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Sharia, tradizioni e libertà

Sharia, tradizioni e libertà

Il peso di un bacio e della ragione

LEILA-HATAMIPersino lì: tutto il peso della sharia nella leggerezza di un bacio innocente. Bellissima, elegante, raffinata, l’attrice iraniana Leila Hatami, co-protagonista del film Una separazione, ha ricevuto qualche giorno fa il saluto del presidente del Festival di Cannes, l’ottantatreenne Giles Jacob. Non ha fatto nulla, se non accogliere con un sorriso garbato questo gesto di gentilezza. Eppure il candore di quel momento, recapitato dalle telecamere a Teheran, è stato macchiato dall’accusa: «Comportamento cattivo».

La legge islamica guarda con sospetto qualsiasi contatto extraconiugale tra uomini e donne. E codifica gli atteggiamenti morali che gli uni, e soprattutto le altre, sono tenuti a seguire. Ma è lecito chiedersi quali siano i confini, etici e geografici, del “rispetto”, e soprattutto quanto spazio di manovra possa essere lasciato alla ragionevolezza all’interno di questa mappa complicata. Cannes non è Teheran. Leila Hatami, peraltro velata, non ha assunto atteggiamenti provocanti, fastidiosi, non ha sollecitato le attenzioni di quel “nonno” cortese, non ha replicato. Si è semplicemente adeguata, con sensibilità e diplomazia, a un’usanza occidentale. Eppure il viceministro della Cultura iraniano, Hossein Noushabadi, ha emesso la sentenza: «Gli artisti dovrebbero tener conto della considerazione di cui gode il loro Paese al fine di non essere sfruttati dai nemici. Finora le donne iraniane di tutti i livelli hanno conservato la loro dignità». Leila Hatami, si dovrebbe arguire, l’ha persa.

La tradizione è carica di valori e segni che richiedono il buon senso dell’interpretazione. Senza interpretazione, ogni codice, ogni Costituzione, ogni regola, anche la meglio scritta, diventano una gabbia di precetti da applicare meccanicamente, che mortificano la libertà, fondamento di ogni diritto.

La vicenda di Cannes conferma la sensazione di una “mancanza” che ha percorso, con esiti ben più gravi, le cronache di queste ultime settimane: la mancanza di ragionevolezza, e quindi di flessibilità, che è poi la dimensione morbida, e forse più umana, dell’intelligenza (non è forse l’intelligenza anche capacità di adattamento?). Un’interpretazione rigida e ottusa della sharia ha portato in carcere Meriam Yehya Ibrahim, la giovane mamma sudanese accusata di apostasia. Un’interpretazione rigida e ottusa della sharia tiene in cella da 1.797 giorni in Pakistan Asia Bibi, colpevole di essere cristiana. Un’interpretazione rigida e ottusa della sharia fornisce il presupposto agli estremisti nigeriani di Boko Haram per tenere in ostaggio da mesi 300 ragazze colpevoli di frequentare una scuola.

Le vicende di questi anni, dalla guerra in Afghanistan in poi, hanno insegnato tanto all’Occidente: l’esperimento di esportare una democrazia “impacchettata” dentro le nostre coordinate non ha funzionato, e americani ed europei, al netto dei tanti, inevitabili, errori, stanno imparando a muoversi con maggiore consapevolezza. Forse è tempo che anche i Paesi più conservatori, come l’Iran, non insistano nel voler esportare il loro sistema (chiuso) di riferimento. E prendano in considerazione quel che c’è di buono fuori dai loro confini, e dalla loro cultura. Compreso un bacio, innocente, da Cannes.

Barbara Uglietti
Avvenire, 21 maggio 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 21/05/2014 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , , .

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