COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Vangelo e periferie

Vangelo e periferie

Prof. Andrea Riccardi

Alla Comunità di Sant’Egidio si è svolto alcuni mesi fa (21 marzo 2014) un convegno intitolato “Le periferie umane ed esistenziali alla luce del Vangelo – ortodossi e cattolici sulla via della carità”. Pubblichiamo qui l’intervento del prof. Andrea Riccardi, esperto del pensiero umanistico contemporaneo e fondatore della Comunità di Sant’Egidio (1968), conosciuta per il suo lavoro a favore della pace e del dialogo e l’impegno sociale.

comunita sant'egidio

Il mondo sta cambiando in modo profondo e rapido. Molti cristiani discutono sul problema della secolarizzazione a ragione; ma c’è un problema più grande in questo inoltrato secolo XXI, la globalizzazione. In realtà la globalizzazione sta trasformando l’orizzonte della vita umana, spostando i confini, rimodellando le società. Anche i poteri si dislocano dal centro delle città e delle nazioni verso un luogo più lontano, fuori dal contatto con la vita della gente. Lo abbiamo visto nella recente crisi economica e finanziaria internazionale.

Soprattutto il mondo della globalizzazione è divenuto un universo urbano. Nel 2006, per la prima volta nella storia dell’umanità, metà, la popolazione mondiale delle città ha superato quella delle campagne. Siamo in un mondo urbano, dove la storia e la vita si fanno nelle città. Le città pongono il problema delle periferie. Specie le grandi megalopoli, che caratterizzano alcune parti del mondo: nel 2020 ci saranno nove città con più di venti milioni di abitanti. Se prendiamo Città del Messico con i suoi più di 35 milioni di abitanti, ci rendiamo conto di quello che vuol dire “periferia” e vita periferica, come marginalità dal centro. La gran parte dei cittadini globali abitano nelle periferie, sono periferici rispetto al potere, senza centro, periferici per la loro povertà.

Che cos’è il centro d’una città dalle grandi dimensioni, dove spesso regno l’insicurezza? Il centro storico di San Paolo del Brasile, il luogo dove si ergono la cattedrale e la memoria della fondazione della città, è divenuto in larga parte marginale. La megalopoli è una città senza centro. Dov’è il centro, luogo delle decisioni, del potere, dell’incontro, la matrice dell’identità? Nel mondo globale è sempre più difficile dire cosa sia e dove sia il centro. Il potere delle istituzioni politiche e amministrative si riducono rispetto ai poteri internazionali, spesso finanziari e economici.

Si realizzano anche processi di periferizzazione di intere parti della città. In una media città come Roma, con circa tre milioni e mezzo di abitanti, si assiste allo svuotamento del centro, divenuto sempre più uno spazio e una vetrina per i turisti. Anche a Roma esiste il problema delle periferie, segnate dalla crisi economica e dal problema dell’integrazione degli immigrati.

La città globale con le sue periferie presenta un problema di sicurezza e di controllo. Nelle periferie urbane, che sono spesso anche umane, ci sono scarse risorse sociali e comunitarie. Non raramente, a donne e uomini spaesati, si offrono rete sociali, dirette dalle mafie, dai narcotrafficanti, che conoscono il valore del controllo del territorio (in Messico ci sono 784 territori sotto controllo esclusivo delle mafie). Nel quadro di insicurezza generale e di diffusa criminalità, la vita dei benestanti si rinserra nei compound blindati, mentre si smarrisce il centro.

L’uomo e la donna della globalizzazione fanno parte di un universo vasto, dai confini smisurati, trovandosi a essere sempre più periferici. La condizione umana è profondamente cambiata e non da oggi. E’ una realtà europea, ma soprattutto americana, latino-americana, africana e asiatica. Non è un caso che papa Francesco, figlio e vescovo di una megalopoli come Buenos Aires (un’area metropolitana di 13 milioni di abitanti), abbia posto con forza il problema della Chiesa nella città e nelle periferie urbane e umane. L’arcivescovo Bergoglio diceva di Buenos Aires: “si tratta di una città pagana; non lo dico in senso peggiorativo, ma solo come constatazione. E’ una città che adora molti dei”. Aggiungeva che proprio in questo mondo pagano c’è però Dio: “La fede ci insegna che Dio vive nella città, in mezzo alle sue gioie, ai suoi desideri e alle sue sofferenze, come anche nei suoi dolori e nelle sue sofferenze. Le ombre che segnano la quotidianità delle città… non possono impedirci di cercare e di contemplare il Dio della vita anche negli ambienti urbani” (è il testo della conferenza dei vescovi latino-americani di Aparecida che tanto deve al lavoro di Bergoglio). Dio non ha lasciato la città, che è divenuta non solo secolare, ma disumana, periferica.

Il problema della fede vissuta nella città e nelle periferie viene da lontano. Negli anni Cinquanta (quando solo il 16% della popolazione mondiale viveva nelle città), la Chiesa di Parigi sentì forte la sfida delle periferie, specie operaie, dove la fede cristiana appassiva e si affermava una nuova fede di riscatto sociale, il comunismo. Bisogna tener conto che in Italia e in Francia, il comunismo è stato una forza politica liberamente sostenuta da milioni di lavoratori, a differenza dell’Est europeo e della Russia. L’arcivescovo di Parigi sentiva che nelle periferie della sua città c’era una nuova terra di missione, in cui lanciare preti per vivere la vita degli operai. La proposta, per preti e laici, era entrare nel mondo operaio ed essere periferici come loro: insomma compiere un salto culturale e sociale per parlare della fede e del Vangelo in un ambiente lontano dal cristianesimo. Era essere Come loro, per usare il titolo di un fortunato libro di René Voillaume (pubblicato nel 1950), nella spiritualità della condivisione di Charles de Foucauld. I piccoli fratelli e le piccole sorelle di Gesù, nati in questa spiritualità, si rifacevano all’idea di una condivisione dei periferici della terra, non solo delle città, ma anche delle regioni remote della storia.

Anche la Comunità di Sant’Egidio, nata nel 1968 in ambiente studentesco, sentì la sfida delle periferie di Roma, che allora avevano aspetti da Terzo Mondo, lontane dalla vita della Chiesa, caratterizzate da una separatezza dalla città del potere e da quella dei ricchi. Allora -siamo negli anni Settanta e Ottanta- nacque per Sant’Egidio l’idea di una comunità cristiana che rincomincia dalla povera gente, dal basso, dalle periferie, celebrando la liturgia tra di loro e realizzando legami di fraternità e solidarietà tra marginali, che divenivano attori di vita cristiane e comunitaria. Dopo il confronto con Roma, che tuttora continua con molta forza, la Comunità ha sentito l’attrazione e responsabilità per i mondi periferici, come quelli del dolore, o per le regioni africane segnate dal conflitto e dalla povertà. Il card. Bergoglio, parlando alla Comunità di Sant’Egidio di Buenos Aires, sottolineò come l’impegno per la pace della stessa Comunità a livello internazionale nascesse dal radicamento nel mondo periferico:

“Uno dei tratti di questa Comunità… è la vicinanza alle periferie dell’esistenza, ai più poveri, ai più emarginati, ai più abbandonati. Forse è per questa stessa vicinanza, come lo fece Gesù, che trova forza per abbassarsi e per portare avanti il compito artigianale della pacificazione, di avvicinamento e d’instaurazione dell’amore.”

La periferia -ho citato qualche esperienza recente- non è problema nuovo per il cristianesimo. Ma, nel mondo globalizzato del XXI secolo -come ho detto- assume forme veramente nuove, quelle di una sfida e di una vocazione per la Chiesa. La città globalizzata produce una qualità diversa del vivere, attenua i legami comunitari e familiari, crea problemi di sicurezza e di convivenza, mentre cresce il mondo degli slums. Oggi, più di un miliardo di persone -secondo le Nazioni Unite- sono poveri, senza radici, marginali: sono poveri più del 40% della popolazione urbana di paesi come l’India, la Nigeria, il Bangladesh, le Filippine, la Tanzania, il Sudan. C’è chi parla della realtà periferica come “vulcani” sociali pronti a pericolose eruzioni. Qui si tratta di comprendere le nuove sfide che non sono soltanto la secolarizzazione, ma soprattutto una diversa condizione umana e anche di una nuova religiosità.

Infatti la città globale, quella delle nuove e sterminate periferie, non è tanto “la città secolare”, tema e titolo di un fortunato libro del teologo battista americano, Harvey Cox, edito nel 1965-66. Lo si credeva fino a qualche anno fa; ma la realtà è che la città globale è luogo delle tante e contraddittorie religioni. L’uomo e la donna della globalizzazione sono spaesati, come ha intuito Todorov, soli e senza punti di riferimento: questo è il loro problema. Allo spaesamento dell’uomo e della donna delle periferie risponde una specie di teologia della prosperità, che anima tante comunità che si pretendono religiose e che garantiscono accoglienza, protezione, miracoli, benefici.

E’ la seria problematica delle nuove religiosità, insediate fortemente nelle periferie urbane, con la predicazione e le comunità neoprotestanti o di tipo settario, come la Igreja universal do Reino de Deus, nelle periferie di San Paolo del Brasile, tra l’altro, con la costruzione di un enorme tempio che ricopia le forme delle ricostruzioni di quello di Salomone. Basta pensare a Kampala in Uganda, il Miracle Centre Cathedral, un palazzetto dello sport sempre ricolmo di gente che, in riunioni a metà tra la preghiera collettiva e la fiera, chiede miracoli. Per il suo fondatore, Robert Kayanja, il desiderio e il sogno di ciascuno possono divenire reale destino attraverso il ministero della preghiera. Non sono che due esempi di un universo di religiosità miracolistica per cui -rifacendosi alla Bibbia- le Chiese potrebbero e dovrebbero parlare di falsi profeti.

Le donne e gli uomini del mondo globale sono più spesso religiosi che secolari. Ma la loro religiosità è senza parole, senza Vangelo, tuttavia esiste. Nel Messico, stiamo assistendo negli ultimi anni a un fenomeno totalmente nuovo, ma imponente: quello del culto della cosiddetta Santa Muerte, una specie di Vergine con il volto dello scheletro, il cranio, a cui i narcotrafficanti e la gente comune si raccomandano per essere liberati dalla morte, ma anche per far morire i propri nemici. A Città del Messico si trova un tempio di questo nuovo culto, che ha stampato un Vangelo della Santa Muerte. Gli uomini e le donne periferiche si esprimono con linguaggi e riferimenti religiosi che non sono più quelli del Vangelo comunicato dalle Chiese di origine apostolica.

La vita umana si colloca su scenari nuovi, anche se i nomi delle città restano gli stessi: cambiano la qualità dell’esistenza, delle relazioni, la cultura. Un papa, come Francesco, che viene da una grande città latino-americana, l’ha intuito e vuole lanciare la Chiesa nella missione del vangelo e nel dialogo con i nuovi mondi periferici. Non si può restare alle porte di questo vasto universo, magari solo ricordando alcuni principi morali, familiari e etici, finendo per dividere la società in pochi buoni convinti di tali principi e la maggioranza cattiva e perduta. Francesco, nell’Evangelii Gaudium, il documento programmatico del suo pontificato, fa un’osservazione acuta: “Il cattivo spirito della sconfitta è fratello della tentazione di separare prima del tempo il grano dalla zizzania, prodotto di una sfiducia ansiosa ed egocentrica.”

Spesso una Chiesa moralista è una realtà che accetta l’esclusione dalle periferie dove vive gran parte del popolo. E’ una Chiesa che accetta di lasciare lontano un vasto popolo. Forse la Chiesa è troppo lontana, istituzionale, fredda, rispetto al nuovo popolo che emerge dalle periferie. Sostanzialmente ha talvolta un atteggiamento che punta a condizionare, anche in senso cristiano, il mondo a partire dal centro. Ci sarebbe molto da dire in proposito. Ma si lasci fare un’osservazione realistica: il centro, nel mondo globale, è lontano e sfuggente.

E il mondo -ha ragione papa Francesco- si capisce dalle periferie. In Europa, dove pur abbiamo accumulato un incredibile e stratificato deposito di cultura, facciamo fatica oggi a capire i nuovi orientamenti del mondo globalizzato. Per questo il messaggio dell’Evangelii Gaudium è uscire, andare verso gli altri, raggiungere le periferie dell’umano, della città, della povertà. Rileggo questo messaggio di uscire, con passione, non solo per l’ossequio dovuto alla proposta del papa, ma perché ne siamo convinti da molti anni, con la vita di Sant’Egidio nelle periferie delle città, in quelle della povertà, del mondo, come tante regioni africane. Infine aggiungo un terzo motivo, perché credo -come ho detto- che la sfida del cristianesimo del XXI secolo sia proprio quella di vivere, risorgere o morire a partire dai mondi periferici. Infatti il cristianesimo, in questo nuovo mondo globalizzato, -non lo si sottovaluti- è sfidato a morte. Non facciamoci ingannare dalla posizione di confortata minoranza in Europa o dalle chiese piene: sfidati dal nuovo mondo della globalizzazione a vivere o morire. Ma noi sappiamo che, nonostante le difficoltà, lo Spirito protegge la Chiesa e la fa risorgere. Ne abbiamo un grande esempio nella Chiesa russa che, negli anni Quaranta, sotto i colpi implacabili della persecuzione, appariva morente o morta a tanti osservatori stranieri. Mentre, grazie alla fedeltà di tanti e al sangue dei martiri, essa è risorta e ci testimonia che lo Spirito protegge e vivifica la Chiesa.

“Uscire” è il messaggio del papa, che sostiene: “E’ evidente che in alcuni luoghi si è prodotta una ‘desertificazione’ spirituale, frutto del progetto di società che si vuole costruire senza Dio…”. Ma il Vangelo, vissuto dai cristiani e comunicato, annunzia che Dio vive nella città. Questa è la missione dei cristiani, intesi come popolo. Infatti, non sono solo alcuni missionari, il clero o alcuni gruppi eletti, ma è il popolo cristiano, il popolo di Dio di cui parla il Concilio Vaticano II che, con il suo vissuto, deve comunicare il Vangelo. Si tratta di concepire un’estroversione di popolo. Dice il papa;: “….ripartire da Cristo significa non aver paura di andare con lui nelle periferie… Dio non ha paura! Sapevate questo voi? Non ha paura. E’ sempre oltre i nostri schemi! Dio non ha paura delle periferie. Ma se voi andate nelle periferie, lo troverete lì.” Ed il papa aggiunge: “Per rimanere con Dio bisogna saper uscire, non aver paura di uscire… Quando un cristiano è chiuso nel suo gruppo, nella sua parrocchia, nel suo movimento, è chiuso, si ammala. Se un cristiano esce per le strade, nelle periferie, può succedergli quello che succede a qualche persona che va per strada: un incidente… Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, e non una Chiesa ammalata!”

Vivere nelle periferie vuol dire incontrare in modo tutto particolare i poveri. Non mancano nella vita della Chiesa tante opere in favore dei poveri in diversi paesi. Ma l’incontro con il povero deve essere più profondo: ha una dimensione diretta e umana imprescindibile per ogni cristiano, come ha una dimensione spirituale, tanto che Giovanni Crisostomo- sulla scia del capitolo 25 del Vangelo di Matteo- parla di un sacramento del povero. Nel povero c’è Gesù che vive fuori dai nostri circuiti e dai nostri ambienti. Una Chiesa in periferia è una comunità che rimette al suo centro i poveri. In due colloqui (ad uno partecipò l’allora metropolita Kyrill) tra cattolici e ortodossi, abbiamo approfondito quanto i poveri siano decisivi anche nel dialogo ecumenico: spesso la sapienza spirituale degli uni illumina l’esperienza di servizio degli altri, mentre scopriamo che abbracciando e soccorrendo chi ha fame, sete, è nudo o prigionieri, noi cristiani siamo già uniti.

Nello scorso colloquio, abbiamo discussa su una delle grandi chance e povertà del mondo globale, la vecchiaia. Gli anziani vengono marginalizzati, perché improduttivi, nonostante la nostra società realizzi oggi il sogno (da millenni) di una vita lunga. Invece la lunga vita diventa una maledizione per i vecchi umiliati e scartati, messi negli istituti e espulsi dalla famiglia. Diventa quasi una maledizione nella società, un peso. Insieme, cattolici e ortodossi, abbiamo chiesto che questo mondo globale riscopra come la vecchiaia è una benedizione nascosta sul nostro tempo, anzi un vero dono. E’ un punto decisivo della profezia cristiana in questo mondo globale.

La globalizzazione contemporanea, impostata dall’economia finanziaria, manca di solidarietà: allontana i poveri dalla vista dei ricchi (come per gli anziani), li fa vivere in altri ambienti, mentre protegge i benestanti dal contatto con loro. Bisogna riempire i deserti e le periferie della globalizzazione con un vissuto solidale, che crea legami, costruisce ponti, forgia comunità. Nel deserto, nella periferia, nel mondo dei poveri, attraverso il contatto umano e la solidarietà, i cristiani scopriranno la ricchezza spirituale dei poveri. Questi hanno molto da insegnare a chi li aiuta, tanto -è un dato della nostra esperienza- non si capisce più che aiuta e chi è aiutato.

Ma uscire vuol dire abbandonare il mondo della Chiesa? Vuol dire abbandonare i suoi spazi, i suoi templi, i suoi monasteri, i suoi luoghi secolari o millenari, le sue comunità? Spesso questi luoghi si concentrano nella parte più antica della città, mentre nella periferia sono carenti le istituzioni cristiane o esistono vaste popolazioni che fanno riferimento a una sola chiesa. Se il popolo di Dio è capace di uscire dal chiuso protettivo dei templi e delle istituzioni, non vuol dire rinunciare a questi riferimenti di vita.

Le chiese, le parrocchie, saranno guardate non più dall’interno, quasi in modo difensivo, ma saranno viste da fuori. Non dobbiamo difenderci in comunità chiuse, anche se perfette. Martin Buber parla di comunità di popolo. Chi si radica nelle periferie vede nelle chiese, nelle parrocchie, nelle comunità, nei luoghi di spiritualità, proprio i santuari a cui può andare, per trovare la liturgia, il silenzio, l’incontro con Dio. Nel 2008, il card. Bergoglio -in questa prospettiva- lanciò una campagna: “santuarizzare le parrocchie”. Carlos Galli scrive: “santuarizzare le parrocchie significherebbe che adottino o approfondiscano lo stile di vincoli che molti santuari hanno con i suoi pellegrini”.

Siamo, cari amici, di fronte a un mondo nuovo, quello globale, che richiede ai cristiani -non solo al clero- di ripensare le sue dinamiche, le sue visioni e la sua geografia. Come in tutti i momenti importanti, nessuna Chiesa ce la fa da sola. C’è bisogno dello Spirito che vive nell’una e nell’altra; del vissuto che abita nell’una e nell’altra. Un mondo globale ha bisogno di una missione globale: globale in senso cristiano vuol dire ecumenica. La nostra amicizia è già, da anni, espressione della solidarietà tra cristiani di tradizioni diverse che cercano di servire il Vangelo e di amare gli uomini con una passione rinnovata.

http://www.sturzo.it

Un commento su “Vangelo e periferie

  1. La Globalización es el grande reto de nuestro tiempo, pero iluminada por el Evangelio.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/07/2014 da in ITALIANO, Missione, Vocazione e Missione con tag , , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
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