COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

80 i Papi santi della storia

Salgono ad 80 i Papi santi della storia

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Salgono a 80 i “Papi Santi”. La canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II porta a 80 il numero di Pontefici divenuti Santi tra i 266 eletti lungo la storia della Chiesa. Un solo precedente negli ultimi 100 anni, quello di Pio X, che fu elevato alla gloria degli altari con una cerimonia celebrata il 29 maggio del 1954. È la prima volta però che due Papi vengono proclamati Santi insieme. Nel caso di Giovanni Paolo II si tratta di un evento senza precedenti negli ultimi dieci secoli: è stato proclamato Beato nel 2011 dal suo successore, Benedetto XVI. San Pietro, primo vescovo di Roma, fu il primo Papa a salire agli altari; in pratica, fino al secolo VI con San Gregorio I Magno, tutti i vescovi di Roma furono elevati al culto divino attraverso la strada del martirio; ma nei secoli successivi furono molto meno. Nel Rinascimento, Pio V fu l’unico Pontefice santificato: a lui si deve l’abito bianco dei Pontefici, perché, essendo domenicano, non volle rinunciare al saio bianco del suo Ordine. Poi, fino all’epoca attuale, non ci fu più alcuna canonizzazione di un Pontefice, fino a quella di Pio X, che fu eletto al soglio petrino nel 1902 e vi rimase fino al 1914 e passò alla storia proprio come il “Papa Santo”.

I reliquari. Dopo la canonizzazione di Roncalli e Wojtyla, papa Francesco riceverà i reliquari dei nuovi santi. Sarà la signora Floribeth Mora Diaz, la persona miracolata da Giovanni Paolo II, a portare la reliquia di papa Wojtyla domani all’altare durante la messa di canonizzazione in piazza San Pietro. Con la donna ci sarà anche la sua famiglia. L’altra miracolata di papa Giovanni Paolo II, la suora Marie Simon-Pierre, leggerà, invece, una preghiera dei fedeli durante la solenne funzione liturgica. Per quanto riguarda, invece, Giovanni XXIII, a portare in processione le sue reliquie saranno i quattro nipoti, il sindaco di Sotto il Monte e il presidente della Fondazione Giovanni XXIII.

Le tombe in San Pietro. La lunga giornata delle canonizzazioni di domani non si esaurirà con la grande messa in piazza San Pietro. Infatti, già dopo poche ore dal suo termine, intorno alle 14, i fedeli che vorranno potranno entrare nella Basilica di San Pietro per rendere omaggio alle tombe dei due nuovi santi: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Una lunga processione di fedeli che proseguirà fino alle 22 di domani quando la basilica sarà chiusa alla preghiera del popolo. Il giorno successivo, lunedì 28 aprile alle ore 10, sempre sulla piazza di San Pietro si terrà una messa di ringraziamento presieduta dal cardinal Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro. A parteciparvi anche il coro di Cracovia. Un’altra messa di ringraziamento si terrà, sempre lunedì, nella Chiesa di San Carlo e a Bergamo.

Una canzone per cercare la pace. Durante la funzione solenne di canonizzazione troverà spazio anche una canzone sulla pace: “Cerca la pace”, eseguita dal cantante italo-argentino Odino Faccia. La canzone da lui eseguita è già molto famosa in tutta l’America Latina. Faccia, cantante italo-argentino, è figlio di abruzzesi, visto che il padre proviene da Assergi, un piccolo comune alle falde del Gran Sasso. La sua “Busca la paz”, trae spunto da una poesia di Papa Paolo Giovanni II.

Una campana per tre Papi. Pesa 80 chili, ha un diametro di 50 cm con nota musicale “Sol”. Scolpiti, in rilievo, lo stemma di Giovanni Paolo II Santo, quello di Papa Francesco e di Joseph Ratzinger, Papa emerito: è la campana commemorativa fusa dalla Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone che sarà consegnata a Papa Francesco per ricordare l’eccezionalità di un periodo storico particolarmente fervido per la Chiesa di Roma e del mondo. L’auspicio è che la campana “possa avere come destinazione finale un luogo rappresentativo per la splendida figura di Giovanni Paolo II, magari vicino alla sua tomba nella Basilica di S. Pietro”. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, la nuova campana suonerà all’unisono con tutte le campane del mondo i suoi primi rintocchi festosi durante la proclamazione ufficiale in Vaticano.

Trentamila rose dall’Ecuador. Più di 30 mila rose provenienti da un piccolo paese andino dell’Ecuador daranno colore agli altari della canonizzazione. A ricordarlo è il governo di Quito, sottolineando inoltre la presenza del presidente Rafael Correa nella cerimonia. All’iniziativa, coordinata dall’Istituto per la promozione delle esportazioni e gli investimenti (Pro Ecuador), hanno partecipato “sia il settore pubblico sia quello privato del paese, con la presenza di una ventina di imprese” di diverse aree, dalla coltivazione e la distribuzione delle rose alla logistica, ha inoltre ricordato il governo. I fiori sono al quarto posto tra i prodotti d’esportazione di Quito.

Avvenire, 26 aprile 2014

 «Wojtyla, uomo di preghiera sorridente»

Giovanni Paolo II uomo di preghiera, sorridente e lavoratore della vigna del Signore. Lo ha ricordato così Joaquin Navarro Valls, che per 22 anni è stato al fianco del Papa santo come suo portavoce. “Giovanni Paolo II è il grande maestro del nostro tempo”. Ha invece affermato il suo biografo, Georges Weigel, che definisce “saggia e coraggiosa” una canonizzazione insieme a Giovanni XXIII. Navarro Valls e Wigel hanno raccontato il “loro” Papa occasione di un briefing in Vaticano per preparare la giornata di domenica nella quale Giovanni Paolo II insieme a Giovanni XXIII.

La peculiarità della santità di Giovanni Paolo II, i “tratti della sua vera santità sono stati quelli del pregare, del lavorare e del sorridere – ha testimoniato Joaquin Navarro Valls -. L’immagine più eloquente della personalità e dell’identità di Papa Giovanni Paolo II è quella di qualsiasi immagine che lo ritrae pregando. Ricordo quando disse: ‘la preghiera è il bisogno più profondo della mia anima’. Questo voleva significare che pregare per lui è come per noi respirare”.

Navarro ha anche raccontato alcuni aneddoti sulla vita spirituale di Wojtyla come quando, una sera, prima di cena, passò nella sua cappellina privata molto tempo in preghiera senza rendersi conto dell’invito fatto allo stesso suo portavoce. Poi, di scatto, si voltò e si scusò per l’attesa. “Mi resi conto allora con nettezza che era quasi ‘decollato’ ed era con Qualcun Altro…” ha raccontato Navarro. Lo stesso accadde in Val d’Aosta dopo otto giorni dall’intervento chirurgico al colon. In quel caso restò dalle 3.30 fino al mattino raccolto in preghiera.

Ma gli altri caratteri della sua vita speciale, secondo il suo portavoce, risultano anche nel lavoro “enorme per quantità ed intensità”. “Non perdeva un minuto ma non aveva mai fretta”, ha raccontato Navarro e “con lui bisognava studiare molto bene i temi, ma inquadrandoli tenendo conto delle grandi verità. Viveva con intensità i casi a lui sottoposti ma non con la sola tecnicità perchè immaginava le persone che dovevano vivere le decisioni da lui prese”.

Infine, “l’allegria e il buon umore. Nonostante tutte le malattie e le complicate questioni che giungevano sul suo tavolo – è ancora la testimonianza dell’ex portavoce – non perse mai questo spirito. Neppure quando il Parkinson gli aveva ormai tolto il tratto del sorriso sul volto. Una volta una personalità internazionale lo venne a trovare e si sentì in dovere di dirgli: ‘come la vedo bene!’. Lui – ha ricordato Navarro – lo guardò con uno sguardo di forte ironia e gli rispose: ‘Ma lei pensa che non mi vedo in televisione come sono combinato?’”

Buon Umore che non lo lasciò fino all’ultimo. “Nell’agosto del 2004 – è l’ultimo ricordo lasciato da Navarro – di fronte alle ferie così corte che aveva deciso di fare gli raccontai che in Italia vigeva lo Statuto del lavoratore che prevedeva il diritto a 30 giorni pagati di ferie. Lui restò in silenzio è disse: ‘Peccato. Perche non sono italiano ma Vaticano’”.

Navarro Valls ha ricordato anche il dramma della pedofilia che investì la Chiesa e fu subito affrontato da Giovanni Paolo II che però, non ebbe il tempo in alcuni casi specifici, di prendere provvedimenti. “Quel cancro – ha detto l’ex portavoce- non lo ha capito lui ma non lo aveva capito nessuno. È iniziato in Usa e in casi isolati e su fatti accaduti 20-30 anni prima. Poi è cresciuto. Ma il Papa si è subito preoccupato molto, bisognava capire bene la questione e papa Wojtyla ha inizato subito a prendere decisioni. Ha chiamato a Roma tutti i cardinali americani ed ha preso decisioni di natura giuridica. Una è stata di dare pieni poteri al dicastero della Dottrina della fede e all’allora cardinale Joseph Ratzinger”.

Su uno dei casi più dolorosi, quello che ha riguardato il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, Navarro ha detto che “le procedure canoniche sono iniziate sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e terminate con Ratzinger. Lui non è stato informato ma la procedura ha portato via del tempo e quando il materiale è stato portato a Roma il Papa era scomparso. Poi Papa Ratzinger ha deciso di informare subito l’opinione pubblica”.

“Giovanni Paolo II è il grande maestro del nostro tempo”. Ha affermato il suo biografo, Georges Weigel, che definisce “saggia e coraggiosa” una canonizzazione insieme a Giovanni XXIII: “l’uno intuì l’importanza del Concilio Vaticano II, l’altro gli diede un’interpretazione autorevole e decisiva”, ha spiegato. Giovanni Paolo II, aggiunge Weigel, ha vissuto il dramma del XX secolo, lo ha compreso profondamente nel suo cuore, nel suo pensiero e nel suo ministero”.

Secondo Weigel, “il più grande insegnamento che Giovanni Paolo II lascia al mondo di oggi è su tre fronti: quello dell’amore umano, cui rispose con una chiara teologia del corpo, quello del lavoro che incardinò sulla dignità dell’essere umano e quello della sofferenza e della morte”.

“In un mondo dove si etichettava la vita, se valeva o non valeva, Giovanni Paolo II – spiega il suo biografo – ci ha insegnato che tutti i fratelli avevano dignità e questa dignità si esprimeva attraverso il lavoro. In un mondo che è tanto spaccato e che soffre, in un mondo pieno di morte, Giovanni Paolo II ci ha insegnato che Gesù ci mostra la Sua divina misericordia, e ci ha insegnato che la sofferenza dell’essere umano è stata disposta per la salvezza dell’umanità”.

“In tutto questo – sottolinea Weigel – Giovanni Paolo II ci ha lanciato una sfida e, al tempo stesso, ci ha manifestato una profonda compassione. Ci ha insegnato che c’è un cammino migliore per l’umanità, che mostrò in tutta la sua vita. La sua vita stessa è stata un rifiuto del nichilismo, che esiste e che rappresenta una sfida per il futuro dell’umanità”.

“La mia speranza – conclude il biografo – è che questa canonizzazione, questo evento ci aiuti ad avere maggiori speranze e non ci lasci vivere quelle aspettative tanto basse, che sono sia personali che appartenenti al mondo della politica”.

Avvenire, 25 aprile 2014

 In quattro parole,
il segreto che ha convinto le nuove generazioni

Di santi giovani, e vicini ai giovani, ce sono stati diversi nei 2.000 anni di storia cristiana. Ma il rapporto che Giovanni Paolo II ha saputo instaurare con la generazione del suo tempo è del tutto speciale e in qualche modo paradigmatico. L’inventore (e ora anche patrono) delle Gmg ha infatti rivoluzionato l’approccio della Chiesa all’universo giovanile, in virtù di una metodologia sperimentata fin da quando era un semplice sacerdote, e poi affinata negli anni. Potremmo dire che questo speciale rapporto è racchiuso in quattro verbi – ascoltare, osare, accogliere ed esigere – che costituiscono altrettanti pilastri di quella metodologia.

Ascoltare, innanzitutto. «Nessuno ha inventato le Giornate mondiali dei giovani – disse al suo intervistatore nel libro Varcare la soglia della speranza –. Furono proprio loro a crearle. Quelle Giornate, quegli incontri, divennero da allora un bisogno dei giovani di tutti i luoghi del mondo». Un’affermazione che dimostra come le Gmg nascano dall’ascolto dei veri bisogni giovanili e dalla capacità di intessere con loro un dialogo a tutto tondo, a volte anche scomodo, ma sempre sincero.

Osare. Quando per la prima volta Giovanni Paolo II chiamò i giovani a Roma (era la Domenica delle Palme dell’Anno Santo straordinario della Redenzione, 1984), alcuni cercarono di dissuaderlo. In effetti erano anni difficili. La generazione del ‘68 aveva lasciato il campo allo yuppismo edonista degli anni ‘80. E in molti ecclesiastici era diffusa una sorta di rassegnazione di fronte a un’apparente incomunicabilità. Il Papa del «non abbiate paura» non ebbe timore neanche in quel caso. E i fatti, come sappiamo, gli hanno dato ragione. La sua audacia nel portare Cristo ai giovani e i giovani a Cristo ha prodotto grandi risultati.

Accogliere. Il particolare carisma di Karol Wojtyla ha fatto il resto. Con i suoi giovani ha dialogato in tutti i modi, utilizzando ogni linguaggio possibile, anche quello dello scherzo sul proprio nome («Lolek non è serio, Giovanni Paolo II lo è troppo, chiamatemi Karol », Manila, 1995). Ma soprattutto ha mostrato il volto della paternità spirituale a una società che aveva smarrito l’identità dei padri. E ha accolto i giovani – ai quali aveva detto fin dall’inizio «Voi siete l’avvenire del mondo, la speranza della Chiesa! Voi siete la mia speranza» – tra le braccia materne della Chiesa.

Esigere. Karol Wojtyla è stato un amico esigente delle nuove generazioni. Resta emblematico quello che disse a Utrecht, in Olanda, il 13 maggio 1985: «Lasciate che vi parli francamente. Siete proprio sicuri che l’immagine che avete di Cristo corrisponda alla realtà? Il Vangelo ci mostra un Cristo esigente che vuole indissolubile il matrimonio, che condanna l’adulterio anche solo nel desiderio. In realtà Cristo non è stato indulgente in fatto di amore coniugale, di aborto, di relazioni sessuali, prima e fuori del matrimonio, di relazioni omosessuali». Parole che sembrano scritte ieri. Il Papa santo non ha fatto sconti sulla dottrina, non ha giocato al ribasso, anzi ha progressivamente alzato l’asticella, chiedendo ai giovani di vivere la vita cristiana secondo la misura alta della santità. Il suo testamento spirituale resta il mandato missionario di Roma 2000. «Vedo in voi le sentinelle del mattino, in quest’alba del terzo millennio. Nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete a un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno e vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti ». È il duc in altum applicato ai giovani. Una rotta sulla quale Papa Wojtyla continua ora a vegliare dal cielo.

Mimmo Muolo
Avvenire, 26 aprile 2014

Giovanni XXIII, il ricordo di Capovilla

“I santi sono coloro che non sono mai usciti dall’infanzia”: cita questa frase di Georges Bernanos il cardinal Loris Capovilla per parlare di Giovanni XXIII di cui è stato tanti anni segretario dal patriarcato a Venezia fino al pontificato a Roma. Ricorda Papa Roncalli come “due occhi e un sorriso” e quella “innocenza e bontà” propri dell’infanzia che lo accompagnarono fino alla fine.

Lo storico segretario di Papa Roncalli, oggi quasi 99enne, parla da Cà Maitino, la casa di papa Giovanni a Sotto il Monte. “Questo vecchio prete – così si presenta Capovilla alla stampa internazionale – è commosso, confuso, intimidito”. E racconta che la vicinanza a papa Giovanni XXIII in fondo è stata una cosa più grande di lui. “Prima di morire gli ho chiesto di perdonarmi perché credo di non essere stato all’altezza, il Papa meritava – dice con grande umiltà – un segretario migliore”.

La figura di Papa Roncalli non ha solo cambiato la sua vita ma scandisce anche le sue giornate quotidiane. A Cà Maitino, una specie di casa-museo, vanno le scolaresche e lui parla ai bambini di quel Papa che già da tempo in molti chiamano “santo”. “Faccio loro spesso una domanda: sapete quanti anni aveva quando il Papa è morto? E poi, visto che non lo sanno, li aiuto: aveva ottantuno anni. Ma io, dico sempre ai piccoli, non ho visto morire un vecchio ma un bambino, con gli occhi vivaci e il sorriso sulle labbra”.

“Due occhi e un sorriso, innocenza e bontà, che valgono però anche per Papa Giovanni Paolo II”. E allora Capovilla racconta gli incontri anche con il Papa polacco, a Loreto e a Castel Gandolfo. “luogo di gioie ma anche di sofferenze”, e dice che negli occhi di “questo grande Papa”, “ci si poteva specchiare”. E ha parole di ringraziamento anche per Benedetto XVI che definì il Concilio Vaticano II “la stella polare” della Chiesa cattolica.

Ora alla vigilia della canonizzazione del “suo” Papa, chiede “scusa perché non so esprimere quello che si agita nel cuore”. E poi si congeda raccontando gli ultimi momenti di vita di Roncalli. “Eravamo intorno al suo letto cinque-sei persone. Io mi avvicinai e gli dissi: ‘Santità qui siamo in pochi ma sapesse quanta gente c’è in piazza’. In tanti infatti erano accorsi per pregare sotto la sua finestra”. E Papa Giovanni XXIII diede al segretario una risposta che non si aspettava: “Ma Loris è naturale! Io li amo e loro mi amano”. E allora, conclude Capovilla, “prendiamo questo insegnamento, quello di amarci gli uni gli altri, se vogliamo onorare questa canonizzazione”.

Avvenire, 25 aprile 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 26/04/2014 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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