COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Solennità di Tutti i santi (B) Commento

I frutti dell’amore
1 novembre – Tutti i santi
Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI

Beato Angelico (attr.), predella della Pala di Fiesole (part.), 1423-24

In questi ultimi decenni sono stati proclamati tanti santi e beati: mai c’è stata nella chiesa una stagione così ricca di canonizzazioni, segno anche di un’estesa “cattolicità” raggiunta dalla testimonianza cristiana. Eppure molti, all’interno e attorno alla chiesa, hanno la sensazione di non conoscere dei santi “vicini”, di non riuscire a discernere “l’amico di Dio” – questa la stupenda definizione patristica del santo – nella persona della porta accanto, nel cristiano quotidiano. Questo forse è dovuto anche al fatto che viviamo in una cultura in cui si privilegia l’apparire, un mondo in cui – come ha detto qualcuno – “anche la santità si misura in pollici”: molti allora cercano non il discepolo del Signore, ma l’ecclesiastico di successo, l’efficace trascinatore di folle, l’opinion leader capace di parole sociologiche, politiche, economiche, etiche, la star mediatica cui si chiede una parola a basso prezzo su qualsiasi evento, facendolo apparire il più eloquente a prescindere dalla consistenza della sua sequela del Signore.

Ma è proprio in questa ambigua ricerca della santità attorno a noi che ci viene in aiuto la festa di tutti i santi, la celebrazione della comunione dei santi del cielo e della terra. Sì, al cuore dell’autunno, dopo tutte le mietiture, i raccolti e le vendemmie nelle nostre campagne, la chiesa ci chiede di contemplare la mietitura di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la messe di tutte le vite ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall’amore e dalla grazia del Signore in mezzo agli uomini. La festa di tutti i santi è davvero un memoriale dell’autunno glorioso della chiesa, la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore dell’uomo: se non ci fossero i santi, se non credessimo “alla comunione dei santi” – che non certo a caso fa parte della nostra professione di fede – saremmo chiusi in una solitudine disperata e disperante. In questo giorno dovremmo cantare: “Non siamo soli, siamo una comunione vivente!”; dovremmo rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie della resurrezione, noi contempliamo quelli che sono con Cristo alla destra del Padre: i santi. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la chiesa ci invita a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo, hanno dato il loro frutto, hanno prodotto una vendemmia abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti insieme formano un unico vino, quello del Regno.

Noi oggi contempliamo questo mistero: i morti per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con gli altri, chiesa pellegrinante con chiesa celeste, insieme formanti l’unico e totale corpo del Signore. Oggi dalle nostre assemblee sale il profumo dell’incenso, segno del legame con la chiesa di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è vivente, gloriosa presso Dio, con Cristo, per sempre.

Ecco il forte richiamo che risuona per noi oggi: riscoprire il santo accanto a noi, sentirci parte di un unico corpo. E’ questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti credenti, dai primi secoli ai nostri giorni: uomini e donne nascosti, capaci di vivere quotidianamente la lucida resistenza a sempre nuove idolatrie, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore, nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Il santo allora diviene una presenza efficace per il cristiano e per la chiesa: “Noi non siamo soli, ma avvolti da una grande nuvola di testimoni” (Eb 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio, con loro saremo una cosa sola con il Figlio. In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra: essi pregano per noi, intercedono, ci sono vicini come amici che non vengono mai meno. E la loro vicinanza è davvero capace di meraviglie perché la loro volontà è ormai assimilata alla volontà di Dio manifestatasi in Cristo, unico loro e nostro Signore: non sono più loro a vivere, ma Cristo in loro, avendo raggiunto il compimento di ogni vocazione cristiana, l’assunzione del volere stesso di Cristo: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre” (Lc 22,42). Sostenuti da quanti ci hanno preceduto in questo cammino, scopriremo anche i santi che ancora operano sulla terra perché il seme dei santi non è prossimo all’estinzione: caduto a terra si prepara ancora oggi a dare il suo frutto. “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).

Purtroppo oggi questa memoria dei santi, così come quella dei morti il giorno seguente, è svuotata dalla celebrazione, sempre più popolare, di Hallowen: un altro, triste segnale di come nella nostra società si scivoli con facilità e insensibilmente dal reale al virtuale. A un mondo invisibile, autentico e reale, il mondo della comunione dei santi, viene sostituito un mondo invisibile ma immaginario, una fiction fabbricata con le nostre mani per autoconsolazione. No, la comunione dei santi è sperimentabile, vivibile: noi non siamo soli qui sulla terra perché nel Cristo risorto siamo “communicantes in unum”!

Tratto da Dare senso al tempo, pp. 143-146


Omelia di don Angelo Casati
nella Solennità di Tutti i santi

Mt 5, 1-12

Rincorro le letture -solo sfiorandole- per dire la gioia di questa festa, una festa che allarga la visione. Contro tutti i nostri restringimenti della salvezza, contro tutti i nostri pessimismi, viene a svelarci che la salvezza è moltitudine. “Una moltitudine immensa che nessuno poteva contare”. La visione dilata il restringimento del numero e ci toglie la presunzione di contare: “sono tanti o sono pochi coloro che si salvano?”. Questa volontà di contare! La visione mette sotto accusa e mette in questione il nostro uso, uso frequente, della parola “pochi”: sono pochi i buoni -diciamo- sono pochi i credenti, quelli veri, sono pochi i praticanti, sono pochi gli onesti.

La salvezza è moltitudine: Il mio sangue” – dice Gesù – “sparso per voi e per la moltitudine”. La visione dilata non solo il restringimento del numero, ma anche il restringimento della provenienza: “Da ogni nazione, razza, popolo e lingua”. Il sigillo di Dio non tiene conto -va oltre- le nostre delimitazioni di razza, di cultura, di religione e di appartenenza.

C’è un’appartenenza che viene prima di tutte queste appartenenze, che sta all’albore di ogni vita, che sta al principio ed è la nostra appartenenza a Dio, l’appartenenza di ogni uomo, di ogni donna a Dio. Un’appartenenza -e facciamo un passo avanti- di figli. Lui per noi è Padre. “Quale grande amore ci ha dato il Padre” – scrive Giovanni – “per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente”.

Non è semplicemente un nome -dice San Giovanni – non è un modo di dire: gli apparteniamo come figli, siamo realmente suoi figli. Chiamarlo Padre -ricordava qualche giorno fa Erri De Luca – chiamare Dio Padre è come ricordargli la sua responsabilità. Quando Gesù ci ha invitati a chiamarlo Padre, forse nel suo cuore riandava al passo di Isaia in cui il profeta dice a Dio: “Non forzarti all’insensibilità perché tu sei nostro Padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi” (Is 63,15-16).

Come a dire: gli altri possono anche chiamarsi fuori, ma tu Dio no, tu non puoi chiamarti fuori: “Tu, Signore, tu sei nostro Padre, da sempre ti chiami “nostro redentore” (Is 63, 16). Come dire: sei tu che ci hai messo al mondo. È vero! siamo argilla, siamo dannatamente imprecisi e imperfetti, ma ci hai fatto tu, siamo il prodotto delle tue mani e tu ne porti la responsabilità. Ci chiamiamo e siamo realmente figli di Dio e se figli siamo eredi.

Oggi contempliamo nella moltitudine immensa dei cieli l’eredità dei figli e capiamo che cosa diventano i figli quando Dio sarà pienamente manifestato in ciascuno di loro.

Ma forse per un altro motivo ci è cara la festa dei Santi: perché è la festa dei non canonizzati. E ognuno aggiunge un volto. Nella moltitudine tu aggiungi un volto.

Proprio ieri parlavo con un ragazzo che in primavera è stato in America Latina. Mi parlava di una chiesa dove, nel grande affresco dei santi, la gente aveva fatto dipingere il Vescovo Romero assassinato vicino all’altare, il bambino schiacciato dai carri armati ecc. Poi un ordine volle che fossero cancellati i volti non canonizzati.

È come se cancellassero dalla liturgia la festa di Tutti i Santi. Una sorta di espropriazione; la chiamo tale perché questa festa, con il numero grande, ci ricorda che la nostra vita è fatta di tanti incontri, di tanti volti – nessuno cammina da solo – di tanti santi che ci hanno accompagnato.

Dal cielo di Dio e dal cielo della nostra memoria nessuno potrà mai cancellarli. Essi, il popolo delle beatitudini ci insegnano che la vita dei veri discepoli di Gesù più che una serie di cose da fare è un modo di essere: essere fedeli a Dio sopra ogni cosa, essere misericordiosi, essere miti, essere tessitori di pace, essere limpidi nel cuore, essere forti nelle avversità come sono stati loro che ora vivono nella moltitudine immensa dei santi.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2014 da in Anno A, Domenica - commento, Festività (A), ITALIANO, Liturgia.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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