COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Prepararsi alla domenica (18)

Prepararsi alla XVIII domenica (A)


Tempo ordinario – Anno A – 3 agosto 2014

Mt 14,13-21

Oltre la logica

moltiplicazione dei pani e dei pesci12Oltre la logica
Il suo amico e precursore Giovanni era stato messo a morte nel carcere di Macheronte. Logica avrebbe voluto che Gesù si ritirasse – e l’intento era appunto quello – per farne il lutto e rielaborare gli ultimi eventi che lo riguardavano. Quella che stava vivendo doveva essere una vera e propria crisi accompagnata da un certo disorientamento. E invece si ritrova davanti una folla che con quel mettersi alla sua ricerca gli chiede di andare oltre la logica. E lui acconsente con la compassione di chi ha occhi e cuore per la fatica altrui.

Oltre la logica…
È qui che ci conduce il brano evangelico di questa domenica. Logica avrebbe voluto che, al termine di una giornata che aveva segnato visibilmente la gente accorsa da Gesù, ciascuno fosse ritornato a casa sua provvedendo così al proprio bisogno di nutrirsi.
“Sensata” e per nulla inopportuna è la proposta che i discepoli avanzano. Tuttavia, in quel suggerimento, Gesù riesce a cogliere ben altro, e cioè la tentazione sottile che attraversa ogni generazione di uomini: l’incapacità a farsi carico della sorte degli altri in nome di una sbandierata carenza di risorse. Accadde quel giorno, accade in questi giorni: non abbiamo che cinque pani e due pesci.

Oltre la logica…
Cioè: non fermarti alle indagini. Non ridurre la vita a una inchiesta circa le opportunità o meno di alcuni interventi. Certo, ciò che i discepoli sottoponevano all’attenzione di Gesù non faceva una piega: era vero che fosse tardi come era vero che il luogo fosse deserto e che la folla fosse tanta e a disposizione non ci fossero che cinque pani e due pesci.

Oltre la logica…
Cioè: comincia a essere solidale. Non voler monetizzare tutto: non accade nulla nella vita, nei rapporti quando tutto è monetizzato (a tanto, tanto); tanto meno accade qualcosa di Dio quando esso è ridotto a prestazioni dietro compenso. Non voler rincorrere soluzioni magiche attribuite a chissà quale centro di potere: una via d’uscita è possibile là dove qualcuno comincia a non trattenere solo per sé e prova a far entrare l’altro e i suoi bisogni all’interno della propria attenzione.

Oltre la logica…
Cioè: fai attenzione che il voler moltiplicare le risorse non può accadere senza prima aver messo a disposizione ciò che sei e ciò che hai. Accade sovente, infatti, che si voglia moltiplicare senza dare. Ciascuno può accedere alla mensa della vita nella misura in cui ognuno è disposto a condividere.

Oltre la logica… con lo sguardo e il cuore di Dio.
Quello sguardo e quel cuore, infatti, suggeriscono atteggiamenti che abbiamo disimparato a praticare. La gratuità e la responsabilità, anzitutto. Gesù aveva provveduto a nutrire quella folla del cibo del suo insegnamento: poteva bastare. E invece anticipa persino la richiesta della folla facendosi carico di una domanda inespressa. Imparare ad avere attenzione per i volti di chi ci sta di fronte chiedendosi: che cosa ne sarà di loro se io non me ne faccio carico? Troppo spesso – a me pare – la domanda che affiora nel nostro cuore prima che sulle nostre labbra è: che ne sarà di me se io mi assumo il peso di questa situazione? Era, in fondo, la domanda che segretamente si erano posti i discepoli pur attingendo a un sano realismo. In questo modo ci sembra di salvare la nostra vita: in realtà l’abbiamo già persa. Ci siamo privati, infatti, della possibilità che tanti possano essere saziati e che ne avanzino ancora dodici ceste piene. Colui che tutto ti chiede, tutto restituisce, in abbondanza.
Nulla, tuttavia, può essere moltiplicato se prima non abbiamo accettato di condividere.

Don Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com


L’amore di Gesù è pane offerto a tutti

(…) Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

moltiplicazione dei pani e dei pesci13Vide la folla, sentì compassione, guarì i loro malati. Tre verbi rivelatori, sintesi dell’azione messianica di Gesù. Vide: il suo sguardo non scivola via sopra le persone, si posa sui volti, li guarda come fece con il giovane ricco: lo guardò e lo amò. Per lui guardare e amare erano la stessa cosa. E sentì compassione per loro. Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, e da questa compassione fioriscono miracoli: guarì i loro malati. Il nostro tesoro, la «fortuna» dell’uomo è il patire di Dio per noi, quell’amore che è passione e patimento insieme.

Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli: è ormai tardi; congedali perché vadano a comprarsi da mangiare. La risposta di Gesù è di quelle che ribaltano la logica: Voi stessi date loro da mangiare… Coinvolge i suoi in un’impresa impossibile. Ma la fede autentica incalza e stringe a collaborare con Dio per cambiare il mondo. «La religione non deve limitarsi all’ambito privato, non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra» (Evangelii gaudium 182). «Fede vera vuol dire fame di giustizia, e lottare per essa: agendo sulle cause che producono povertà e con i gesti semplici e quotidiani della solidarietà» (E.G. 183).

Allora prese i cinque pani e i due pesci, recitò la benedizione, li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Il miracolo è raccontato come un fiorire di mani, un moltiplicarsi di mani aperte, più che di pane, un passare del pane di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. La solidarietà è pane.

Allora apri le tue mani. Qualunque pane tu possa donare, non trattenerlo, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si apre, la nuvola che sparge il suo contenuto. Il primo miracolo da chiedere è di accorgersi che l’altro esiste, e poi la compassione per lui, e poi la solidarietà: fare del bene senza secondi fini, solo perché uno ha fame. «Ci scandalizza sapere che esiste cibo sufficiente per tutti e che la fame si deve alla cattiva distribuzione del reddito e allo spreco» (EV 189-191). C’è un altro momento in cui si prolunga anche per noi il miracolo del pane e della compassione di Dio, è la celebrazione dell’Eucaristia. Allora sull’altare delle nostre Messe è possibile respirare Vangelo, sentire il miracolo, pensare non chiusi dentro l’alternativa pagana di pane meritato da alcuni e di pane proibito per altri: esso è invece il Pane donato a tutti, per il quale unico diritto è la fame e il bisogno, come per i cinquemila sulla riva del lago, così per ognuno di noi sulla riva di ogni nostra notte. Il Tuo amore è pane. Per tutti.

Avvenire, a cura di Ermes Ronchi


Riflessione sul Vangelo di ENZO BIANCHI

moltiplicazione dei pani e dei pesci1Terminato il lungo discorso in parabole (cf. Mt 13,1-52), Gesù è avvertito del martirio di Giovanni il Battista, suo cugino e soprattutto suo maestro nei giorni del deserto. Per Gesù la morte violenta di Giovanni deve aver costituito una sofferenza e un’aporia di cui difficilmente riusciamo a immaginare la portata. Gesù ha amato Giovanni, lo ha seguito fedelmente, e quest’ultimo a sua volta ha riconosciuto in lui l’inviato di Dio, colui al quale doveva fare da precursore, presentandolo e annunciandolo a Israele (cf. Mt 3,14; 11,10).

All’udire questa triste notizia Gesù non può fare altro che ritirarsi (anechóresen: cf. Mt 4,12: reazione di Gesù all’arresto di Giovanni; 12,15; 15,21) “in un luogo deserto, in disparte”, per piangere da solo, vivere la propria sofferenza e discernere la volontà di Dio su di sé, ora che il suo maestro non è più. D’altronde, aveva appena ricevuto un rifiuto dagli abitanti di Nazaret, la sua città (cf. Mt 13,53-58), e nel suo uditorio cominciava a manifestarsi un’opposizione ben attestata. Ritirarsi per pensare diviene dunque per Gesù una necessità…

Ma le folle lo vengono a sapere e, lasciando i loro villaggi, raggiungono a piedi la sponda del lago di Galilea dove Gesù si è ritirato (tradizionalmente identificata con il villaggio di Tabga), sicché Gesù vede affollarsi quel luogo che pensava essere un eremo, vede tanta gente in attesa di ascoltarlo, tante persone desiderose di stargli vicino. Vedendo questa grande folla, Gesù è preso da un moto di viscerale compassione (verbo splanchnízomai: cf. Mt 9,36; 15,32; 20,34; il soggetto è sempre Gesù), è assalito da grande pietà, si commuove profondamente: questi poveri uomini e donne sembrano aver messo in lui la loro fiducia, dunque egli sente per loro profonda compassione.

Certo, il suo progetto di pace, riposo e distanza dalla folla è abortito, ed egli deve fare obbedienza all’inatteso, a nuove condizioni non previste: ma è anche così – e Gesù lo impara e lo sperimenta – che si fa obbedienza all’insondabile volontà di Dio. Qui la sofferenza della folla incontra la sofferenza di Gesù, ed ecco che si manifesta una com-passione, un soffrire insieme davanti a Dio; e in quella condivisione della sofferenza appare un evento di amore, un legame che è la più alta esperienza di comunione umana. Gesù si mette dunque a incontrare i malati, a curarli, a benedire i bambini, a consolare quanti gli chiedono preghiere. È così che Gesù passava tra la gente facendo il bene e spandendo attorno a sé la benedizione (cf. At 10,38).

Ma ormai scende la sera, e i discepoli con spirito previdente chiedono a Gesù di congedare quella folla, perché possa andare nei villaggi circostanti a comprarsi da mangiare. Ed ecco che Gesù li sorprende: “Voi stessi date loro da mangiare!”. I discepoli sono posti di fronte a una responsabilità inaudita: sono davanti a una grande folla affamata, ed essi hanno solo cinque pani e due pesci; cosa può mai essere questo per tanta gente? Gesù però fa sedere sull’erba quelle persone, come il Pastore che prepara il banchetto messianico sull’erba verdeggiante (cf. Sal 23,1-2.5); in tal modo fa anche un’azione profetica, per indicare ciò che nella sua comunità è davvero necessario: ritrovarsi insieme, mettersi a tavola e condividere quel poco che si ha. Questo gesto cambierà molte cose: permetterà alle folle di non lasciare Gesù per andare a comprare da mangiare, consentirà loro di essere sfamate da Gesù stesso, ricevendo da lui il cibo assolutamente necessario per la loro vita, un cibo che è più del pane di cui vive l’uomo (cf. Mt 4,4; Dt 8,3), un cibo che suggella la stipulazione dell’alleanza (cf. Is 55,3).

Gesù, stando in mezzo a loro come chi presiede un banchetto, prende quei cinque pani nelle sue mani, alza gli occhi verso Dio, pronuncia la benedizione che riconosce quel cibo quale dono che viene solo dal Signore, poi spezza i pani e li dà ai discepoli (le stesse azioni compiute nell’ultima cena: cf. Mt 26,26), affinché essi, spezzandoli ancora, li distribuiscano. Tutto è finalmente rivelato: avere poco e condividere tutto, questa è la logica che deve ispirare ogni comportamento nella comunità cristiana, sempre povera, dotata di pochi mezzi, immersa in una vita precaria. Ma il miracolo nasce dal condividere con il fratello e la sorella il poco che si ha, gesto che fa il dono all’altro perché egli possa a sua volta donare ad altri. Con questo segno Gesù ha affidato a noi un preciso impegno, quello della condivisione: questo è il miracolo dei miracoli, e l’eucaristia che permane nel cuore della chiesa resta e resterà sempre un memoriale, un magistero per i cristiani nel mondo e, più in generale, per gli uomini tutti. Resterà sempre un insegnamento semplice eppure decisivo (e così spesso disatteso!): l’unica dinamica che fa vivere è la condivisione.

A chi tocca risolvere il problema? Questa è la domanda che sorge spontanea al termine dell’episodio della cosiddetta moltiplicazione dei pani, o meglio della loro condivisione. In verità tocca a noi, mediante gesti semplici di condivisione – ovunque noi siamo, in famiglia o fuori –, perché là dove sono due o tre e si condivide il pane, là ci sarà pure la moltiplicazione del pane in forza della presenza di Gesù. Solo quando il bisogno dell’altro diventa il mio bisogno, allora può innestarsi una dinamica di condivisione capace di far scomparire il bisogno che porta alla morte.

ENZO BIANCHI

 

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Questa voce è stata pubblicata il 02/08/2014 da in Domenica - commento, Fede e Spiritualità, ITALIANO.

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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