COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXX Domenica del Tempo Ordinario (A) Commento

Prepararsi alla domenica (XXX)


Il grande comandamento

XXX domenica del tempo Ordinario, ANNO A
26 ottobre 2014

Mt 22,34-40
l’amore che conta

comandamento-amore-3

Che cos’è che conta davvero? Che cosa è davvero più importante? È questa la domanda che viene portata a Gesù il quale riassume tutto in una parola: amerai…, ovvero imparerai a fare spazio, imparerai ad accogliere, imparerai ad ospitare. Cos’è, infatti, l’amore se non l’esercizio continuato del fare spazio all’altro contraendosi? Lo Spirito accade nella nostra vita ogni volta che qualcosa di altro e di diverso affiora in noi e nella relazione con altro da noi. Per questo l’invito ad amare, a fare spazio: ne va dell’esperienza dello Spirito. Lì c’è Dio: il divino accade nell’umano. Sempre così. E lui non lo ritiene indegno di sé.

Amerai… Amerai…

Sta per andarsene Gesù. E a Gerusalemme, consapevole dell’incalzare degli eventi e dell’ostilità dei suoi interlocutori, non esita a fare appello a gesti e parole in grado di rivelare che cosa possa voler dire vivere secondo Dio: amerai… Lui, il Signore, di lì a poco farà spazio persino all’esperienza del rinnegamento e del tradimento pur di non venir meno all’invito ad amare.

Gesti e parole testamento, anche a prezzo della sua stessa esistenza: amerai… Ecco ciò che conta: amerai… Così ripete Gesù all’esperto di teologia che, dopo estenuanti riunioni, si fa avanti per mettere alla prova Dio stesso. Gesti e parole dispersi nel vento se è vero che l’uomo religioso non sarà disposto ad accogliere che Dio “si” dica (dica di sé) non anzitutto con il linguaggio delle definizioni e dei dogmi ma con gesti che nascono da un cuore che vibra.

In un contesto ambiguo, fatto di competizione, di invidie, di progetti di morte proprio in quel luogo per eccellenza della spiritualità che è il tempio, Gesù non si abbandona a invettive – pur conoscendo che si stava tramando contro di lui – ma osa parlare di amore, osa ancora una volta abbandonarsi al canto della nostalgia e consegna l’anima di ogni precetto della Legge. Risponde non con le categorie del diritto ma con quelle proprie della preghiera di ogni israelita (lo Shemà Israel). Di lì a poco, non chiamando più servi ma amici, i suoi discepoli, di nuovo li sottrarrà dall’ambito legalistico per collocarli in un ambito filiale.

Parole testamento quelle di Gesù ma anche parole denuncia: denunciano infatti un’esperienza religiosa divenuta soltanto un’intricata casistica. Dio non è anzitutto da conoscere ma da riconoscere, Dio non è anzitutto qualcosa da capire ma qualcuno da accogliere, Dio non è da temere ma da amare. E lo si può fare perché in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi (1Gv 4,7-10). E ha amato noi quando eravamo ancora peccatori. Fuori da questa consapevolezza ogni istituzione religiosa rischia di eliminare proprio colui che incarna l’amore del Padre. Paradossale ma vero: i più determinati ad eliminare Gesù sono stati proprio coloro che più avevano modo di nutrirsi del comandamento di Dio.

Amare Dio significa amare ciò che Dio ama e Dio non ama nulla più dell’uomo: per questo il secondo è simile al primo.

Amerai… Amerai… fino alla fine questo il sogno di Dio che nessuno dei protagonisti della scena evangelica sembra raccogliere.

Amerai… verbo al futuro perché è il verbo della vita e la vita è ricerca. La vita non è soltanto ciò che hai alle tue spalle: essa è ancora tutta da svolgere inventando nuovi percorsi nelle tue relazioni. Verbo ancora tutto da coniugare perché la vita, Dio, l’altro sono sempre ad-venienti.

Parola da ripetere – amerai – dice Dt 6,4, perché parola che spesso si dimentica quando altre logiche fanno capolino, quando Dio è legato più alle ragioni di un intelletto che a quelle del cuore.

Amerai…, ossia, un invito a stare in cammino, attratti e affascinati da un Dio che è sempre di fronte a me. Invito a fare spazio a ciò e a chi “accade” davanti a te.

Amerai… verbo che attesta come non sia possibile stare nella storia secondo un’etica dei minimi sforzi così da garantirsi certe appartenenze umane, ma solo a prezzo di una totalità: con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la vita.

Da fissare sul calendario della storia quel giorno in cui alla domanda di un dottore della Legge Gesù arrivò a mettere sullo stesso piano l’amore per Dio e l’amore per l’uomo. “Mai… in tutte le Scritture, i ‘due amori’ sono posti così innegabilmente sullo stesso piano a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Il secondo è simile al primo: cioè non identico, e neppure più o meno importante. Ma fatti della stessa pasta, l’uno a specchio dell’altro, l’uno a inveramento dell’altro” (G. Caramore).

Non la professione della fede il criterio su cui saremo giudicati ma il bene che siamo stati capaci di generare. Non la dottrina, anzitutto, ma la tenerezza. Discepoli di questo Dio non sono gli esperti ma tutti coloro che sono capaci di amore.

Don Antonio Savone
acasadicornelio


Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI

Mt 22,34-40

Cristo in maestà, seconda metà del XVI secolo, Rublev Museum di arte russa antica, MoscaContinuano le controversie tra Gesù e i suoi oppositori, che a turno tentano di coglierlo in contraddizione con la fede di Israele, con l’insegnamento della tradizione, deposito da essi custodito gelosamente. I sadducei, cioè i sacerdoti (cf. Mt 22,23); i farisei (cf. Mt 22,15), un movimento laicale estremamente legato alla Torah, alla Legge; gli erodiani, partigiani di Erode (cf. ibid.); gli interpreti delle Scritture: tutti vanno da Gesù, mentre egli si trova nel tempio, per porgli domande, per “fargli l’esame” e coglierlo in fallo nelle sue parole. Vogliono che la sua voce taccia, che le sue parole non siano ascoltate, che i suoi gesti siano puniti, e per questo saranno disposti a condannarlo e a procurargli la morte.

Sono gli ultimi giorni di Gesù nella città santa di Gerusalemme, prima dell’arresto e della passione, ed egli sa che il cerchio intorno a sé si stringe sempre più. Ed ecco che nella nostra pagina del vangelo entrano di nuovo in scena i farisei, e tra loro un dottore della Legge, un teologo diremmo noi, un esperto delle sante Scritture, “lo interroga per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?’”. La domanda è pertinente, perché nel giudaismo rabbinico la Legge aveva assunto un posto centrale all’interno della rivelazione scritta: e così i primi cinque libri biblici erano i più studiati e meditati, con un primato su tutti gli altri, quelli dei profeti e dei sapienti. In questo studio della Torah i rabbini avevano individuato, oltre alle dieci parole date da Dio a Mosè (cf. Es 20,2-17; Dt 5,6-22), 613 precetti, come spiega un testo della tradizione ebraica:

Rabbi Simlaj disse: “Sul monte Sinai a Mosè sono stati enunciati 613 comandamenti: 365 negativi, corrispondenti al numero dei giorni dell’anno solare, e 248 positivi, corrispondenti al numero degli organi del corpo umano … Poi venne David, che ridusse questi comandamenti a 11, come sta scritto [nel Sal 15] … Poi venne Isaia che li ridusse a 6, come sta scritto [in Is 33,15-16] … Poi venne Michea che li ridusse a 3, come sta scritto: ‘Che cosa ti chiede il Signore, se di non praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio?’ (Mi 6,8) … Poi venne ancora Isaia e li ridusse a 2, come sta scritto: ‘Così dice il Signore: Osservate il diritto e praticate la giustizia’ (Is 56,1) … Infine venne Abacuc e ridusse i comandamenti a uno solo, come sta scritto: ‘Il giusto vivrà per la sua fede’ (Ab 2,4; cf. Rm 1,17; Gal 3,11)” (Talmud babilonese, Makkot 24a).

Questa la risposta rabbinica alla questione su come semplificare i precetti della Legge, su quale comandamento meritasse il primato. Gesù non si pone all’interno di questa casistica, ma va al fondamento della vita del credente. Innanzitutto cita lo Shema‘ Jisra’el, il comandamento che il credente ebreo ripeteva e ripete tre volte al giorno: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). Poi chiosa: “Questo è il grande e primo comandamento”.

Ma subito va oltre, accostando al comandamento dell’amore per Dio quello dell’amore per il prossimo, dato senza paralleli nella letteratura giudaica antica: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Risalendo alla volontà del Legislatore, Gesù discerne che amore di Dio e del prossimo sono in una relazione inscindibile tra loro: la Legge e i Profeti sono riassunti e dipendono dall’amore di Dio e del prossimo, non l’uno senza l’altro. Non a caso nel nostro testo il secondo comandamento è definito pari al primo, con la stessa importanza, lo stesso peso, mentre l’evangelista Luca li unisce addirittura in un solo grande comandamento: “Amerai il Signore Dio tuo … e il prossimo tuo” (Lc 10,27). Sì, Gesù compie un’audace e decisiva innovazione, e lo fa con l’autorità di chi sa che non si può amare Dio senza amare il fratello, la sorella. Lo esprimerà un suo discepolo, Giovanni, riprendendo l’insegnamento di Gesù: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,20-21).

Ecco come si può rispondere all’amore di Dio per noi, al “Dio” che “è amore” (1Gv 4,8.16) e che “ci ha amati per primo” (1Gv 4,19): credendo a questo amore (cf. 1Gv 4,16), e di conseguenza amando Dio e gli altri. Noi parliamo troppo facilmente di amore per Dio, perché ci infiammiamo nel pensarci quali amanti: allora accresciamo il nostro desiderio di Dio, aneliamo a lui, cantiamo la nostra sete di lui (si veda, in proposito, l’inizio degli splendidi salmi 42 e 63), godiamo di stare nella sua intimità, pratichiamo anche un’assiduità con Dio nella preghiera, negli affetti, nei sentimenti, nelle emozioni. Ma occorre sempre discernere se in tale amore Dio è ascoltato o no, se la sua volontà è realizzata o no: in sintesi, se in questa relazione ci accontentiamo di un amore di desiderio, senza che vi sia in noi anche l’amore di ascolto e di obbedienza.

Va detto con chiarezza: il rapporto con Dio è esposto al rischio dell’idolatria, perché se Dio è ridotto a un oggetto del nostro amore, se amiamo un’immagine di Dio che noi abbiamo plasmato, allora Dio è un idolo, non il Dio vivente che si è rivelato a noi! Certo, in quanto esseri umani abbiamo bisogno di esprimere l’amore per Dio anche con il linguaggio del desiderio che ci abita e che ci spinge fuori di noi stessi. Dobbiamo però sempre ricordare l’essenziale: noi aneliamo all’abbraccio con il Signore, con il Dio vivente, ma egli entra in una relazione intima, penetrante, conoscitiva con noi, nella misura in cui lo ascoltiamo, e dunque facciamo il suo desiderio, la sua volontà.

Insomma, Dio va amato amando gli altri come lui li ama. L’amore per gli altri è ciò che rende vero il nostro amore per Dio, è l’unico luogo rivelativo, l’unico segno oggettivo che noi siamo discepoli di Gesù, e dunque amiamo Gesù e amiamo Dio. Gesù stesso lo ha affermato in modo netto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35); l’amore che mette in pratica “il comandamento nuovo”, cioè ultimo e definitivo, lasciatoci da Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12). La verità dell’amore di desiderio per Dio sta dunque nell’amore di chi realizza concretamente la sua volontà: “Dio nessuno l’ha mai contemplato: se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12).


Amare con tutto noi stessi è necessario per vivere

XXX Domenica del Tempo ordinario – Anno A

Qual è, nella Legge, il grande comandamento? Lo sapevano tutti qual era: il terzo, quello del Sabato, perché anche Dio lo osserva. La risposta di Gesù, come al solito, sorprende e va oltre: non cita nessuno dei Dieci Comandamenti, mette invece al cuore del suo annuncio la stessa cosa che sta al cuore della vita di tutti: tu amerai, desiderio, sogno, profezia di felicità per ognuno. E allora sono certo che il Vangelo resterà fino a che resterà la vita, non si spegnerà fino a che non si spegnerà la vita stessa.

Amerai, dice Gesù: un verbo al futuro, non all’imperativo, perché si tratta di una azione mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare. Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai. Cosa farò l’anno che verrà, e poi dopo? Tu amerai. E l’umanità, il suo destino, la sua storia? Solo questo: l’uomo amerà. Un verbo al futuro, perché racconta la nostra storia infinita.

Qui gettiamo uno sguardo sulla fede ultima di Gesù: lui crede nell’amore come nella cosa più grande. Come lui, i cristiani sono quelli che credono non a una serie di nozioni, verità, dottrine, comandamenti, ma quelli che credono all’amore (cfr 1 Gv 4,16) come forza determinante della storia. Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Gesù ripete che l’unica misura dell’amore è amare senza misura.

Ama Dio con tutto il cuore. Non significa ama Dio solamente, riservando a lui tutto il cuore, ma amalo senza mezze misure. E vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare il marito, il figlio, la moglie, l’amico, il povero. Dio non è geloso, non ruba il cuore: lo moltiplica. Ama con tutta la mente. L’amore è intelligente: se ami, capisci prima, vai più a fondo e più lontano. Ama con tutte le forze. L’amore arma e disarma, ti fa debole davanti al tuo amato, ma poi capace di spostare le montagne.

Gli avevano domandato il comandamento grande e lui invece di uno ne elenca due, e il secondo è una sorpresa ancora più grande. La novità di Gesù sta nel fatto che le due parole fanno insieme una sola parola, l’unico comandamento. E dice: il secondo è simile al primo. Amerai l’uomo è simile ad amerai Dio. Il prossimo è simile a Dio, è la rivoluzione di Gesù: il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio, è terra sacra davanti alla quale togliersi i calzari, come Mosè al Roveto ardente. Per Gesù non ci può essere un amore verso Dio che non si traduca in amore concreto verso il prossimo.

Ma perché amare, e con tutto me stesso? Perché una scheggia di Dio, infuocata, è l’amore. Perché Dio-Amore è l’energia fondamentale del cosmo, amor che muove il sole e le altre stelle, e amando entri nel motore caldo della vita, a fare le cose che Dio fa.

Avvenire, a cura di Ermes Ronchi

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 23/10/2014 da in Anno A, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (A).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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