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Michelangelo spellato vivo?


Michelangelo e il volto sfigurato

Michelangelo e il volto sfiguratoOggi e domani nell’Auditorium di Via della Conciliazione e poi all’interno della Cappella Sistina, presenteremo agli studiosi e alla stampa internazionale i nuovi impianti di ricambio d’aria e di illuminazione che regoleranno d’ora in poi il clima e la visione all’interno dello spazio sacro più famoso del mondo. Nuovo respiro e nuova luce in Cappella Sistina si intitola infatti il convegno che accompagnerà l’evento.

Per l’occasione i Musei Vaticani hanno prodotto una medaglia memoriale in argento modellata dall’orafo Enzo Scatragli, che offre una immagine piuttosto inusuale di Michelangelo. Non il ritratto in certo senso ufficiale che gli dedicò l’allievo Daniele da Volterra, non l’autoritratto in figura di Nicodemo in atto di sostenere il corpo di Cristo che il Maestro scolpì nella Pietà Bandini destinata, nelle intenzioni di origine, alla sua tomba.

Il Michelangelo che compare nella medaglia coniata per ricordare il doppio anniversario (i vent’anni dalla conclusione del restauro sistino di Fabrizio Mancinelli e di Gianluigi Colalucci, i quattrocentocinquanta della morte del Buonarroti) è quello deforme, surreale, anamorfico che, in primo piano nell’affresco del “Giudizio”, vediamo dipinto sopra la pelle scuoiata del san Bartolomeo.

La tradizione dice che il pittore ha voluto rappresentare se stesso come spellato vivo dagli attacchi di Pietro Aretino, il polemista più celebre di quegli anni. Io penso che in realtà, in quell’autoritratto, l’artista abbia voluto dare immagine al suo stato d’animo, alla tormentosa fatica che aveva significato per lui l’impresa della Sistina.

Soffermiamoci su una poesia (nr. 267) degli anni tardi: «I’ sto rinchiuso come la midolla / da la sua scorza, qua pover e solo, / come spirto legato in un’ampolla… / … / Dilombato, crepato, infranto e rotto / son già per le fatiche, e l’osteria / è morte, dov’io viv’ e mangio a scotto. / La mia allegrezza’è la malinconia …»

È formidabile l’idea del genio che sta compresso come il midollo dentro la scorza dell’albero o come lo spirito nel vetro. E come non vedere nell’uomo spossato dalla fatica immane, «dilombato, crepato, infranto e rotto», il commento più efficace all’autoritratto deformato del “Giudizio”?

Quanto a quel verso di vasta desolazione («La mia allegrezza è la malinconia») un verso che potresti dire di Leopardi o di Baudelaire, essa rappresenta come meglio non si potrebbe lo spirito del vecchio Michelangelo quando si avviava a concludere il murale del “Giudizio”. Il giorno in cui la parete con la Resurrezione dei morti e la Parusia venne scoperta (era  il 31 ottobre del 1541 vigilia di Ognissanti) pare che Paolo III Farnese – la testimonianza è di Giorgio Vasari – si sia gettato in ginocchio tremando di paura e con le lacrime agli occhi di fronte alla terribilità di quel Giudizio che presto anche lui, Papa, avrebbe dovuto affrontare.

La paura dei Novissimi che angosciava Paolo III toccava anche Michelangelo, il Michelangelo vertiginosamente grande degli anni ultimi, quello che sta fra il “Giudizio”, i murali della Cappella Paolina e la Pietà Rondanini.

Rileggiamo il sonetto celebre, il nr. 285 del 1555, quello che dice: «Giunto è già ’l corso della vita mia / Con tempestoso mar, per fragil barca, / al comun porto, ov’a render si varca / conto e ragion d’ogni opra trista e pia Onde l’affettüosa fantasia / che l’arte mi fece idol e monarca / conosco or ben com’era d’error carca / e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia».

Questi versi sono una confessione, un vero e proprio confiteor. Michelangelo chiede perdono per aver fatto dell’arte il suo Dio e il suo Signore. È la riflessione di un cristiano che nel declinare dei suoi giorni stringe il bilancio della vita affidandosi alla divina misericordia. Ma come è bella e come è doloroso staccarsene, quella «affettuosa fantasia» che ancora occupa i pensieri del Buonarroti e che subito ci riporta alla mente lo splendore lucente, l’eros subliminale degli “Ignudi” della volta della Sistina, dei “Prigioni” per la tomba di Giulio II, del David alto sulla Piazza della Signoria…

Quelle due parole («l’affettuosa fantasia») toccano il cuore come il verso del famoso sonetto indirizzato all’amico Giovanni da Pistoia; verso nel quale un giovane Michelangelo ancora trentenne, descrivendo se stesso in atto di dipingere a faccia in su riverso sulla schiena le figure della volta sistina, dice: «e’l pennel sopra il viso tuctavia / mel fa gocciando un ricco pavimento». Mai la gloriosa fatica dell’arte ha avuto una così splendida rappresentazione.

Antonio Paolucci
Avvenire, 30 ottobre 2014

 

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2014 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , , .

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