COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Cause ed espressioni dell’integralismo islamico

La guerra ‘santa’ nel testo coranico
e nelle sue interpretazioni successive

Maurice Borrmans

Cause ed espressioni dell’integralismo islamico

Questo testo è tratto da un libro (“Medio Oriente e matrici culturali dell’Europa”, Edizioni di Rezzara, Vicenza, 1996, pp. 139ss.) di Maurice Borrmans, islamista e presbitero francese dei Missionari d’Africa (Padri Bianchi). Seppure non più attualissimo, offre delle interessanti chiavi di rilettura per la comprensione dell’attuale momento di feroci scontri armati che stanno avvenendo nel medio oriente, e alcuni paesi asiatici e africani.

Alla ricerca di uno stile di vita

Mideast EgyptLe opinioni pubbliche occidentali, per far breve, sembrano impaurite ed affascinate, nello stesso tempo, davanti al fenomeno dell’integralismo islamico e alle sue molteplici espressioni a scala mondiale, integralismo che tende, tramite generalizzazioni ingiuste o semplificazioni inadeguate, ad essere identificato con l’Islàm di oggi nella grande varietà delle sue correnti culturali e spirituali. Le caricature sono ormai di moda: c’è il barbuto algerino in gallâbiya, del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) con il mitra in mano, che grida “Allâhu akbar”, oppure ci sono le donne iraniane, vestite dal grande tchador nero, con il kalachnikov in pugno, che sfilano a nome della rivoluzione islamica. Altrettante rappresentazioni sbagliate, certo, che però danno all’Islàm “radicale” un’impostazione “tra miti e realtà”. Allora, dove sta il mito, inventato o ricostruito dagli occidentali, oppure elaborato ed esaltato dai musulmani stessi? E qual è la realtà, tale quale drammaticamente vissuta dai fedeli dell’Islàm che si contestano oggi, tra di loro, il diritto di interpretare il Corano, di modellare la loro società, di assimilare la modernità o di criticare l’Occidente? Non è facile, d’altra parte, distinguere tra integralismo, fondamentalismo e islamismo: il riformismo musulmano ed il risveglio religioso vi si esprimono mediante tante forme intellettuali, politiche e spirituali! E infatti difficile dare alle cose il loro nome proprio senza riferimento alla lunga storia che le ha generate ed al contesto socio-culturale in cui vengono vissute oggi.

Forse ci conviene ascoltare in proposito un intellettuale marocchino del nostro tempo, il prof. Abdel Hadi Boutaleb, il quale ci confida, nel suo ultimo libro pubblicato in francese a Parigi, Le monde islamique et le project du nouvel ordre mondial, le sue ultime riflessioni: “In conclusione – dice il nostro Autore -, si può dire che il mondo islamico ed il mondo occidentale si trovano oggi a un pericoloso ‘tornante’. A causa di un abuso di razionalismo e di laicità, l’Occidente ha svuotato il progresso dal suo contenuto spirituale che gli doveva garantire la promozione dell’uomo. Quest’ultimo sembra non aver più importanza e si vede sacrificato a favore della capitalizzazionc economica, del plus-value dei mercati. Quanto al mondo islamico, esso aveva tentato nella sua grande maggioranza di adottare lo stile di vita del Nord, liberale o socialista, ma si è infine reso conto del fallimento di entrambi i modelli per ritrovarsi allora davanti ad una ‘implosione’ di tipo religioso. E poiché era sprovvisto di un progetto sociale ben definito, questo mondo islamico è entrato in conflitto con i suoi ‘contestatori’, conflitto che genera a casa sua instabilità ed anarchia, riportando tutti quanti all’era – che si credeva superata – della jâhiliyya (la barbarie) anti-islamica”.

Tale osservazione non manca di perspicace oggettività e costituisce per noi, cristiani e musulmani, una sfida intellettuale e spirituale. Infatti per quali cause si sono moltiplicate le manifestazioni dell’integralismo islamico da quasi trenta anni, che siano violente o pacifiche, organizzate o spontanee, e questo dappertutto nel mondo musulmano? E come ne possiamo apprezzare le varie espressioni per tentare qualche discernimento e valutare positivamente le possibilità future di dialogo e di collaborazione, tanto più che il Mediterraneo è chiamato a diventare un luogo di scambio e di arricchimenti reciproci per il bene dei popoli della sponda del Sud come della sponda Nord?

Le cause dell’integralismo islamico

Francois Burgat, all’inizio del suo libro recentemente tradotto in italiano. II fondamentalismo islamico (Algeria, Tunisia, Marocco, Libia), ci dice che “comprendere la spinta islamica significa senza dubbio essere capaci, in primis, di calcolare i possibili effetti, non potendo evitarle, delle trappole insite in tutti i tipi del percorso orientalista. Il relativo inventario, da Edward Saìd a Bernard Lewis e da Hasan Hanafi a Fu’âd Zakariyâ, si è considerevolmente arricchito nel corso dell’ultimo decennio, anche se le sue imprevedibili varietà continuano a dar filo da torcere. Comprendere l’islamismo implicherebbe soprattutto, nell’intreccio dei discorsi e delle rappresentazioni, essere capaci, in mancanza di una soddisfacente dissociazione tra l’io e l’altro, di rimanere consapevoli dei limiti di un tentativo di oggettivazione”. Ed e proprio per questo che ci accontenteremo in questa sede di proporre alcune chiavi interpretative ipotetiche, lasciando al lettore o allo spettatore il compito di privilegiare l’una o l’altra. Ma tutti dobbiamo essere consapevoli, anzitutto, di una “costante” della storia dell’Islàm: la sua lunga e travagliata storia (quattordici secoli e tanti califfati, sultanati, emirati e repubbliche!) testimonia che, tra i musulmani, ci furono sempre dei gruppi di contestazione politica, spesso violenta, che hanno addirittura frantumato l’unità primordiale dell’Islàm dei “califfi ben guidati” (furono quattro, ma tre furono uccisi!): Khârigiti, Shî’iti, Qarmatî, Fâtimidi, Drusi, ecc., si sono opposti ai poteri “centrali” a nome di un Islàm intransigente. Se le maggioranze sunnite sono sempre riuscite a trovare le soluzioni di compromesso, con grande realismo umano e religioso, tra gli imperativi dell’ideale islamico e la complessità delle realtà economiche, culturali e politiche, ci sono state sempre delle minoranze esigenti e contestatrici a nome di un Islàm rigido che sarebbe più fedele al Corano, alla sunna e alla legge o Sharî’a. E proprio in questa tradizione di rivendicazione che si collocano le varie espressioni odierne dell’integralismo islamico.

Alle soglie dell’altro secolo, il mondo islamico nei suoi vari “Stati” indipendenti è stato invitato o costretto ad assumere la modernità, i cui modelli si trovavano allora nell’Occidente europeo, e poi americano. Ed è vero che l’assumere tali modelli (per uno sviluppo autonomo, politico ed economico), dopo reinterpretazioni faticose i cui leaders furono al-Afghânî, Muhammad ‘Abduh e Rashîd Ridâ, nel mondo arabo-turco, costituiva una forma di occidentalizzazione. Pian piano l’economia, la cultura e la politica, soprattutto quando tutti i Paesi musulmani si ritrovarono sotto amministrazione europea, direttamente o indirettamente, costituirono i settori principali di una modernizzazione “all’occidentale” i cui valori fondamentali erano considerati corrispondenti all’ideale musulmano. È anche vero che lo sfacimento dell’Impero Ottomano (1918) e la soppressione del Califfato, nel 1924, da parte di Mustafâ Kamâl, fondatore della Turchia moderna, nazionalista e laica, hanno segnato una tappa importante nella storia recente: la Turchia era forse un nuovo modello da seguire? Come è ancora vero che gran parte delle élites nazionali, nella loro lotta a favore dell’indipendenza politica dei loro Paesi, non esitarono ad assumere le forme occidentali dell’affermarsi nazionale e culturale, senza dare troppo spazio all’Islàm dei loro connazionali. Chi potrebbe immaginare Tâhâ Husayn pubblicare oggi il suo Mustaqbal al-thaqâfa fi Misr dove nel 1938, egli vantava la stretta corrispondenza della cultura arabo-egiziana con la civiltà greco-ellenistica? Ma si potevano anche segnalare allora, fin dalla fine del secolo XVIII, delle zone di prima contestazione religiosa, come quella del movimento Wahhâbita nel cuore della penisola araba, a favore di un Islàm puritano e conservatore. Il fatto sta che, modernizzati più o meno, e diventati indipendenti dopo la prima o la seconda guerra mondiale (e talvolta dopo una lunga guerra d’indipendenza, come per l’Algeria), i Paesi islamici hanno dovuto fronteggiare un insieme di sfide quasi insuperabili.

Realtà storiche e difficoltà attuali

Cosa è successo nei Paesi islamici nel corso degli ultimi trenta o cinquant’anni? Da una parte, l’indipendenza politica non ha automaticamente generato quella economica, né quella culturale, tanto più che la “guerra fredda” tra l’Occidente ed il mondo sovietico, per quasi cinquant’anni, a causa della concorrenza tra le due super-potenze, ha paradossalmente rafforzato le indipendenze politiche formalmente e le dipendenze economiche realmente (si veda la “gara” internazionale per “aiutare” il Terzo mondo in materia tecnologica!). D’altra parte, questi Paesi hanno visto la loro popolazione raddoppiarsi in cifre assolute (la popolazione del Marocco passa da 9 milioni nel 1958 a 23 milioni nel 1985, quella dell’Algeria da 10 milioni nel 1963 a 21 milioni nel 1985 e quella della Tunisia da 4 milioni nel 1959 a 7,5 milioni nel 1985), sì che a causa di tale pressione demografica si sono susseguiti tanti problemi collegati tra di loro: urbanizzazione accelerata e disorganizzata (a scapito delle campagne) con l’emergenza di megalopoli incontrollabili (Il Cairo, Casablanca, Istanbul, ecc.), dove lo Stato si rivela incapace di assicurare i servizi di prima necessità, scolarizzazione massiccia e mal preparata con cambiamenti continui di programmi e di manuali, femminizzazione del personale insegnante e tante bocciature agli esami (senza parlare dei problemi che risultano dal bilinguismo a scuola e dalla diglossia nella società), disoccupazione generalizzata dei giovani in una economia dove le pianificazioni centralizzate non lasciano spazio alle iniziative private, strumentalizzazione della religione (e del suo “personale”) a favore di un ideale nazionalista e rilettura della storia del Paese in chiave ideologica, sì che la religione e la storia legittimano lo Stato ed il suo governo (tanto più che spesso la politica sta nelle mani del “partito unico”, espressione trascendentalizzata dell’unanimità nazionale!), relazioni più o meno privilegiate (economicamente e culturalmente) con l’ex Stato europeo amministratore coloniale e tanti altri “dati socio-politici” le cui conseguenze si riassumono in conflitti tra classi sociali, modelli culturali ed interpretazioni religiose.

Parallelamente, tutti i Paesi arabo-musulmani sono stati coinvolti nel dramma palestinese e nei molteplici conflitti israelo-arabi (con il “trauma” della disfatta del 1967), mentre l’Afghanistan accoglieva migliaia di volontari, mujâhidûn, per lottare contro l’Armata Rossa con l’appoggio del Pakistan e degli Stati Uniti d’America, per non parlare della lunga guerra Iraq-Iran e della strana “guerra del Golfo” in cui la Santa Alleanza dei governi conservatori (e integralisti) della penisola con gli Stati occidentali ha rivelato quanto gli interessi economici sono più importanti dei diritti dell’uomo. Si può allora capire che, davanti al fallimento delle borghesie nazionaliste, di stampo tradizionale (Marocco) o modernizzato (Tunisia), e poi dei socialismi rivoluzionari alla Jamâl ‘Abd al-Nâsir e dei sogni unitaristi laici tra Paesi arabi, per non parlare ancora della loro incapacità a risolvere il “problema palestinese”, nuove leve di musulmani, colte in arabo e a loro agio con le tecniche moderne, abbiano voluto riconsiderare i modelli di sviluppo più loro proposti per trovarne altri che coinciderebbero più da vicino con le loro tradizioni storiche e culturali e con le richieste della loro religione, reinterpretate a modo loro, tanto più che, nel frattempo, i cosiddetti modelli occidentali di società si erano rivelati limitati, contraddittori ed anche “decadenti” (false democrazie, applicazione selettiva dei diritti dell’uomo, lassismo individualistico sfrenato, egoismo di gruppi e civiltà del consumismo) e venivano dunque percepiti come una “aggressione culturale”.

Le espressioni dell’integralismo islamico

Quando la stampa o la televisione, in Occidente, trattano dell’integralismo islamico, si parla ben presto dei Fratelli Musulmani in Egitto, della Rivoluzione di Khumaynî nell’Iran, del suo fidato alleato libanese, il Hizb Allâh, del Fronte Islamico di Salvezza in Algeria e del Hamas palestinese, ed a questi partiti o correnti vengono paragonati gruppi simili in Siria, in Giordania, in Libia, in Sudan, in Tunisia e in Marocco, ma tutti hanno una storia specifica e la loro importanza relativa dipende direttamente dal contesto nazionale dove sono cresciuti, senza che si possa parlare di una “internazionale organizzata dell’integralismo islamico”, nonostante le pretese dei recenti Congressi di Turabi a Khartoum su iniziativa del governo sudanese. Però, stampa e televisione non parlano mai dell’integralismo wahhâbita dell’Arabia Saudita o delle sue forme più o meno vicine degli Stati del Golfo, integralismo che propone e impone il suo modello di rigorismo islamico (le donne non possono guidare le macchine ed ogni anno centinaia di condanne alla pena capitale sono attuate!) sia ai pellegrini che soggiornano alla Mecca ogni anno sia a tutti i musulmani che collaborano con la Lega del mondo islamico che ha sede alla Mecca ed è controllata dal governo saudita. (…)

Così, come ricorda Paolo Branca nel suo libro intitolato La strategia della moschea (l’Islàm radicale tra miti e realtà), “i movimenti islamici radicali non costituiscono un blocco monolitico e compatto, ma presentano caratteristiche diverse e articolazioni sulle quali la storia e gli orientamenti dei singoli Paesi hanno un peso determinante e intrattengono con le istituzioni rapporti di natura variabile”. Però, come è stato sottolineato prima, anche se “le cause del fenomeno risiedono piuttosto nel contraddittorio rapporto delle società arabe e musulmane con i modelli di vita e di pensiero di stampo occidentale che la fine dell’epoca coloniale non ha risolto, ma semplicemente trasferito su altri piani e che si sono per di più aggravati a causa della situazione sociale ed economica molto precaria”, l’affermazione recente, rinnovata e generalizzata, del radicalismo musulmano può anche essere considerata conseguenza diretta di un ricupero di alcuni princìpi islamici classici. Infatti, se i vari integralismi islamici parlano ben poco di Dio e piuttosto poco di Muhammad, essi insistono ad oltranza sull’applicazione della legge islamica (al-Sharî’a), identificata con l’attuazione perfetta dell’ Islàm, dîn wa-dawla (religione e Stato). Il tunisino Rashid Ghannûshî ha scoperto, nella sua “famosa notte”, che “finora egli non era musulmano, che egli era fuori dall’Islàm”: scoperta improvvisa, metamorfosi inaspettata, retrouvailles strane di molti con un “essere musulmano” che richiede un mutamento culturale ed un ritorno ai valori oppure alle regole dell’Islàm in quanto è legge che regge tutto l’ordinamento della società, il che esige il rifiuto della dominazione culturale occidentale e la lotta contro “i principi musulmani miscredenti”.

Tutto sta dunque nell’ampiezza interpretativa delle parole Islàm e Sharî’a. Infatti da vent’anni circa il verbo aslama, islamizzare, viene spesso utilizzato dalle riviste e dai predicatori: bisogna islamizzare l’insegnamento e la cultura, bisogna islamizzare i costumi ed i comportamenti, bisogna islamizzare le banche e l’economia, bisogna soprattutto islamizzare la legislazione, essendo l’applicazione integrale dello Statuto Personale (diritto della famiglia e delle successioni) e del Codice penale coranico il criterio ultimo dell’islamizzazione di una società. Per gli integralisti, il contenuto della suddetta legge islamica non si discute, benché non sia mai stata “codificata” precisamente. “È il primo ed ultimo parametro” secondo ‘Abd al-Qâdir ‘Ûda, come “essa è l’espressione della legge cosmica di Dio” secondo Sayyid Qutb. Si può allora capire che poligamia e ripudio, divieto degli alcoolici e condanna dell’apostasia, la barba per gli uomini ed il velo per le donne, diventino i criteri del carattere islamico di una società.

Molti dotti ed intellettuali musulmani, di cultura religiosa, hanno dimostrato il contrario, insistendo sul carattere evolutivo delle prescrizioni giuridiche della legge islamica, ma sono considerati come traditori o miscredenti, ed è proprio questo assolutismo ideologico dei movimenti integralisti che lascia poco spazio a un primo pluralismo tra i musulmani stessi: essi costituiscono, come dice un hadîth, , la “setta salvata” (al-firqa al-nâjiya), ed avrebbero il diritto di giudicare l’Islàm degli altri e di condannarlo anche quando questi ultimi compiono i cinque riti del culto ed aderiscono agli articoli del credo.

Dove sta dunque la “specificità islamica” delle persone e delle società? È un vecchio dibattito che dotti colti e credenti semplici hanno molto spesso concluso, nella storia, a favore del rispetto delle coscienze dei singoli e del pluralismo delle interpretazioni. Bisogna però lamentare una certa debolezza da parte dei rappresentanti dell’”Islàm ufficiale”, più o meno strettamente legati ai governi dei loro Paesi, oppure prendere atto di un loro silenzio complice o di un loro intervento interessato affinché “l’ordine pubblico islamico” venga rispettato da tutti, anche dai governi più o meno “laici”. (…) Il dibattito delle idee o la reinterpretazione della Sharî’a appaiono così come vietati per tutti. “L’Islàm ufficiale” tace e gli integralisti islamici intendono così rendere gloria a Dio costringendo tutti a rispettare la sua volontà, e cioè la sua legge positiva divina, dimenticando che sovente le sue disposizioni giuridiche sono semplicemente il frutto di elaborazioni scolastiche, del tutto umane!

Conclusione

L’Islàm odierno si vede così ineluttabilmente chiamato e costretto a risolvere tanti problemi economici, culturali, politici e teologici. La situazione internazionale e la storia locale hanno fatto sì che, dappertutto, i musulmani tendono a cancellare il cosiddetto “ritardo tecnologico”, ricorrendo per questo a modelli di società avanzata del tutto contraddittori. Accanto a coloro che assumono la modernità con tutti i suoi valori di democrazia, di scienza e di tecnologia (includendovi i diritti dell’uomo del 1948), ce ne sono altri che rifiutano “l’aggressione culturale” e pensano di trovare nel patrimonio a loro trasmesso dagli antenati i modelli più adatti che permetterebbero di assimilare le esigenze scientifiche e le “comodità” della modernità, senza dover abbracciarne i presupposti culturali e filosofici. L’avvenire dirà chi, tra di loro, aveva ragione. Bisogna però auspicare che tale dibattito si sviluppi pacificamente nella “dimora dell’Islàm” per il bene di tutti e trovi dei modi adeguati di inserimento nella cooperazione internazionale, perché molti osservatori riconoscono che esiste, più che mai, il pericolo di uno “scontro delle civiltà” (si veda il libro di Huntington in materia: The Clash of Civilisations), scontro che molti pessimisti considerano come ineluttabile. E urgente dunque per ogni società, e forse per ogni civiltà, interrogarsi sui valori che ne garantiscono l’umanizzazione e sulle immagini che dà di se stessa agli altri. Se tocca ai musulmani autentici dare un’immagine rassicurante ed attraente del loro Islàm, lungi dalle varie espressioni talvolta oppressive degli integralismi islamici, tocca anche ai veri cristiani riformare le loro società occidentali, rivalorizzarne i princìpi fondatori e correggere instancabilmente le immagini che ne danno la loro stampa e le loro televisioni. Al di là del possibile “scontro delle civiltà”, tutti i credenti sinceri dovrebbero impegnarsi generosamente per facilitare “l’incontro delle civiltà”. Il Mediterraneo ne ha bisogno più che mai, malgrado i malintesi della storia passata e recente.

(Da Medio Oriente e matrici culturali dell’ Europa, Edizioni di Rezzara, Vicenza, 1996, pp. 139-147).

http://www.incontripioparisi.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 17/07/2014 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

  • 384.807 visite
Follow COMBONIANUM – Spiritualità e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 812 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: