COMBONIANUM – Formazione Permanente

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Esaltazione della Santa Croce – Lectio

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
14 settembre

Giovanni 3, 13-17

cinco_chagas_Cristo_20140206_gfDopo aver detto che Gesù conosceva quello che c’è nell’uomo (Gv 2,25) l’evangelista presenta un uomo (3,1), unendo così l’introduzione con quel che segue. Questo uomo appartiene al gruppo dei farisei, i fedelissimi della Legge che facevano della sua maniacale e pignola osservanza la questione della loro vita. La loro attesa era per un Messia interprete ed osservante della Legge.

L’evangelista prima ancora del nome proprio presenta questo uomo come fariseo, vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei (3,1): è la sua identità. Il nome del personaggio è significativo: Nicodemo (da nke = vittoria = vincitore e dêmos = popolo = vincitore del popolo), infatti subito dopo vien detto che è un capo dei Giudei (3,1), cioè un membro del Sinedrio (Gv 7,50), il supremo organo giuridico d’Israele, composto da 71 membri appartenenti ai sommi sacerdoti, agli scribi e agli anziani.

A Nicodemo, che vedeva in Gesù il Messia venuto per fare osservare la Legge e così instaurare il Regno di Dio, Gesù risponde che l’uomo non si rinnova per l’osservanza di una legge a lui esterna. C’è bisogno di un nuovo principio vitale, lo Spirito, che lo rende capace di iniziare una esistenza differente (nascere di nuovo). Per raggiungere la sua pienezza non è sufficiente all’uomo condurre una vita secondo Dio (la Legge), ma deve avere in sé la vita di Dio (lo Spirito), e questa l’incontra in Gesù, il Figlio dell’uomo.

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «13 Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo.

Il cielo indica la sfera divina: quindi non un senso spaziale, ma qualitativo, l’ambito della azione di Dio. Gesù sta dichiarando a Nicodemo che la sua origine non è semplicemente umana, ma che procede da Dio (Gv 8,23). Il Figlio dell’uomo è colui che procede dal cielo (sfera divina) perché ha in Dio la sua origine, e tornerà trionfante in cielo, sua patria definitiva.

Per Gesù salire al cielo significa salire in croce: sarà sulla croce, dove Gesù comunicherà il suo amore (lo Spirito), e con esso la vita, che entrerà pienamente nella condizione divina. Il cielo, o sfera divina, si situa nella croce, dove Gesù manifesta la pienezza dell’amore del Padre.

La frase colui che è disceso dal cielo è parallela alla frase in cui si parla dello Spirito che Giovanni ha visto discendere come una colomba dal cielo (Gv 1,32). Discendere dal cielo equivale a ricevere la pienezza dello Spirito che rende Gesù il nuovo santuario, luogo della presenza divina.

Il Figlio dell’uomo è colui che è capace di amare fino al dono di se stesso, manifestando così la Gloria-Amore del Padre. La condizione divina del Figlio dell’uomo non procede dalla sua condizione umana né è il risultato del mero sviluppo personale, ma si deve alla pienezza dello Spirito che ha ricevuto dall’alto. L’uomo non può raggiungere la pienezza se non è in comunione con Dio fonte della vita.

14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Gesù si riferisce a un episodio della storia d’Israele, quando nel deserto, di fronte al problema dei serpenti velenosi che uccidevano il popolo, “Mosè fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita” (Nm 21,9). 3

Come il serpente di Mosè era un segno di vita che liberava dalla morte, così l’innalzamento del Figlio dell’uomo sarà un segno di vita che libererà dalla morte definitiva. Il riferimento di Gesù è alla morte di croce, dove sarà evidente la sua condizione divina.

Il Figlio dell’uomo è il prototipo della nuova umanità. Ciò che salva gli uomini dalla morte è fissare lo sguardo nel prototipo dell’uomo, cioè aspirare alla pienezza umana che risplende in questa figura, che, innalzata in alto, sarà il polo d’attrazione per l’umanità. Fissare lo sguardo in Lui, renderlo ideale della propria vita, significa aver fede che l’uomo può raggiungere questa altezza e associarsi alla vittoria definitiva di Gesù sulla morte, entrando per sempre nella sfera divina.

Chiunque darà adesione al Figlio dell’uomo innalzato in croce avrà una vita eterna, ovvero di una qualità indistruttibile, perché Gesù è colui che possiede la pienezza della vita e può comunicarla. La funzione che i farisei attribuivano alla Legge, essere fonte di vita, viene sostituita dalla persona di Gesù, il Figlio dell’uomo, innalzato in alto. Non è più l’osservanza di un codice esterno all’uomo quel che dà vita, ma l’adesione al Figlio dell’uomo, espressione massima dell’amore del Padre.

Fin dalla prima volta in cui appare in questo vangelo il tema della vita eterna, questa non è relegata al futuro (avrà), ma al presente (abbia). I farisei pensavano alla vita eterna come ad un premio futuro per la buona condotta avuta nel presente. Per Gesù la vita eterna è una qualità di vita già nel presente.

16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Gesù è il dono di Dio all’umanità. Dio è amore che desidera manifestarsi e comunicarsi. Dio si manifesta nel Figlio Gesù e attraverso Lui comunica il suo amore. L’adesione a Gesù fa sì che l’uomo realizzi pienamente la sua esistenza in una qualità di vita capace di superare la morte. Il Dio di Gesù non risuscita i morti (il Dio dei morti), ma comunica la sua stessa vita ai viventi (il Dio dei viventi) e questi superano la morte.

Nel cristianesimo primitivo era radicata la convinzione di essere già nella condizione di risorti (“e ci ha risuscitati con Lui e con Lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù” – cfr. Ef 2,6; Col 2,12; 3,1). “Chi dice prima si muore e poi si risorge erra. Se non si risuscita prima, mentre si è ancora in vita, morendo, non si risuscita più” (Vangelo di Filippo).

17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Gesù prende le distanze dall’attesa farisaica di un Messia venuto a giudicare gli uomini e dividerli in giusti o peccatori, puri e impuri in base alle loro azioni per costituire un Israele popolo di eletti chiamato a dominare l’umanità.

Gesù definisce se stesso il figlio, unendo in questa unica espressione il figlio dell’uomo e il figlio unigenito di Dio. In Gesù si uniscono la radice umana e la provenienza divina, è l’uomo che rende presente la pienezza divina. La condizione divina porta al culmine la pienezza umana e la pienezza umana comporta la condizione divina.

La realizzazione in Gesù del progetto di Dio sull’umanità non è per un giudizio ma per una azione di salvezza. Dal momento del battesimo, con la discesa dello Spirito, Gesù, il Figlio, l’uomo con la condizione divina è la meta delle aspirazioni degli uomini: tutti possono accedere a Lui e, grazie al battesimo in Spirito Santo, raggiungere la condizione divina che potenzia l’uomo. Questa condizione non si raggiunge attraverso sforzi ascetici, o sacrifici, ma attraverso la costante pratica di un amore che assomigli a quello di Dio, cioè fedele, gratuito ed incondizionato. La pratica di questo amore fa crescere l’uomo e gli fa raggiungere la pienezza della condizione umano-divina.

Per la prima volta nel vangelo il verbo inviare (da apostéllō = invio e apésteilen = inviò) è adoperato in maniera teologica. Come Dio aveva inviato Mosè agli ebrei per liberarli (“così dirai ai figli di Israele: Io-Sono mi ha inviato [apestalkén me] da voi” – Es 3,14 LXX) così ora Gesù è il nuovo liberatore che deve iniziare il nuovo esodo.

Riflessioni…

  • Un legno per elevarsi ed attirare. Un legno per navigare nei mari della terra, dopo la navigazione dal cielo, un legno che traccerà i ritmi della storia: di libertà, di comunità, di amore.
  • L’umiliazione, come la servitù di Dio, cancella ogni gelosia, ogni competizione con l’uomo e genera l’esaltazione di amore e di donazione, fino a desiderare di attrarre nel flusso di vita divina, l’uomo alla ricerca di senso, di vita, di amore. E il Crocefisso più che giudicare il mondo, si strugge perché l’uomo non vada perduto.
  • La Croce diviene specchio-riflesso di follia d’amore di Dio, orizzonte di speranza per l’uomo: Dio e l’uomo sono messi in croce per fissarsi negli occhi e donarsi perdono, salvezza, al di là di distruttivi tormenti.
  • Nella follia della croce confluiscono il dono totale di sé, la comunione di desideri e di passioni, progetti di liberazione appaganti costruiti insieme con Dio. E ai piedi di quella croce si può incontrare Dio. Il Figlio dell’uomo si è fatto fissare ed issare su assi di legno per rimanere trapiantato e saldo nella storia dell’uomo, che dal quel venerdì ha ritrovato nuovi valori: un’esistenza donata senza misura, consegnata all’amore e incamminata verso la vita. Per ogni uomo, per la chiesa ora germinata, per l’umanità salvata.
  • Costui è davvero il Figlio, l’Uomo, Dio. L’assurdo della croce genera dubbi, svela misteri, dischiude occhi per intravedere Dio, scoprire che i volti piagati e rigati da dolore sono simili, perché di figli e di Padre, perché di fratelli di medesimo sangue. E l’uomo può ritrovare motivi per un nuovo destino. È l’umiliato che spera, che ha il coraggio di ricominciare, che fa risentire grida di dolore e di abbandono, che trasforma l’agonia in speranza, quando insieme al Figlio di dio e dell’Uomo ridiscende e riposa esanime, in attesa del Signore della vita.
  • Sguardo, compassione, e grida di ingiustizia esplodono ed invocano il risveglio di Dio ormai spento, e lo scuotono quando l’uomo soffre i furti di libertà, le oppressioni di disumani poteri, di schiavitù, di guerre disumane-razziste-di annientamento, di insicurezze e smarrimenti, e lo sollecitano a riaprire occhi, per confermare risurrezioni di vita, ora come allora… Consapevole che ai piedi di tale croce si può incontrare Dio.
  • L’esperienza di croce mette a nudo dubbi, vuoti e limiti che accomunano uomini dei quattro orientamenti, fa riscoprire dimensioni e destini, segna il punto d’incontro tra origini e fine, tra punti germinali ed orizzonti ove mirano i percorsi dell’uomo, il luogo di approdo con Dio che ha scelto la croce per farsi credibile, per parlare il linguaggio dell’uomo, per dire a ciascuno oggi sarai con me, e per sempre. Oggi può ricominciare la vita.

http://www.ilfilo.org/

 

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Questa voce è stata pubblicata il 12/09/2014 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO, Lectio della Domenica con tag .

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