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Malaysia, “resistenza non violenta”

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Malaysia, la Chiesa sceglie la “resistenza non violenta”

Dopo il divieto della Corte Suprema, il vescovo Paul Tan conferma che i cristiani continueranno a usare il termine “Allah”: è in gioco la libertà religiosa.

Malaysia, la Chiesa sceglie la “resistenza non violenta”Il giorno dopo la sentenza dell’Alta Corte sul divieto di usare il termine “Allah”, la Chiesa in Malaysia si lecca le ferite e, uscita sconfitta dalla lunga battaglia legale, sceglie la linea della “resistenza non violenta”: nessuna manifestazione di piazza per rivendicare un diritto sacrosanto, ma fermezza nel continuare a utilizzare una parola che “esisteva già prima che nascesse l’islam”. Lo spiega a Vatican Insider il vescovo Paul Tan, presidente dell’episcopato malaysiano, esprimendo tutto il suo disappunto: “È una decisione che inficia palesemente la libertà religiosa. Per anni, come cristiani malaysiani, siamo stati discriminati. I giudici sono fortemente influenzati da pressioni politiche e anche in questo caso sono stati imparziali”. E ora? Chiara la puntualizzazione sul futuro: “Ci atterremo a quello che i nostri leader cristiani hanno scritto nella dichiarazione di Kuching nel 1989: useremo la parola ‘Allah’, perché è un diritto fondamentale di libertà di religione sancito dalla nostra Costituzione. Nessuno potrà impedircelo”.

Il divieto imposto dall’Alta Corte, nel terzo grado di giudizio, infatti, è limitato solo alle colonne del settimanale cattolico “Herald”, della diocesi di Kuala Lumpur, che aveva avviato nel 2007 il ricorso legale. Non riguarda, invece – è bene ricordarlo – le Bibbie, gli incontri, le liturgie e le altre pubblicazioni delle comunità cristiane in Malaysia. È una interdizione circoscritta e specifica, come ha confermato pubblicamente il governo dopo la sentenza. I gruppi radicali islamici come “Perkasa”, invece, vorrebbero farne un grimaldello per ottenere l’uso esclusivo del nome “Allah” e imporre un divieto esteso e generalizzato a tutti i non musulmani. Aperta una falla dal verdetto della Corte, qui si gioca oggi la battaglia per la libertà religiosa in Malaysia.

“Proprio a questo mirano i gruppi islamici radicali”, mette in guardia Tan. Un segnale pericoloso è giunto dal Consiglio religioso islamico di Selangor che ha sequestrato centinaia di copie della Bibbia, mai restituite nonostante un preciso ordine della procura. Dopo il verdetto della Corte, il Consiglio ha avvisato che continuerà a requisire testi cristiani che contengono la parola “Allah”, arrogandosi il diritto di distruggerli. A fare diga contro l’interpretazione estensiva e le derive radicali devono essere soprattutto le istituzioni civili. Sul cui atteggiamento non mancano stridenti contraddizioni: “Da un lato – nota Tan – il governo ha annunciato che sosterrà l’accordo siglato in passato con i cristiani, ammettendo ufficialmente il libero uso della parola ‘Allah’. D’altro canto asseconda le masse di musulmani che formano il suo prevalente bacino elettorale”.

In ogni caso, la Chiesa non ha intenzione di promuovere reazioni pubbliche. “Il governo – conclude Tan – sa bene cosa chiediamo: il rispetto della Costituzione federale. Ma non organizzeremo manifestazioni di protesta per ribadire le nostre ragioni. Anche perché i fedeli temono le ritorsioni dei gruppi violenti. Noi cristiani vogliamo semplicemente costruire una società in cui siano riconosciuti tutti i popoli e le fedi religiose, nella giustizia e nella pace. E riponiamo la nostra fiducia in Gesù Cristo”.

Accanto al vescovo Tan, il gesuita Lawrence Andrew, direttore del settimanale “Herald”, è stato protagonista indiscusso, anche mediatico, della battaglia legale sul nome “Allah”. Il settimanale, che ha da poco festeggiato vent’anni di vita, ha una tiratura di 14mila copie ed esce in quattro lingue (inglese, bahasha, tamil e cinese) per raggiungere tutti i credenti, in una società multietnica e multiculturale. Andrew è stato bersaglio pubblico di manifestazioni dove militanti islamici hanno bruciato il suo ritratto, mentre sulla sua testa pendono ben 109 denunce penali, che lo tacciano di blasfemia. Come saranno gestiti dalla magistratura, di qui in avanti, questi procedimenti è l’incognita che si presenta ora. “Siamo molto delusi”, confida Andrew. “Usiamo la parola ‘Allah’ da secoli e ora ci viene detto che non possiamo più farlo. È un diritto che anche tre giudici della Corte suprema (il verdetto ha visto uno scarto di quattro a tre nel collegio giudicante) hanno riconosciuto, dichiarando il divieto illegale, incostituzionale e frutto di un abuso di potere. Come può una parola che esisteva già prima che l’islam nascesse diventare proprietà dei musulmani?”.

Da oggi in poi, tecnicamente, l’Herald, nella sua versione bahasha, sarà costretto a usare il termine “Tuhan” (che vuol dire “Signore”) per indicare Dio, dato che nella lingua locale non ci sono sinonimi. E, di fronte all’insistenza dei gruppi radicali islamici, che pretendono il nome Allah come appannaggio esclusivo, che fare? “Non reagiremo”, conferma Andrew. “Per loro e per il governo possiamo solo pregare”. Il Gesuita non teme per la sua incolumità: “Continuerò a lavorare e ad aver fiducia nel Signore. Come dice l’’Evangelii gaudium’ di papa Francesco, ogni battezzato è un missionario. Questo è un riferimento per la mia vita personale. Dio è più grande di tutti questi problemi”.

Paolo Affatato,
27/06/2014,
http://vaticaninsider.lastampa.it


Malaysian Church adopts a “non-violent resistance” approach

Following a ban from the Supreme Court, Bishop Paul Tan has stated that Christians will continue to use the name “Allah”: religious freedom is at risk.

The Malaysian Church is licking its wounds the day after the country’s highest court decided to ban Christians from using the word “Allah”. After being defeated in a long legal battle, the Malaysian Church has decided to go down the “non-violent resistance” route. The Church will not be holding demonstrations to uphold a sacrosanct right but is determined to carry on using a world which “existed before Islam did,” the President of the Malaysian episcopate, Bishop Paul Tan, told Vatican Insider, expressing his deep dismay. “The decision is a glaring rejection of religious freedom. Malaysian Christians have been discriminated for years. Judges are strongly influenced by pressure from political figures and in this case too they failed to show impartiality.” So what now? The accent is on the future: “We will abide by what was written by our Christian leaders in the Kuching Declaration on 1989: we will use the word “Allah” because it constitutes a fundamental right to the freedom of religion, as laid down by our Constitution. No one can prevent us from doing so.”

The ban imposed by Malaysia’s Supreme Court in the final stage of the trial is in fact limited to The Herald the diocese of Kuala Lumpur’s Catholic weekly, which filed an appeal in 2007. It is important to stress that it does not extend to Bibles, meetings, liturgies or other Malay Christian publications. The ban only applies to the above-mentioned newspaper, as government publicly confirmed after the sentence was passed. Islamic radical groups like “Perkasa” want the ban to be extended to all non-Muslims so they can have exclusive use of the name “Allah”. Having found this leak in the court’s verdict, a battle for religious freedom is now being fought in Malaysia.

“This is exactly what Islamic radical groups are aiming for,” Tan cautioned. A dangerous signal was sent from the religious Islamic Council of Selangor which seized hundreds of copies of the Bible that were never returned despite a clear order from the public prosecutor’s office. Following the court’s verdict, the Council warned it would continue to confiscate Christian texts containing the word “Allah” in them, claiming the right to destroy them. It is up to the civil institutions to prevent the spread of the ban and the influence of radicals. But their attitudes have been contradictory: “On the one hand – Tan noted – the government announced it would back the agreement made with Christians in the past, officially allowing free use of the word “Allah”. On the other hand, it backs the masses of Muslims which constitute its largest pool of voters.”

However, the Church does not intend to back any public reactions. “The government is well aware of what we are asking for,” Tan concluded. “That is for the federal Constitution to be respected. But we will not be organizing protests to get our points across, partly because faithful fear reprisals from violent groups. We Christians simply want to build a society in which all people and religious faiths are recognized, in a spirit of justice and peace. We place our faith in Jesus Christ.”

Besides bishop Tan, the Jesuit, Lawrence Andrew, The Herald’s editor-in-chief has also been a key player in the legal battle – including the media battle – over “Allah’s” name. The newspaper recently celebrated its 20th anniversary, it prints 14 thousand copies a week in four languages (English, Bahasa, Tamil and Chinese), so as to reach all faithful in what is a rich multiethnic and multicultural society. Andrew has been targeted in public, with demonstrators burning a portrait of him and 109 reports have been filed against him for blasphemy. How these proceedings will be handled by the courts remains a riddle for now. “We are very disappointed, “Andrew said. “We have been using the word “Allah” for centuries and now we are told we can no longer do so. Even three of the Supreme Court’s judges recognized it is our right (the federal court ruled this in a four-to-three decision) and declared the ban illegal, unconstitutional and the result of an abuse of power. How can a word that already existed before the birth of Islam become the exclusive property of Muslims?”

As of today, the Bahasa edition of The Herald will be forced to use the term “Tuhan” (meaning “Lord”) to refer to God, given that there are no synonyms in the local language. What to do about the Islamic radical groups’ insistence on claiming the word “Allah” as their own. “We will not react,” Andrew said. “We can do nothing but pray for them and for the government.” The Jesuit does not fear for his safety: “I will continue to work and to have faith in the Lord. As Pope Francis’ “Evangelii Gaudium” says, every baptised person is a missionary. I use this as a reference point in my own life. God is greater than all these problems.”


Malasia; la Iglesia elige la “resistencia no violenta”

Después de que la Suprema Corte prohibiera su uso, el obispo Paul Tan confirmó que los cristianos seguirán usando el término “Alá”: está en juego la libertad religiosa.

Un día después de la sentencia de la Suprema Corte sobre la prohibición de usar el término “Alá”, la Iglesia en Malasia, después de la derrota en la larga batalla legal, elige la línea de la “resistencia no violenta”: no habrá manifestaciones en las calles para reivindicar un derecho sacrosanto, pero habrá firmeza pues se seguirá usando una palabra que “existía antes de que naciera el Islam”. Lo explicó a Vatican Insider el obispo Paul Tan, presidente del episcopado malayo, quien expresó: “Es una decisión que daña claramente la libertad religiosa. Durante años, como cristianos malayos, hemos sido discriminados. Los jueces sufren las fuertes influencias de las presiones políticas y también en este caso fueron imparciales”. ¿Y ahora? La aclaración sobre el futuro es muy clara: “Nos atendremos a lo que nuestros líderes cristianos han escrito en la declaración de Kuching en 1989: usaremos la palabra ‘Alá’, porque es un derecho fundamental de libertad de religión marcado por nuestra Constitución. Nadie nos lo podrá impedir”.

La prohibición impuesta por la Suprema Corte, de hecho, se limita solamente a las columnas de la revista católica “Herald”, de la diócesis de Kuala Lumpur, que había puesto en marcha en 2007 un recurso legal. No afecta, y no hay que olvidarlo, a las Biblias, los encuentros, las liturgias y las demás publicaciones de la comunidad cristiana en Malasia. Es una decisión que se circunscribe específicamente, como comentó públicamente el gobierno después de la sentencia. Los grupos radicales islámicos, como “Perkasa”, en cambio, querrían que fuera un precedente para obtener el uso exclusivo del nombre “Alá” e imponer una prohibición extendida y generalizada a todos los no musulmanes.

Al abrir una grieta gracias al veredicto de la Corte, aquí lo que se juega es la batalla por la libertad religiosa en Malasia. “Justamente esto es lo que pretenden los grupos islamistas radicales”, comentó Tan. Una señal peligrosa acaba de llegar desde el Consejo religioso islámico de Selangor, que secuestró cientos de copias de la Biblia y no las restituyó a pesar de una orden específica de las autoridades. Después del veredicto de la Suprema Corte, el Consejo indicó que seguirá secuestrando textos cristianos que contienen la palabra “Alá”, pues estaría, según su opinión, en su derecho. Las instituciones civiles son las que están tratando de contener una interpretación excesiva y las posturas radicales. Pero hay algunas contradicciones, como subraya Tan: “Por una parte, el gobierno anunció que apoyará el acuerdo firmado en el pasado con los cristianos, admitiendo oficialmente el libre uso de la palabra ‘Alá’. Por otra parte, sostiene a las masas de musulmanes que forman su base electoral”.

De cualquier manera, la Iglesia no tiene ninguna intención de promover reacciones públicas: “El gobierno -concluye Tan- sabe muy bien qué pedimos: el respeto de la Constitución federal. Pero no organizaremos organizaciones de protesta para insistir en nuestras razones. Sobre todo porque los fieles temen la venganza de los grupos violentos. Nosotros los cristianos queremos simplemente construir una sociedad en la que sean reconocidos todos los pueblos y las religiones, e la justicia y en la paz. Y volvemos a proponer nuestra confianza en Jesucristo”.

Al lado del obispo Tan, el jesuita Lawrence Andrew, director de la revista “Herald”, ha sido un protagonista indiscutible, incluso en los medios de comunicación, de la batalla legal sobre el nombre de “Alá”. La revista, que acaba de festejar sus primeros 20 años de vida, cuenta con un tiraje de 14 mil ejemplares y es publicada en cuatro lenguas (inglés, bahasha, tamil y chino) para llegar a todos los creyentes en una sociedad multiétnica y multicultural. Andrew ha sido blanco público de manifestaciones en las que militantes islámicos han quemado su retrato, mientras en su contra hay 109 denuncias penales, que lo acusan de blasfemia. La incógnita es cómo se ocupará la magistratura a partir de ahora de los procedimientos legales. “Estamos muy desilusionados”, dijo Andrew. “Usamos la palabra ‘Alá’ desde hace siglos y ahora nos dicen que ya no podemos hacerlo. Es un derecho que incluso tres jueces de la Suprema Corte (el veredicto fue de cuatro contra tres en el colegio de los jueces) reconocieron, declarando la ilegalidad de la prohibición y su inconstitucionalidad, fruto del abuso de poder. ¿Cómo es posible que una palabra que existía antes de que el islam naciera se haya convertido en propiedad de los musulmanes?”.

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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