COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Prepararsi alla Domenica – SS. Trinità

Prepararsi alla Domenica – SS. Trinità

Anno A  Gv 3,16-18 – 15 giugno 2014

Una storia d’amore.

TrinitàVorrei tanto avere il desiderio che abitava nel cuore di Mosè, il desiderio di vedere la gloria di Dio e ritrovarmi a contemplare nell’adorazione come Dio si manifesta: sempre oltre ogni umana aspettativa. Il Dio potente che Mosè si aspettava di incontrare si manifesta come il Dio misericordioso. Vorrei tanto avere il desiderio di capire di Nicodemo che, seppur nel timore della notte, osa fare domande che scombussolano le sue certezze: il suo desiderio di capire sarà appagato solo dopo la morte di Gesù quando avrà toccato con mano cosa intendeva Gesù quando parlava di un Dio che tanto ama il mondo da dare il suo Figlio unigenito.

Il mistero di cui oggi facciamo memoria potrebbe sembrare qualcosa per addetti al mestiere, non già per noi. Eppure è il mistero nel quale tutto di noi ha inizio e tutto ha fine, tutto trova la sua ragion d’essere, quello che sei e quello che fai: nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo. Non cominciano forse così le nostre giornate (o almeno dovrebbero)? Non cominciano così le nostre attività (o almeno dovrebbero)? Non iniziano così i nostri pasti (o almeno dovrebbero)? Non inizia così la nostra preghiera, questa stessa celebrazione eucaristica? Tutto ha inizio e compimento nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome dello Spirito Santo.

Ma cosa vuol dire dare inizio a qualcosa nel nome del Padre?

Significa riconoscere che della vita non si è padroni e  non ne possiamo disporre a nostro piacimento. L’abbiamo ricevuta e perciò sulle nostre labbra non l’imprecazione ma il riconoscimento e la gratitudine (Francesco direbbe: la restituzione). È una vita che è feconda nella misura in cui non la trattieni ma sei disposto a perderla. Quando inizio qualcosa nel nome del Padre, riconosco di non essere io l’approdo ultimo di ogni cosa: la mia vita viene da altrove ed è incamminata verso un altrove che è la relazione con il Padre, appunto.

Nulla è senza senso: tutto verrà riscattato e ricapitolato come la trama di un mirabile disegno. Puoi stare nella vita con fiducia, certo che la meta dei tuoi giorni non è il baratro, non il nulla ma braccia pronte ad accoglierti continuamente.

Vivere nel nome del Padre è vivere non nella logica di un amore condizionato ma in quella di un amore in eccesso. L’eccesso di quell’amore che anche se tu non lo ricambiassi non per questo cesserebbe di amarti.

Cosa vuol dire iniziare qualcosa nel nome del Figlio?

Vuol dire riconoscere che questo Dio ha scelto di assumere la nostra vicenda, è entrato nella storia umana assumendola, condividendola e attraversandola. Vi è entrato scendendo. Quali risvolti potrebbe dischiudere il mistero di un Dio che discende! Egli non è qualcosa di astratto e di irraggiungibile: ha ritenuto degna di sé questa nostra umanità con cui non poche volte facciamo fatica a stare a contatto. Ha fatto sì che un’umana esperienza di non senso come il rifiuto, l’abbandono, il tradimento, il rinnegamento, diventasse esperienza di fecondità.

Puoi stare nella vita con speranza: la tua croce portata dietro di lui e come lui può essere motivo di benedizione per altri.  Quando inizio qualcosa nel nome del Figlio Gesù scelgo di stare nella vita con i suoi sentimenti, con il suo sguardo, con la sua passione.

Cosa vuol dire, infine, iniziare qualcosa nel nome dello Spirito Santo?

Vuol dire riconoscere che non soltanto Dio ha scelto di assumere la storia per farla sua ma ha voluto abitare nel cuore di ognuno di noi con la presenza del suo stesso Spirito che ci fa rivolgere al Padre così come poteva fare Gesù.

Puoi stare nella vita promuovendo comunione, amicizia, fraternità, custodendo i germogli che già intravedi spuntare attorno a te.

Quando inizio qualcosa nel nome dello Spirito Santo confesso che l’ultima parola sulla vita non è del male né della morte ma di Dio che continuamente fa sì che l’uomo riprenda a vivere.

Tutte le volte che ci segniamo con il segno della croce è come se ci lasciassimo immergere nella storia di un Dio che sta di fronte al mondo e di fronte a me perennemente nell’atteggiamento del dono: ha tanto amato il mondo da dare… Dare, non prendere, è il verbo di Dio. Dio dà, Dio non trattiene. Dio consegna, non porta via. Dio si espropria, non ruba. Io, immerso in una storia di gratuità e di dono.

Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com/

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Prepararsi alla Domenica – Santa Trinità

Anno A  Gv 3,16-18 – 15 giugno 2014

Riflessione sul Vangelo di ENZO BIANCHI

Gerarducci don Silvestro, Gradual 2 for San Michele a Murano (Folio 74)È la domenica in cui confessiamo la Trinità di Dio. In verità la Trinità di Dio è confessata dalla chiesa sempre, in ogni liturgia, ma recentemente si è sentito il bisogno di istituire una festa teologico-dogmatica, che non è conosciuta né dall’antichità cristiana né, tuttora, dalla tradizione cristiana orientale. È comunque l’occasione di una lode, di un ringraziamento, di un’adorazione del mistero del nostro Dio, comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito santo. Qualcuno può essere stupito che il testo evangelico scelto dalla chiesa per questa festa parli in modo manifesto solo del Padre e del Figlio, mentre sembra fare silenzio sullo Spirito santo.

In realtà lo Spirito è presente come “amore di Dio” e come “compagno inseparabile del Figlio” (Basilio di Cesarea), perché là dove sta scritto che “Dio ha tanto amato il mondo”, il cristiano comprende che Dio ha amato il mondo con il suo amore che è lo Spirito santo del Padre e del Figlio. La Trinità di Dio non è una formula cristallizzata e non occorre nominare sempre le tre persone per evocarla: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo sono termini che indicano una vita di amore plurale, comunitario, sono una comunione che noi tentiamo di esprimere con le nostre povere parole, sempre incapaci di “dire il mistero, la rivelazione”, del nostro Dio. Ma soffermiamoci sul brano evangelico.

Siamo nel contesto del colloquio notturno tra Gesù e Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), un “maestro di Israele” (Gv 3,10) che rappresenta la sapienza giudaica in dialogo con Gesù. È questo un dialogo faticoso per Nicodemo, che ha fede in Gesù ma fatica ad accogliere la novità della rivelazione portata da questo rabbi “venuto da Dio”. Gesù risponde alle domande del suo interlocutore, ma l’ultima risposta, quella più lunga, sembra contenuta all’interno di una meditazione dell’autore del quarto vangelo. Dunque, nei versetti che oggi la chiesa ci offre è Gesù a parlare oppure si tratta di una meditazione dell’evangelista? In ogni caso sono parole di Gesù non certo riportate tali e quali, ma meditate, comprese e ridette nel tessuto di una comunità cristiana che ha cercato di crederle e di viverle. Così si apre il brano: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna”.

Subito prima sta scritto: “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Queste due affermazioni sono parallele e si spiegano a vicenda. Affinché ogni uomo possa credere, aderire al Figlio dell’uomo e mettere la propria fiducia in lui, occorre che conosca l’amore di Dio per ogni uomo, per tutta l’umanità, per questo mondo. Tale amore di Dio si è manifestato in un atto preciso, databile, localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era un uomo, Gesù di Nazaret, nato da Maria ma Figlio di Dio, è stato innalzato sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine” (cf. Gv 13,1), e in quell’evento tutti hanno potuto vedere che Dio ha talmente amato il mondo da consegnargli il suo unico Figlio, da lui “inviato nel mondo”.

Ecco il dono dei doni di Dio: dono gratuito, dono di se stesso, dono irrevocabile e senza pentimento. Dono fatto solo per un amore folle di Dio, il quale ha voluto diventare uomo, carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), per essere in mezzo a noi, con noi, e così condividere la nostra vita, la nostra lotta, la nostra sete di vita eterna. Ecco ciò che è accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con la discesa dello Spirito che sempre è il compagno inseparabile del Figlio; ecco il mistero dell’amore di Dio vissuto in comunione, comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

Quel mondo (kósmos) che a volte nel quarto vangelo è letto sotto il segno del male, del dominio di Satana, “il principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), qui è letto come umanità, come universo che Dio vide “cosa buona” (Gen 1,4.10.12.18.21.25) e “molto buona” (Gen 1,31), che egli ha amato fino alla follia, fino al dono di se stesso, dono che gli ha richiesto spogliazione, povertà, umiliazione. Questo dono folle di Dio al mondo non ha come scopo il giudizio del mondo ma la sua salvezza: Dio vuole che l’umanità conosca la vita per sempre, la vita piena, che soltanto lui può darle.

Ma di fronte al dono resta la libertà umana. Il dono è fatto senza condizioni, dunque può essere accolto o rifiutato. Chi lo accoglie sfugge al giudizio e vive la vita per sempre, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso. Certamente troviamo qui espressioni di Gesù molto dure, radicali, ma esse vanno decodificate e spiegate. Se Gesù dice che “chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”, non lo dice manifestando una condanna per le moltitudini di uomini e donne che non hanno potuto incontrarlo nella storia, perché appartenenti ad altri tempi o ad altre culture.

Costoro, se avranno vissuto la loro esistenza in conformità all’esistenza umana di Gesù, contraddistinta dall’amore dei fratelli e delle sorelle, è come se avessero vissuto, pur con tutti i limiti umani, la vita di Gesù; e così, senza conoscerlo, senza professare il suo Nome nella fede cristiana, conosceranno la vita eterna in lui e con lui. Ma chi ha avuto una vita gravemente difforme dalla vita umana di Gesù, e anzi in contraddizione con essa, non conoscendo l’amore, costui è già giudicato e condannato: non c’è per lui vita eterna.

Enzo Bianchi

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Prepararsi alla Domenica

Solennità della Santissima Trinità

Ha un senso la memoria liturgica della SS. Trinità? Sì, se il mistero di Dio non lo impoveriamo a un balletto di numeri; sì, se il mistero di Dio respira dell’incanto del Libro dei Proverbi, della passione del cuore di Paolo, della tenerezza delle parole di Gesù nel discorso d’addio.

Questa festa è come un’oasi di contemplazione, dopo la pienezza della Pentecoste.

Il cammino ti ha portato alla soglia del mistero. E dalla fessura della soglia puoi intravedere, puoi contemplare. Chissà -me lo chiedo- se siamo ancora capaci, sul treno della vita, di contemplazione. O se non assomigliamo a quei pendolari che ormai viaggiano tutti i giorni, il volto infossato in riviste e giornali, mentre fuori accade il miracolo delle cose. Ma loro sono nelle riviste e nei giornali o nelle chiacchiere vuote.

E forse anche noi… nei libri e nelle riviste di teologia o nelle chiacchiere religiose. E non alzi lo sguardo.

Con l’esito -esito nefasto- che Dio sia ridotto a numeri e diventi un Dio, quanto meno, noioso. In un suo libro-rivista, il cardinale Karl Lehmann parla di un rabbino che gli raccontò che, nella scuola di religione da lui tenuta, era arrivato dalla Russia un giovane ebreo che, mentre lui spiegava, gli domandò a bruciapelo: “Ma di quale Dio parli? Anche Dio è morto. Oppure ne hai un altro?”.

Ecco, il Dio legato ad alcune immagini, ad alcune formule è morto! Quale Dio predichiamo? E, ancora, come possiamo raccontarlo?

Con la poesia, certo, come fa il libro dei Proverbi, con la passione come fa Paolo nelle sue lettere, con la tenerezza come fa Gesù con i suoi discepoli.

Forse ci basterebbe rileggere i pochi versetti del libro dei Proverbi che oggi abbiamo ascoltato per sentirci portare lontano -quanto lontano- da certe immagini così noiose di Dio, un Dio chiuso, imprigionato nell’immobilità, nell’impassibilità.

Si parla di un Dio che fin dall’inizio ha una compagna, un partner, nell’atto della creazione. È la Sapienza. È -pensate- il suo architetto. Dio ha un architetto, un architetto che immagina, che progetta, che suggerisce, che inventa con lui. E Dio la guarda con gioia, come si guarda con gioia, si contempla, un bambino piccolo che gioca. E dunque Dio non è solo! Non è un solitario: è dentro questo gioco del creato, dentro la danza delle cose, e si entusiasma a questa armonia, gode e prova gioia.

E chissà, chissà -mi chiedevo- che non possa far festa anche oggi, per gli architetti che sognano e inventano, che creano bellezza e armonia, che contrastano il degrado, l’abbrutimento della terra.

La poesia del libro dei Proverbi, la passione di Paolo nelle sue lettere. Paolo che ci assicura della speranza che ci è toccata, una speranza che non delude “perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che c’è stato dato”. Pensate che cambio di visione per noi. Per noi che siamo per lo più portati a leggere tutto in termini d’assenza, o di impoverimento, o di vuoto. Qui è il contrario: l’amore di Dio è stato riversato, è traboccante, nei nostri cuori.

E noi abbiamo accesso a questa grazia. E infine la tenerezza di Gesù nel suo discorso d’addio. Non ha potuto -pensate, neppure lui- dire tutto. E che presunzione quando noi ci comportiamo come se potessimo dire tutto, definire tutto. Neppure Gesù ha potuto dire tutto: “Ho ancora molte cose da dirvi”.

Lui conosce i nostri limiti, sa che cosa possono portare, di rivelazione, le nostre spalle: “… per il momento non siete capaci di portarne il peso”.

Ma ci promette lo Spirito “che vi guiderà alla verità tutta intera”. E che cos’è questa verità alla quale lo Spirito ci introduce? Non certo una serie di formule teologiche.

Ci introdurrà alla sapienza del vivere, quella sapienza custodita nella vicenda terrena di Gesù, questa sapienza sulla nascita, sulla vita, sulla morte, la sapienza del vivere che, secondo Gesù, ha questo suggeritore meraviglioso: lo Spirito che ha messo la sua dimora nei nostri cuori.

don Angelo
http://www.sullasoglia.it

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Questa voce è stata pubblicata il 14/06/2014 da in Domenica - commento, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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