione precisa in un quadro di riferimenti condiviso da una comunità in un determinato momento storico e culturale. Termini come natura umana, persona, coscienza morale, preghiera, Dio, vita eterna, così come famiglia, amore umano, sessualità ecc. hanno avuto in altre epoche – almeno in Paesi di tradizione cristiana – un significato intelligibile per la maggioranza, poiché parte del sistema di riferimenti condivisi.

Attualmente la situazione, da questo punto di vista, ha cambiato radice. Le società hanno perso la loro omogeneità culturale e diversi sistemi di riferimento convivono in una stessa comunità, offuscando in questo modo il significato ultimo delle parole che utilizziamo. Si potrebbe persino dire che in queste società si è perso il dizionario comune. Quando le parole mancano di contenuto reale o quando tale contenuto è disconosciuto, i concetti si svuotano e la realtà diviene vaga e sfuggente. La questione, in definitiva, si potrebbe formulare così: quando c’è un sistema cristiano di riferimenti, Dio per l’uomo è il centro. Quando si considera Dio irrilevante, l’uomo si rende autoreferenziale. Per questo penso che il pontificato di Giovanni Paolo II abbia intrapreso la missione di ricostruire quel vocabolario comune non più esistente nella nostra epoca e che, tuttavia, è oggi indispensabile per capire la realtà umana e l’universo dei valori cristiani. Questo modo di presentare la verità cristiana era un carattere distintivo degli scritti e dell’attività di Karol Wojtyła e ha continuato a esserlo nell’immenso magistero di Giovanni Paolo II…

Joaquín Navarro-Valls
direttore della sala stampa della Santa Sede dal 1984 al 2006

da Avvenire,
LUOGHI DELL’INFINITO di aprile 2014
In edicola con Avvenire, numero speciale.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/04/2014 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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