COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Ascensione del Signore (A)

Ascensione del Signore – Anno A
Mt 28,16-20

Ascensione - Pietro_PeruginoUn pastore della chiesa riformata, il pastore Paolo Ricca, scrivendo in questi giorni dell’Ascensione, diceva che “un po’ dappertutto l’Ascensione è diventata o tende a diventare la cenerentola delle feste cristiane”. Ascensione, festa cenerentola. E si chiedeva perché, come mai?

Eppure dell’Ascensione si parla ampiamente nelle Sacre Scritture. A confronto per esempio col Natale, molto più ampiamente. Eppure vedete quanta importanza diamo al Natale, e quanta meno all’Ascensione. Perché? Come mai?

“La risposta” -scrive Paolo Ricca- “non è difficile: l’Ascensione è poco festeggiata perché la Chiesa esita a far festa nel momento in cui il suo Signore “se ne va”. La Chiesa festeggia volentieri il Signore che viene, ma non il Signore che parte; acclama colui che appare, ma non colui che scompare”. Con l’Ascensione Gesù diventa invisibile.

L’invisibilità fa problema: mi ha colpito questa citazione di Dietrich Bonhoeffer, che scriveva: “L’invisibilità ci uccide”. Sì, questo è un pericolo. Non è forse vero che nell’invisibilità ci si allontana a volte? Abbiamo perfino coniato un proverbio: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

Quasi a dire che quando viene meno la visibilità -lontano dagli occhi- viene meno anche il rapporto la relazione. E non è proprio questo quello che accade sul monte degli Ulivi, e cioè l’andare lontano dagli occhi? E’ scritto: “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo…”.

Lontano dagli occhi. Ma ci chiediamo, lontano anche dal cuore questo Signore?

Ecco, la storia che seguì -e la storia che segue è certo quella narrata negli Atti degli Apostoli, ma anche quella narrata nei secoli successivi, è la storia anche dei discepoli di oggi- ebbene, la storia che segue contiene una sfida al proverbio, sta a dimostrare che la lontananza dagli occhi di Gesù, la sua invisibilità, non l’ha cancellato dal nostro cuore. “L’invisibilità” -scrive Paolo Ricca- “non significa assenza, ma un altro tipo di presenza, quella dello Spirito con il quale Gesù paradossalmente è più vicino di prima ai suoi discepoli: prima stava “con loro”, adesso dimora “dentro” di loro”.

L’Ascensione rovescia il proverbio: “lontano dagli occhi, vicino nel cuore”.

Vorrei aggiungere che paradossalmente quella visibilità di Gesù a cui, a volte, guardiamo con nostalgia, la visibilità del passato, quando le folle lo toccavano, quando la donna peccatrice lo ungeva e lo profumava, quella visibilità era anche un ostacolo.

Un ostacolo perché tratteneva Gesù: lo tratteneva in un piccolo paese, nei confini che delimitavano la sua azione: quante migliaia di persone lo videro, lo ascoltarono? Poche senz’altro.

Da quando è asceso al cielo, pensate quante storie di uomini e di donne -miliardi, miliardi di storie e noi siamo una di queste storie- quante storie di uomini e di donne hanno stretto un legame con questo invisibile Signore. Voi mi capite, che Gesù -lontano dai nostri occhi- viva, viva con la sua presenza, con la sua parola, con la sua luce, con la sua consolazione, nei nostri cuori.

E da ultimo è anche vero che questa festa dell’Ascensione -lo faceva notare ancora Paolo Ricca- proprio perché sottrae il Signore ai nostri sguardi, ci fa vivere i nostri giorni anche come attesa. Perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno, allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo.

Vivere l’attesa. Non è facile imparare l’attesa. Aspettare Dio. Anche nella religione a volte abbiamo più l’aria di chi possiede, che lo sguardo curioso di chi attende.

Scrive P. Tillich: “Penso al teologo, che non aspetta Dio perché lo possiede rinchiuso in un edificio dottrinale. Penso all’uomo di chiesa, che non aspetta Dio perché lo possiede rinchiuso in una istituzione. Penso al credente, che non aspetta Dio rinchiuso nella sua propria esperienza. Non è facile sopportare questo non avere Dio, questo aspettare Dio…”.

E’ quello che ci insegna la festa dell’Ascensione.

don Angelo
http://www.sullasoglia.it

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Commento di ENZO BIANCHI

ascensao Andrea della Robbia (c. 1490), Igreja Maior, La VernaNelle celebrazioni dei cinquanta giorni dopo la grande festa di Pasqua siamo giunti alla contemplazione di un nuovo aspetto del mistero pasquale. L’ascensione di Gesù, cioè il momento in cui la chiesa prende consapevolezza nella fede che il Signore Gesù, il crocifisso risorto e vivente per sempre, ha ormai un’altra presenza sulla terra, tra i suoi discepoli, nella storia: non è più nella carne fragile e mortale in cui l’hanno conosciuto, ascoltato, visto e toccato (cf. 1Gv 1,1), ma è ormai un corpo glorioso, spirituale, in Dio.

È sempre uomo, ma la sua umanità, trasfigurata dalla potenza dello Spirito santo, è in Dio, totalmente partecipe della vita divina. Ecco perché i discepoli non devono “trattenere” Gesù (cf. Gv 20,17), non devono più decifrarlo in una “visione”, ma lo devono vedere, contemplare e confessare nel grembo del Padre, Dio vivente per sempre. La discesa del Figlio sulla terra, della Parola fattasi uomo (cf. Gv 1,14), è diventata, con la morte, ascensione al cielo, ripresa della condizione divina, come nell’in-principio.

Questo mistero ci appare quasi insostenibile: Dio, il Figlio in Dio, Gesù l’uomo risorto ma trafitto, con la sua umanità non più corruttibile in Dio, il Signore della chiesa nella gloria e sempre veniente per i suoi. Gesù risorto era stato visto dalle donne recatesi al sepolcro nell’alba del primo giorno della settimana, le quali avevano da lui ricevuto l’ordine di andare in Galilea, dove tutti i discepoli l’avrebbero visto (cf. Mt 28,7). Dunque gli Undici, cioè la comunità apostolica privata di Giuda, il traditore, e le donne discepole adempiono il comando di Gesù e vanno sul monte da lui indicato.

La Galilea è la terra di Gesù, è il luogo nel quale ha messo le radici; con quella terra Gesù ha fatto corpo, quella terra l’ha amata perché non era solo il teatro del suo agire e parlare ma un vero e proprio partner nella sua opera di salvezza. Per questo egli chiede alla sua comunità di andare là dove ci sono le tracce umane della sua vita, per comprendere la nuova forma della sua presenza, nell’accettazione della sua assenza fisica. Il vangelo deve però constatare che anche quando i discepoli “videro” Gesù, dubitarono.

Qui è appena accennato il mistero della fede: quando il credente in Dio aderisce a lui, mette la fiducia in lui, egli crede, ma nello stesso tempo è assalito dal dubbio e nelle sue profondità scopre un non credere, un’incapacità di aderire, di mettere fiducia piena e totale in Dio. È una lotta nella quale segretamente agisce lo Spirito santo che soffia sui dubbi, sulle domande, non per spegnerle ma per renderle capaci di “vedere nella fede” ciò che non saremmo capaci di vedere con le nostre sole facoltà. E allora ecco che la fede può vincere sull’incredulità, la convinzione sulla nientità.

Il travaglio avvenuto nei discepoli di Gesù dopo la sua morte è stato lungo, faticoso, segnato da indietreggiamenti e regressioni. Il loro non è stato un cammino senza contraddizioni, ma la potenza dello Spirito santo lasciato in dono da Gesù li ha portati a contemplarlo risorto, a collocarlo nel grembo del Padre come Signore vivente per sempre. Dio ha aiutato questi poveri uomini e queste povere donne con il suo Soffio santo che – come ci testimoniano i racconti evangelici della resurrezione – essi hanno sentito in sé come un angelo, un giovinetto, due uomini, due angeli presso la tomba vuota: tutti interpreti dell’evento di salvezza con il quale Gesù ha vinto la morte per sempre e il Padre lo ha rialzato dai morti. Da allora i discepoli, i credenti in Gesù, adorano e dubitano, ma ecco che il Signore risorto viene, si avvicina e dona loro la sua parola: “Io sono il vostro Signore, sono il capo del corpo che voi siete, la chiesa, nella pienezza della signoria donatami dal Padre con la resurrezione da morte e l’ascensione alla sua destra.

Perciò la missione ora è vostra, o meglio spetta a voi continuare la mia missione tra tutte le genti, dove troverete nuovi miei discepoli. Io non vi abbandono, ma sono con voi fino alla fine della storia”. Così termina il vangelo: all’inizio alla vergine era stato annunciato che avrebbe dato alla luce un Figlio, il Dio-con-noi, l’Emmanuele (cf. Mt 1,23; Is 7,14); ora, anche se nel seno del Padre, nella gloria divina, Gesù resta il Dio-con-noi per sempre.

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Questa voce è stata pubblicata il 31/05/2014 da in Anno A, Domenica - commento, Festività (A), ITALIANO, Pasqua (A).

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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