COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (A) Commento

Prepararsi alla Domenica (33)


XXXIII domenica del Tempo Ordinario A

La parabola dei talenti
Mt 25,14-30

Fiducia, fedeltà e rischio

parabola dei talenti 6

La vita, la sequela, il discepolato, l’esperienza della comunità cristiana, questo stesso ritrovarci in assemblea… un credito di fiducia aperto da Dio a nostro favore.

Al termine dell’anno liturgico e in una situazione storica come la nostra segnata da non poche preoccupazioni di fronte a gravi segni di disgregazione, a rileggerci è la splendida pagina della fiducia di Dio e ci annuncia che egli non è ancora stanco di questa umanità alla quale di nuovo, ancora, affida i suoi beni più cari.

Dio si fida e perciò si affida, all’uomo, a questo uomo che sono io, secondo la mia capacità. E la prova della fiducia risiede proprio nello starsene lontano: partì… Dio si fida, non ha paura e perciò si sente ben rappresentato da quest’uomo che sono io. L’uomo – ha detto qualcuno – il rischio di Dio. Fidandosi Dio rischia. Fiducia nei confronti di quest’uomo che sono io perché possa essere non solo amministratore di doni ricevuti in vista di una restituzione ma partecipe della stessa gioia di colui che dona: entra nella gioia del tuo Signore.

Vangelo che ci rilegge, dunque. Rilegge il nostro modo di stare al mondo a contatto con la nostra vita e con quella di quanti ci sono affidati. Rilegge il nostro atteggiamento di fronte a quanto con generosità e premura il Signore è andato dispensando di domenica in domenica. Non unico il modo di rapportarsi al dono come non unico è il modo di rapportarsi al reale.

Si può stare al mondo più preoccupati di evitare il male che di operare il bene, tranquilli e – perché no? – magari anche compiaciuti solo perché non abbiamo fatto questo, abbiamo evitato quello (“castità custodite nell’aridità. Celibati che rendono uomini complessati, matrimoni mortificati… affetti appiattiti dalla noia… rapporti condizionati dall’interesse”). Vita sì, ma nella recita.

Al mondo sì, ma secondo la logica dell’evitamento e della giustificazione.
Al mondo sì, ma a ribasso, possibilmente frequentando percorsi preferenziali.
Al mondo sì, ma solo secondo uno stile di conservazione che si alimenta della paura, quella che chiude inesorabilmente nel vecchio dove la vita coincide con quello che è stato, non con quello che già sta accadendo e che chiede di essere riconosciuto e accolto perché possa fruttificare.

Al mondo sì, ma rincorrendo isole private di consolazione e di rifugio: quante le forme di religiosità lette come un risveglio della fede e che invece non sono altro che un comodo ripiego per non assumersi le proprie responsabilità rispetto alla storia.

Al mondo sì, ma scavando buche entro le quali sotterrare quanto di prezioso abbiamo ricevuto, finendo così per esserne personalmente inghiottiti e perciò fingendo di vivere in superficie.
Al mondo sì, ma nell’accidia, in quell’atteggiamento, cioè, che si oppone alla vita perché non genera, non semina, non opera, non mette a frutto nulla di sé.

Eppure la parabola di Mt parla di un credito di fiducia accordato in anticipo. Fiducia di Dio riversata su tutti perché alle mani di ognuno è affidato qualcosa di buono. I beni di quel padrone assente per lungo tempo sono affidati ad altri. Ben a diritto Gv potrà ripetere noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16).

Gesù sta per andarsene e nulla trattiene di suo: tutto quanto ho ricevuto dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Noi veniamo al mondo per un credito di fiducia accordato in anticipo, ma rimaniamo a servizio della vita per il credito di fiducia che siamo in grado di suscitare e generare. Proprio della fiducia ricevuta è correre dei rischi. È la fiducia che fa aprire al nuovo avventurandosi su strade mai percorse finora.

Quel che più è strano è che quel padrone affida il proprio patrimonio a soggetti di cui non conosce neppure la managerialità. Un padrone interessato più che al frutto, alle potenzialità insite nei suoi servi ai quali si potrebbero applicare le parole dette da Gesù durante la Cena: non vi chiamo più servi, ma amici (Gv 15,15).

E invece talvolta ci sembra che il modo più riuscito per rispondere all’amore sia cristallizzare. Conservare non è il verbo dell’amore. L’amore non è realtà che si coniuga con l’intento di attendersi ricevute che attestino che non ci sono più pendenze tra noi.

Il dono restituito – ecco qui il tuo – indica la fine dell’amore, la cessazione di un rapporto. Restituire il dono equivale a riconoscere di essere stati al mondo, nella vita, in una relazione senza aver mai compreso quello che il padre di Lc 15 dice al figlio maggiore: “figlio, tutto ciò che è mio è tuo”.

Dio non gode della restituzione ma dell’inventiva e della creatività usate nel far circolare quanto mi è stato partecipato. Gioisce di una fede più preoccupata degli impulsi dello Spirito che non dei rischi umani da correre. Una fede non preoccupata del riconoscimento ma solo onorata per la fiducia di chi ha posto nelle sue mani un tesoro. L’antidoto a una vita al ribasso non è l’intraprendenza o l’operosità ma la fedeltà. Fedeli alla vita che solo per il fatto che mi è stata donata merita di essere vissuta fino in fondo. Fedeltà creativa che riconosce le opportunità e le porta a compimento, rischiando, forse sbagliando pure, e comunque vivendo. Luogo della fedeltà è il presente, il qui e ora, così come accade.

Ci sia dato, di fedeltà in fedeltà, di sentirci ripetere: entra nella gioia del tuo Signore.

Don Antonio Savone
https://acasadicornelio.wordpress.com


Commento al Vangelo
di ENZO BIANCHI

Parabola dei talenti 2La parabola dei talenti proposta dalla liturgia odierna è una parabola che, secondo il mio povero parere, oggi è pericolosa: pericolosa, perché più volte l’ho sentita commentare in un modo che, anziché spingere i cristiani a conversione, pare confermarli nel loro attuale comportamento tra gli uomini, nel mondo e nella chiesa. Dunque forse sarebbe meglio non leggere questo testo, piuttosto che leggerlo male…

In verità questa parabola non è un’esaltazione, un applauso all’efficienza (tanto meno a quella economica o finanziaria), non è un inno alla meritocrazia, ma è una vera e propria contestazione verso la comunità cristiana che sovente è tiepida, senza iniziativa, contenta di quello che fa e opera, paurosa di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società. La parabola non conferma “l’attivismo pastorale” di cui sono preda molte comunità cristiane, molti “operatori pastorali” che non sanno neppure leggere la sterilità di tutto il loro darsi da fare, ma chiede alla comunità cristiana consapevolezza, responsabilità, audacia e soprattutto creatività. Non la quantità del fare, delle opere rende cristiana una comunità, ma la sua obbedienza alla parola del Signore che la spinge verso nuove frontiere, verso nuovi lidi, su strade non percorse, lungo le quali la bussola che orienta il cammino è solo il Vangelo, unito al grido degli uomini e delle donne di oggi quando balbettano: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21).

E allora leggiamo con intelligenza questa parabola la cui prospettiva – lo ripeto – non è economica né finanziaria; essa non è un invito all’attivismo ma alla vigilanza che resta in attesa, non contenta del presente ma protesa verso la venuta del Signore. Egli non è più tra di noi, sulla terra, è come partito per un viaggio e ha affidato ai suoi servi, ai suoi discepoli un compito: moltiplicare i doni che egli ha fatto a ciascuno. Nella parabola, a due servi il Signore ha lasciato molto, una somma cospicua – cinque lingotti di argento a uno, due a un altro –, affinché la facciano fruttare; a un terzo servo ha lasciato un solo lingotto, che comunque non è poco. In tutti egli ha messo la sua fiducia, confidando loro i suoi beni. Spetta dunque ai servi non tradire la fiducia del padrone e operare una sapiente gestione dei beni, non di loro proprietà ma del padrone, il quale al suo ritorno darà loro la ricompensa.

“Dopo molto tempo” – allusione al ritardo della parusia, della venuta gloriosa del Signore (cf. Mt 24,48; 25,5) – il padrone ritorna e chiede conto della fiducia da lui riposta nei suoi servi, i quali devono mostrare la loro capacità di essere responsabili, in grado cioè di rispondere della fiducia ricevuta. Eccoli dunque presentarsi tutti davanti a lui. Colui che aveva ricevuto cinque talenti si è mostrato operoso, intraprendente, capace di rischiare, si è impegnato affinché i doni ricevuti non fossero diminuiti, sprecati o inutilizzati; per questo, all’atto di consegnare al padrone dieci talenti, riceve da lui l’elogio: “Bene, servo buono e fedele, … entra nella gioia del tuo Signore”. Lo stesso avviene per il secondo servo, anche lui in grado di raddoppiare i talenti ricevuti. Viene infine quello che aveva ricevuto un solo talento, il quale mette subito le mani avanti: “Da quando mi hai fatto fiducia, io sapevo che sei un uomo duro, esigente, arbitrario, che fa ciò che vuole, raccogliendo anche dove non ha seminato”. Con queste sue parole (“dalle tue parole ti giudico”, si legge nel testo parallelo di Luca; cf. Lc 19,22) il servo confessa di avere un’immagine del Signore che si è fabbricata: un padrone che gli fa paura, che chiede una scrupolosa osservanza di ciò che ordina, che agisce in modo arbitrario. Avendo questa immagine in sé, ha scelto di non correre rischi: ha messo al sicuro, sotto terra, il denaro ricevuto, e ora lo restituisce tale e quale. Così rende al padrone ciò che è suo e non ruba, non fa peccato…

Ma ecco che il Signore va in collera e gli risponde: “Sei un servo malvagio e pigro. Malvagio perché hai obbedito all’immagine del Signore che ti sei fatta, e così hai vissuto un rapporto di amore servile, di amore ‘costretto’. Per questo sei stato pigro, non hai avuto né il cuore né la capacità di operare secondo la fiducia che ti avevo accordato”. Lo sappiamo: è più facile seppellire i doni che Dio ci ha dato, piuttosto che condividerli; è più facile conservare le posizioni, i tesori del passato, che andarne a scoprire di nuovi; è più facile diffidare dell’altro che ci ha fatto del bene, piuttosto che rispondere consapevolmente, nella libertà e per amore. Ecco dunque la lode per chi rischia e il biasimo per chi si accontenta di ciò che ha, rinchiudendosi nel suo “io minimo”. Ma a me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”:

Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”.

Anche così la parabola sarebbe buona notizia!


Il talento di coltivare e custodire la felicità degli altri

Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni
Dio ci consegna qualcosa e poi esce di scena. Ci consegna il mondo, con poche istruzioni per l’uso, e tanta libertà. Un volto di Dio che ritroviamo in molte parabole: ha fiducia in noi, ci innalza a con-creatori, lo fa con un dono e una regola, quella di Adamo nell’Eden “coltiva e custodisci ”  il giardino dove sei posto, vale a dire: ama e moltiplica la vita, sacerdote di quella che è la liturgia primordiale del mondo. Nessun uomo è senza giardino, perché ciò che è stato vero per Adamo è vero da allora per ogni suo figlio.

I talenti dati ai servi, dal padrone generoso e fiducioso, oltre a rappresentare le doti intellettuali e di cuore, la bellezza interiore, di cui nessuno è privo, di cui la luce del corpo è solo un riflesso, annunciano che ogni creatura messa sulla mia strada è un talento di Dio per me, tesoro messo nel mio campo. E io sono l’Adamo coltivatore e custode della sua fioritura e felicità. Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli: «l’essenza dell’amore non è in ciò che è comune, è nel costringere l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto, a diventare il massimo che gli consentono le forze». (Rilke).

Arriva il momento del rendiconto, e si accumulano sorprese. La prima: colui che consegna dieci talenti non è più bravo di chi ne consegna solo quattro. Non c’è una tirannia o un capitalismo della quantità, perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Occorre solo sincerità del cuore e fedeltà a se stessi, per dare alla vita il meglio di ciò che possiamo dare.

La seconda sorpresa: Dio non è un padrone esigente che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi. La somma rimane ai servitori, anzi è raddoppiata: sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia. Questo accrescimento di vita è il Vangelo, questa spirale d’amore crescente è l’energia di Dio incarnata in tutto ciò che vive.

Si presentò infine colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: ho avuto paura.

La parabola dei talenti è un invito a non avere paura delle sfide della vita, perché la paura paralizza, ci rende perdenti: quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per la paura di finire sconfitti! Il Vangelo è maestro della sapienza del vivere, della più umana pedagogia che si fonda su tre regole: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. E soprattutto da quella che è la paura delle paure: la paura di Dio.

(Letture: Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,14-30).

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
Avvenire, 13/11/2014

 

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Un commento su “XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (A) Commento

  1. ISIDRO SANS i BALCELLS
    14/11/2014

    Molto bene, e sempre avanti, oggi piú che mai habiamo bisogno del “RISCHIO”,…

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 14/11/2014 da in Anno A, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (A).

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