COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Il caso di Milano


Il caso di Milano

Don Mazzi: la lettera di Pietro è bestiale, indegna di un uomo

Il prete milanese che da anni si occupa del recupero di tossicodipendenti non usa mezzi termini nel commentare la lettera con cui Pietro di Paola, il giovane che ieri si è suicidato gettandosi da un palazzo e portando con sé la sua ex ragazza, motivava il suo gesto estremo. «Non parlate di amore e dolore, sono parole troppo nobili».

Il caso di MilanoIeri a Milano, in zona Affori, è andato in scena un dramma di quelli che segnano una città. Pietro di Paola, un giovane di 20 anni si è infatti gettato dal settimo piano di un palazzo stringendo a sé la 19enne Alessandra Pelizzi. Un suicidio/omicidio le cui ragioni sono state svelate da una lunga lettera con cui il giovane non solo motivava il gesto ma ne anticipava ogni fase. La lettera è stata pubblicata quasi integralmente sui quotidiani. I passaggi più salienti riguardando il dolore per essere stato lasciato e l’insorgere di «un odio così forte da essere felice di sacrificare la propria vita per far provare all’altro la vera tristezza», il feroce senso di vendetta quando scrive «non mi sono lanciato con lei subito ma anzi le ho prima fatto provare il terrore di perdere tutto amici, famiglia e futuro», e infine la conclusione «dubitate di quelli che ridono sempre a volte non possono semplicemente fare altrimenti e nel frattempo, perderanno l’anima». Un testo che, come il gesto lascia atterriti. Per provare a capire ci siamo rivolti a Don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus

Don Antonio ha letto la lettera di Pietro di Paola?
Sì, ho visto. Sono sconvolto (la voce è rotta ndr)

C’è un dato che emerge: il dolore. In tutta la lettera è nominato spesso…
Non so se sia dolore. Ma penso che la parola dolore sia troppo nobile

Perché?
Perché è evidente che si tratti solo di rabbia, di vendetta

Risulta evidente che è un gesto dovuto a pene amorose…
No ecco. Anche la parola amore e troppo nobile. Leggendo questa lettera non si può parlare né di dolore né di amore. Si tratta di una vendetta feroce che non viene dall’amore ma piuttosto da un enorme egoismo amoroso e da un possesso amoroso.

Chi ama non fa gesti del genere?
Provo a spiegarmi meglio. Il dolore è frutto di un amore vero. Per questo voglio difendere la nobiltà di quelle parole. Non può esserci un dolore tale, scaturito dall’amore, che voglia la morte, l’annientamento dell’altro, dell’amato.

Cosa si può dire dunque di questa lettera?
Si tratta di uno scritto bestiale. Non è degna di un uomo. Chi scrive queste cose non solo è vuoto, ha perso l’anima, ma anche l’animalità. La sua dimensione animale.

Cosa intende dire?
Che l’istinto dovrebbe fermarti. Se non l’anima, l’istinto. Bisogna comunque dire una cosa in modo chiaro: l’amore non è un diritto e non è proprietà assoluta.

La sento scosso…
Leggere questa lettera mi ha fatto girare le budella. Neanche ad un bastardo dei miei verrebbe in mente di dire una cosa così. In tanti anni in cui ho frequentato il peggio del mondo non mi è mai capitato di trovarmi di fronte a cose simili, mai. Quella conclusione poi, spaventosa. Non lo so, potrebbe essere interpretato in maniera autobiografica, per spiegare la propria doppia faccia

Si riferisce al fatto che nessuno si sia accorto di nulla?
Sì, certo. Sono molto vicino ai genitori dei due ragazzi. Ma non è possibile che nessuno abbia capito cosa c’era dentro alla testa di questo figlio, non è possibile. Faccio fatica a giudicare. Va bene che i ragazzi sono capaci di camuffare, ma siamo di fronte a qualcosa di veramente enorme.

di Lorenzo Maria Alvaro
17/09/2014
http://www.vita.it

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Questa voce è stata pubblicata il 18/09/2014 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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