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Dentro la bellezza (26)

 Dentro la bellezza (26)


Lo specchio della famiglia post moderna

Il titolo è già di per sé significativo: Gli sposi Arnolfini dopo van Eyck. È il dipinto di Botero che riproduce una delle famiglie più celebri del mondo, i coniugi Arnolfini.

Dentro la bellezza (26) Jan Van Eyck, Ritratto dei Coniugi Arnolfini 1434, olio su tavola 81,8 cm × 59,4 cm National Gallery, LondraDentro la bellezza (26) Fernando Botero Gli sposi Arnolfini dopo van Eyck, olio su tela, 1978

Van Eyck aveva disseminato l’opera di simboli cristiani: il rosario appeso alla parete; lo specchio con i misteri dolorosi e il riflesso dei due testimoni di nozze; il candelabro con sei candele, simbolo del sesto giorno, una sola delle quali accesa; i piedi scalzi di lui, per dire che il matrimonio è una terra santa; la statuetta di Santa Margherita, patrona delle partorienti e gli zoccoli di lei ai piedi del letto, quasi a denunciare la malattia per un parto difficile e, infine, il cane della fedeltà. Per van Eyck il benessere dei coniugi era segno della loro fede, la quale nell’ora della prova (come quella di una possibile morte di parto), teneva uniti i due sposi. I due testimoni, poi, ritratti nello specchio dei quali uno è lo stesso van Eyck, erano garanti di un patto indissolubile che non si arresta nemmeno di fronte alla morte.

Tutto questo nella rivisitazione di Botero del 1978 non c’è più. Quel dopo van Eyck disegna il profilo della famiglia post moderna, dove ogni senso mistico è azzerato.

Le candele di Botero sono tutte spente: il tempo dell’amore è finito. L’uomo non è scalzo, ma porta comode pantofole da casa, mentre gli zoccoli – in primo piano – sono quelli della donna. L’allusione alla sacralità della coppia, evocato dal gesto biblico del togliersi i calzari è, dunque, totalmente assente. Qui il marito si è impoltronito mentre la donna, con gli zoccoli abbandonati in direzione della porta di casa, sembra presa dalla febbrile tentazione di evadere, frenata solo dalla custodia dello sposo e del cane da guardia.  Anche i riferimenti religiosi sono stati tolti: non c’è la statua lignea di Santa Margherita, forse perché nessuna donna muore più di parto ed è piuttosto il feto a morire; non ci sono le decorazioni con i misteri della vita di Cristo attorno allo specchio e, quindi, nessun riferimento esplicito alla dimensione del tempo o del dolore, vissuti nella fede; tanto meno c’è il rosario appeso alla parete. In Botero tutto è appiattito, la camera è ridotta all’essenziale, perché impoverito e ridotto all’essenziale è, oggi, il sacramento del matrimonio e il ménage coniugale. Il dramma si consuma tuttavia proprio dentro il riflesso dello specchio che, come in van Eyck, è il punto focale dell’opera. Nella versione di Botero lo specchio non riflette che i due sposi e una porta socchiusa: la coppia versa in una dolorosa solitudine e deve fare i conti con la continua tentazione di evadere dal quotidiano. Ecco per Botero lo specchio della famiglia attuale: l’individualismo narcisista, la capricciosa volontà di godere solo per sé senza dare la vita per nessuno e, infine, la scomparsa della fede che garantisce i principi fondamentali dell’esistenza e conferma i passi degli sposi nell’ora del dolore.

A cura di Gloria Riva
Avvenire, 09/10/2014

 

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Questa voce è stata pubblicata il 22/10/2014 da in Dentro la bellezza, Fede e Spiritualità, ITALIANO.

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