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Violenza sui cristiani

Violenza sui cristiani:

Sant’Egidio: al Colosseo per dire no

In tanti si sono ritrovati al Colosseo nella serata di giovedì. Un cristiano siriano, scampato alla guerra. Una donna eritrea, una cristiana, che con l’aiuto di un imam musulmano salva i profughi persi nel deserto del Sinai dopo essere riusciti a sottrarsi ai moderni schiavisti. E le sorelle di Paolo Dall’Oglio, il gesuita rapito in Siria quasi un anno fa, e del quale non si hanno da allora più notizie.

Sant'Egidio - al Colosseo per dire no alla violenza sui cristiani4Sono alcuni dei testimoni che giovedì sera hanno parlato alla manifestazione, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Comunità Ebraica di Roma, con il sostegno del sindaco di Roma Ignazio Marino: appuntamento con una fiaccolata al Colosseo per esprimere solidarietà ai cristiani che rischiano la vita per professare la propria religione. Quando le luci dell’Anfiteatro Flavio sono state spente, e nello stesso momento si sono alzate le fiaccole in ricordo delle vittime delle oppressioni, per dire basta a ogni forma di fanatismo ed estremismo, per dire basta a ogni tipologia di persecuzione e per ricordare le anime di chi è stato vittima di odio anti-cristiano.

Un’occasione, spiega il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, per sottolineare come «la persecuzione contro i cristiani, troppo spesso sottovalutata o nascosta da un velo di indifferenza, travalica ovunque i confini tra le denominazioni religiose e deve spingere all’intervento solidale di tutti gli uomini e le donne di buona volontà».

Una mobilitazione inedita.

«Sì, e che nasce dal desiderio di pregare per tutti coloro che, in maniera conosciuta o meno conosciuta, soffrono in tanti parti del mondo, dall’Africa all’Asia, al Medio Oriente, a motivo della fede. E mi sembra molto importante il fatto che questa manifestazione sia stata organizzata assieme da una comunità cattolica e dalla comunità ebraica di Roma, con una partecipazione significativa di tanti musulmani che vivono in Italia e che esprimeranno anche loro la propria solidarietà, pur se, naturalmente, i musulmani non hanno una rappresentanza così definita a livello comune, e sono presenti a livello individuale».

Che cosa significa questo?

«Significa che lo Spirito di Assisi, quello che Giovanni Paolo II aprì nel 1986 con la preghiera per la pace di tutte le religioni, si sta facendo strada. E lo Spirito di Assisi, cioè l’incontro delle religioni per la pace e contro ogni forma di violenza religiosa, contro ogni fondamentalismo violento religioso, è oggi una risposta importante per superare tante situazioni di violenza. Noi siamo davvero convinti che questo spirito possa aiutare nei processi di pace: penso al Centrafrica, dove si sta per aprire uno scontro tra cristiani e musulmani, e a tante altre situazioni. Il ruolo delle religioni dev’essere quello della pace, che poi è inscritta nel cuore di ogni religione, e proprio le religioni possono togliere acqua al fondamentalismo violento, a ogni tipo di terrorismo su base religiosa. Ecco, il significato dell’incontro al Colosseo alla fine è proprio in questo: uniti, tutte le religioni, cristiani, ebrei, musulmani, contro ogni giustificazione della violenza su base religiosa».

C’è una ragione particolare nella scelta della data?

«No, nessun motivo particolare se non l’urgenza di esprimere solidarietà innanzitutto alle ragazze rapite in Nigeria, che per più dell’ottanta per cento sono cristiane, rapite da un gruppo fondamentalista che si dice islamico come i Boko Haram. Ma, insieme, anche l’urgenza di portare la nostra solidarietà ai cristiani in Siria, ai tanti rapiti, da padre Paolo Dall’Oglio ai vescovi sequestrati in Siria, e a tutti quelli che stanno soffrendo per questa guerra. E far sentire la nostra voce di persone credenti, ma anche della società civile, perché chi soffre a causa della fede non si senta lasciato solo non si senta abbandonato. Non è quindi una manifestazione “contro” qualcuno, ma una manifestazione di vera solidarietà».

Salvatore Mazza
Avvenire, 16 maggio 2014

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«Salviamo Meriem»

Khartum : Meriam deve vivere: l’Italia si mobilita.

AIUTACI A SALVARLA scrivi su direttamente qui sul sito di Avvenire o all’indirizzo meriamdevevivere@avvenire.it

Meriam con il marito il giorno delle nozzeNei giorni in cui il mondo intero celebra la Festa della mamma, un giudice sudanese ha condannato a morte una giovane madre cristiana, ritenendola colpevole di apostasia. La sentenza è stata emessa il 5 maggio, ma se ne è avuta notizia solo adesso. La donna, tra l’altro, ha già passato diverso tempo in carcere. È stata arrestata nell’agosto dello scorso anno e incriminata per apostasia rispetto all’Islam lo scorso febbraio. Dopo la sentenza, l’11 maggio, il giudice le aveva offerto la salvezza in cambio della conversione all’Islam. Tre giorni per pensarci. Ma il 14 maggio, di nuovo davanti al magistrato, Meriam ha rifiutato di rinnegare la fede in Cristo.

Meriam Yeilah Ibrahim, 27 anni, laureata in medicina, è incinta all’ottavo mese e ha con sé in carcere il figlio di 20 mesi. Il giudice del tribunale di Khartum la ritiene musulmana di nascita, come tutti i sudanesi, e secondo Amnesty International l’ha condannata anche per adulterio perché il suo matrimonio con un uomo cristiano non è considerato valido dalla ‘sharia’. Il giudice le aveva chiesto di rinunciare alla fede per evitare la pena di morte: “Ti abbiamo dato tre giorni di tempo per rinunciare, ma insisti nel non voler ritornare all’islam. Ti condanno a morte per impiccagione”, ha detto il giudice Abbas Mohammed Al-Khalifa rivolgendosi alla donna con il suo nome musulmano, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah.

A difesa di Meriam, in attesa della sentenza, erano già scese in campo alcune ambasciate occidentali a Khartum. “Chiediamo al governo del Sudan”, si legge in un comunicato diffuso dalle rappresentanze di Usa, Gran Bretagna, Canada e Olanda, “di rispettare il diritto di libertà di religione, compreso il diritto di ciascuno di cambiare la propria fede o le proprie credenze, un diritto che è sancito dal diritto internazionale e dalla stessa Costituzione ad interim sudanese del 2005″. Dopo la sentenza decine di persone hanno manifestato fuori dal tribunale: sul caso di Meriam infatti si è registrata una inusuale mobilitazione, con richieste di compassione e di rispetto della libertà religiosa. Amnesty International ha definito “agghiacciante” la sentenza, chiedendo il rilascio “immediato e incondizionato” di Meriam.

E’ cominciata anche in Italia una raccolta di firme, promossa da Italians for Darfur (le sottoscrizioni si raccolgono online), da inviare al presidente sudanese Omar al-Bashir. Avvenire si fa promotore di una campagna via Twitter con l’hashtag #meriamdevevivere e di una petizione: le adesioni si raccolgono direttamente qui sul sito di Avvenire o all’indirizzo di posta elettronica meriamdevevivere@avvenire.it

La donna, in assenza del padre musulmano, è stata educata alla fede cristiana ortodossa dalla madre, ed è sposata con Daniel Wani, un cristiano del Sud Sudan, ma il matrimonio con un cristiano è illegale in Sudan. Secondo la sharia, una donna musulmana che sposa un non musulmano è una adultera e i figli sono illegittimi. Meriam era stata arrestata in febbraio e detenuta nella prigione femminile federale di Omdurman con il primo figlio di 20 mesi. Il marito, d’altro canto, non può prendersi cura del bambino a causa dello status di adultera della moglie, né potrà farlo con il secondo bimbo, la cui nascita è prevista in giugno, in caso di uccisione della donna o di prolungata detenzione.

Il Sudan ha reintrodotto la sharia nel 1983, ma le punizioni finora si sono quasi sempre “limitate” alla fustigazione.

Avvenire, 15 maggio 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 16/05/2014 da in Attualità ecclesiale, Cristiani perseguitati, ITALIANO.

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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