COMBONIANUM – Formazione e Missione

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XXXIV Domenica del Tempo Ordinario e di Cristo Re (A) Commento

Prepararsi alla Domenica Cristo Re


SOLENNITÀ DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO
23 novembre

Matteo 25, 31-46
Al centro l’amore

El Greco, Resurrezione di Cristo, 1556-1600Sembrerebbe un vangelo laico quello odierno. Nulla di confessionale o di religioso, immediatamente. Tutto dal versante dell’uomo, della vita, delle relazioni intrattenute. E paradossalmente, proprio perché tutto dal versante dell’uomo, anche tutto dal versante di Dio. Il senso della vita in quello che siamo stati capaci di condividere con fratelli e sorelle in umanità. E noi che per anni abbiamo teorizzato cosa fare finalmente per avere accesso a Dio.

Anche alla fine il Signore Gesù non cessa di sorprenderci. Di domenica in domenica abbiamo provato a seguirne le orme accogliendo di volta in volta la bellezza e il fascino di una parola che mentre ci rivelava il volto di un Dio che si fida dell’uomo, ci portava fuori dal nostro piccolo cabotaggio.

Ora, all’ultimo appuntamento dell’anno liturgico, ci aspetteremmo chissà quale consegna, chissà quale messaggio. E lui, ancora una volta, anche stavolta, con la forza sorprendente della sua parola ci consegna una lettura della storia a partire dalla fine. E così racchiude tutto in cinque parole: lo avete fatto a me. Tutto qui. Al centro l’amore: un amore declinato attraverso il prendersi cura, l’avere occhi, gesti, mani, attenzione per chiunque incrocia i nostri passi facendosi mendicante. Ecco ciò che rimane, ciò che è definitivo, ciò che conta e ciò per cui vale la pena spendere la propria vita.

Viene il regno di Dio tutte le volte in cui qualcuno mette tutta la propria passione nel riscatto e nella riconciliazione degli uomini. Viene il regno di Dio quando qualcuno è riportato alla vita ed è restituito alla dignità di poter ancora sperare. Quando questo accade, lì risplende la regalità di Dio. Lì c’è Dio. Ne siamo o meno consapevoli.

Ancora alla fine acqua versata e pane spezzato. Vangelo possibile a chiunque, a portata di mano, dell’umile misura di un bicchiere d’acqua. Vangelo messo in pratica anche da chi non ha mai conosciuto il Signore: quando, Signore? La sorpresa, appunto. Questo è il vangelo: acqua, pane, un tetto, un vestito, una visita. E chi non lo capisce questo vangelo? Qui non c’è nulla da imparare a memoria. Come non ci sono appartenenze da rivendicare.

Di nuovo la sorpresa perché anche alla fine Gesù non ci racconta un Dio onnipotente, ma un Dio che ha fame, un Dio che prova sete, un Dio che fa sua tutta la vulnerabilità dell’uomo e perciò chiede di essere riconosciuto e accolto su questo versante. A tema la corporeità e la concretezza della prassi evangelica di cui tutti possono essere costituiti segno, anche a loro insaputa. Il regno di Dio non è una realtà circoscrivibile ai confini della Chiesa ma alle dimensioni dell’amore di ogni uomo. Interessante, non poco, scoprire che in ordine alla relazione con Dio non ci sono posti già riservati ed esclusivi. Questo è l’inedito del vangelo cristiano contro cui nessuno può nulla. Che è anche ciò che lo rende più luminoso.

Vita benedetta quella non attraversata dalla volontà di mettere al sicuro anzitutto se stessa, i propri legami, le proprie cose. Vita benedetta quella di un gran numero di uomini e di donne che ogni giorno vìola l’impulso irresistibile alla cura di sé mediante il prendersi cura di un altro. Vita benedetta quella di chi non persegue una sua perfezione religiosa ma quella capace di offrire riscatto alla debolezza dell’altro così come fa capolino nella tua storia. Una fede che pretende di manifestare la serietà dell’amore di Dio non va da sé. Se non viene destinata per i gesti del prendersi cura è vana, è già morta. Là dove ci sono persone capaci di praticare la giustizia esse sono una consolazione per chiunque arrivi al mondo e sono la rivelazione più luminosa di ciò che è Dio.

Vangelo stravolto quando si è preteso di leggere la regalità di Cristo in termini trionfalistici, quando per contrastare un totalitarismo politico si è creduto di dover contrapporre un totalitarismo religioso finendo per perdere di vista il monito del Signore quando ai discepoli che rivendicavano titoli di onori e primi posti aveva detto: non così tra voi.

Tanto diverso – vangelo alla mano – il modo in cui Gesù ha esercitato la sua regalità. Catino in mano, asciugatoio ai fianchi, in ginocchio anche davanti al traditore. La regalità di chi si sottomette all’impegno di prendersi cura dei suoi. Fino alla fine. Così regna il nostro re, abdicando a ogni forma di esercizio del potere che possa avere anche solo la parvenza di schiacciare l’altro. I veri signori – secondo il nostro sentire comune – non finiscono mai in croce. Essi comandano e basta. Tutto il resto è debolezza. E invece quei gesti durante la cena simbolo e profezia di quanto sarebbe accaduto l’indomani: non voler prevaricare. A tutti i costi. Per questo regnavit a ligno Deus. Dio regna dalla croce, regna cioè nella gratuità di un amore offerto anche quando non è riconosciuto e accettato. Un amore che mai fa appello alla pretesa di una restituzione o di un contraccambio: esso continua solo a dare se stesso. Regna rinunciando all’esercizio della forza che umilia e annienta.

Al centro l’amore…

Don Antonio Savone
acasadicornelio


Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, annata A

Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI

Mt 25,31-46
Giudicati sull’amore

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico ascoltiamo la pagina che conclude il discorso escatologico nel vangelo secondo Matteo, quella in cui Gesù annuncia il giudizio finale. È un brano straordinario, che sintetizza in modo semplice la singolarità cristiana, ponendo con chiarezza ogni discepolo di Cristo di fronte alla propria concreta responsabilità verso i fratelli, in particolare verso gli ultimi.

“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, si siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno riunite tutte le genti”. Gesù parla di sé alla terza persona quale Figlio dell’uomo (cf. Dn 7,13), ossia quella figura di Giudice escatologico che alla fine della storia verrà per stabilire la giustizia di Dio. La sua regalità consiste nel compiere quel giudizio che è una misura di giustizia verso tutti coloro che sulla terra sono stati vittime, privati della possibilità di una vita degna di questo nome; in questo modo Gesù porterà a compimento ciò che ha iniziato durante il suo passare tra gli uomini facendo il bene (cf. At 10,38). Il giudizio è assolutamente necessario affinché la storia abbia un senso e tutte le nostre azioni trovino la loro oggettiva verità davanti al Dio che “ama giustizia e diritto” (Sal 33,5).

Servendosi di un’immagine tratta dal profeta Ezechiele Gesù afferma che il Figlio dell’uomo “separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra” (cf. Ez 34,17). Questo giudizio, che è a un tempo universale e personale, non avviene – come potremmo attenderci – al termine di un processo: qui viene solo presentata la sentenza, perché tutta la nostra vita è il luogo di un “processo” particolarissimo. Ed è proprio per risvegliare in noi questa consapevolezza che Gesù descrive il duplice dialogo simmetrico tra il Re/Figlio dell’uomo e quanti si trovano rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra. Ai primi, definiti “benedetti del Padre”, il Re dona in eredità il Regno con questa motivazione: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in ero carcere e siete venuti a trovarmi”. Per non aver fatto questo agli altri è invece riservata una sorte opposta.

Il metro di questa separazione non è costituito da questioni morali o teologiche: no, la salvezza dipende semplicemente dall’aver o meno servito i fratelli e le sorelle, dalle relazioni di comunione con quanti siamo stati disposti a incontrare sul nostro cammino. E ciò che colpisce è lo stupore manifestato da coloro cui il Figlio dell’uomo si rivolge: “Quando ti abbiamo visto affamato… e ti abbiamo (o non ti abbiamo) servito?”, cui segue la risposta decisiva: “Amen, io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Sì, il povero che manca del necessario per vivere con dignità è “sacramento” di Gesù Cristo, perché con lui Cristo stesso ha voluto identificarsi (cf. 2Cor 8,9): chi serve il bisognoso serve Cristo, lo sappia o meno.

Di più, per noi cristiani i poveri sono anche “sacramento del peccato del mondo” (Giovanni Moioli), dell’ingiustizia che regna sulla terra, e nell’atteggiamento verso di essi si misura la nostra capacità di vivere nel mondo quale corpo di Cristo. Quando infatti vediamo una persona oppressa dalla povertà, dovremmo saper interpretare questa situazione come il frutto dell’ingiustizia di cui anche noi siamo responsabili in prima persona. Da tale presa di coscienza scaturirà poi la disponibilità a farci prossimi a chi soffre per lottare contro il bisogno che lo angustia; e quando avremo operato per eliminare il bisogno, anzi mentre operiamo, ecco che il povero diventa per noi sacramento di Cristo, anche se forse lo scopriremo solo alla fine dei tempi…

Nell’ultimo giorno tutti, cristiani e non cristiani, saremo giudicati sull’amore, e non ci sarà chiesto se non di rendere conto del servizio amoroso che avremo praticato quotidianamente verso i fratelli e le sorelle, soprattutto verso i più bisognosi. E così il giudizio svelerà la verità profonda della nostra vita quotidiana, il nostro vivere o meno l’amore qui e ora: “impariamo dunque a meditare su un mistero tanto grande e a servire Cristo come egli vuole essere servito” (Giovanni Crisostomo).


XXXIV Domenica Tempo Ordinario – Cristo Re

Il peccato più grande? Smarrire lo sguardo di Dio

Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere… Dal Vangelo emerge un fatto straordinario: lo sguardo di Gesù si posa sempre, in primo luogo, sul bisogno dell’uomo, sulla sua povertà e fragilità. E dopo la povertà, il suo sguardo va alla ricerca del bene che circola nelle vite: mi hai dato pane, acqua, un sorso di vita, e non già, come ci saremmo aspettati, alla ricerca dei peccati e degli errori dell’uomo. Ed elenca sei opere buone che rispondono alla domanda su cui si regge tutta la Bibbia: che cosa hai fatto di tuo fratello?

Quelli che Gesù evidenzia non sono grandi gesti, ma gesti potenti, perché fanno vivere, perché nascono da chi ha lo stesso sguardo di Dio.

Grandioso capovolgimento di prospettive: Dio non guarda il peccato commesso, ma il bene fatto. Sulle bilance di Dio il bene pesa di più. Bellezza della fede: la luce è più forte del buio; una spiga di grano vale più della zizzania del cuore.

Ed ecco il giudizio: che cosa rimane quando non rimane più niente? Rimane l’amore, dato e ricevuto. In questa scena potente e drammatica, che poi è lo svelamento della verità ultima del vivere, Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini, da arrivare fino a identificarsi con loro: quello che avete fatto a uno dei miei fratelli, l’avete fatto a me!

Gesù sta pronunciando una grandiosa dichiarazione d’amore per l’uomo: io vi amo così tanto, che se siete malati è la mia carne che soffre, se avete fame sono io che ne patisco i morsi, e se vi offrono aiuto sento io tutte le mie fibre gioire e rivivere.

Gli uomini e le donne sono la carne di Cristo. Finché ce ne sarà uno solo ancora sofferente, lui sarà sofferente.

Nella seconda parte del racconto ci sono quelli mandati via, perché condannati. Che male hanno commesso? Il loro peccato è non aver fatto niente di bene. Non sono stati cattivi o violenti, non hanno aggiunto male su male, non hanno odiato: semplicemente non hanno fatto nulla per i piccoli della terra, indifferenti.

Non basta essere buoni solo interiormente e dire: io non faccio nulla di male. Perché si uccide anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non impegnarsi per il bene comune, per chi ha fame o patisce ingiustizia, stare a guardare, è già farsi complici del male, della corruzione, del peccato sociale, delle mafie.

Il contrario esatto dell’amore non è allora l’odio, ma l’indifferenza, che riduce al nulla il fratello: non lo vedi, non esiste, per te è un morto che cammina.

Questo atteggiamento papa Francesco l’ha definito «globalizzazione dell’indifferenza». Il male più grande è aver smarrito lo sguardo, l’attenzione, il cuore di Dio fra noi.

A cura di Ermes Ronchi
Avvenire


Mt 25, 31-46
Prenditi cura

Siamo come al termine di un pellegrinaggio. Domenica è Avvento e ricomincia il cammino e forse solo i sonnolenti penseranno che è un’abitudine. In un monastero -quello di Bose- ho letto questa scritta: “Jam gallus fervidas canat et somnolentos increpat, iudicium Dei nunciat”. “Canta ormai il gallo entusiasta, rimprovera i sonnolenti, annuncia il giudizio di Dio”. E siccome io mi reputo -e, credetemi, non faccio per dire- un sonnolento, uno che corre il rischio di assopirsi, ben venga l’Avvento e che il gallo canti e ci desti dal sonno.

Voi capite allora come questa domenica, domenica di Cristo Re, faccia da cerniera: è al termine di un cammino, ma già prelude l’Avvento. È scritto nel Vangelo: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria…”.

E il verbo è al futuro: “verrà nella sua gloria”, non “viene oggi” il Signore nella sua gloria. La sua gloria oggi è nascosta.

Per il regno di Dio -e bisognerà dirlo con forza contro ogni esaltazione fanatica- per il regno di Dio oggi sulla terra, questo non è tempo di manifestazioni gloriose, è tempo di una gloria nascosta.

Gesù non lo vedi. La sua gloria non la vedi. Il Vangelo di Matteo ci ricorda però dove si nasconde il Signore, oggi, dove oggi si cela la sua gloria: nel fratello e nella sorella in difficoltà.

E se tu non lo riconosci lì, se tu non ti inginocchi lì, non hai riconosciuto la presenza di Dio, forse non l’unica presenza, ma certo la più concreta, quella cui Dio sembra tenere di più, quella su cui tu sarai giudicato. Se non ti inginocchi lì, non avrai venerato la sua gloria, anche se avrai fatto tutte le genuflessioni di questo mondo.

È sorprendente in un certo senso pensare come il cammino della fede e della chiesa della Sacra Liturgia conduca qui, conduca all’uomo, alla donna… e come Dio quasi si cancelli e ti dica che conta l’uomo, conta la donna.

È sorprendente perché nel nostro immaginario rimane l’idea di un Dio che pensa alla sua gloria, ai suoi palazzi, dall’alto della sua separatezza. Ma se pensiamo e se parliamo di Dio in questi termini, diamo di lui una ben triste e penosa immagine.

La vera immagine di Dio c’è stata raccontata oggi nel brano di Ezechiele, brano che trasuda, da tutti i pori, tenerezza e commozione, solo che tu metta al posto di quel nome “le pecore”, come è legittimo, il tuo nome, il tuo volto.

Un pastore che conduce, ma fa anche riposare, che mi viene a cercare fino all’ultima spiaggia dei miei smarrimenti, fascia le ferite, cura e si prende cura.

Questo è Dio. E quale la sua volontà? Che cosa vuole Dio da noi? Ho trovato scritto in una nicchia del monastero, accanto alla figura di S. Pacomio: “La volontà di Dio è che tu serva gli uomini, tuoi fratelli”.

Prenditi cura. Non ti viene chiesto di operare guarigioni. Per pochi malati che ha guarito, pensate quanti malati al suo tempo Gesù non ha guarito, quanti ciechi, quanti lebbrosi, quanti storpi. Ma si è preso cura di loro.

Oggi viene spontaneo pensare alle nostre case, là dove in silenzio si cura un malato, si sostiene un anziano, si dà speranza a un handicappato, a prezzo a volte di fatiche inenarrabili.

E Gesù dice: “Benedetti del Padre mio”. C’è una benedizione reale anche nelle case, una benedizione diretta, che non ha bisogno di essere mediata dai preti…

“Venite benedetti”, è scritto nel Vangelo; in ebraico il termine che dice “benedizione” “barakh” è molto vicino al termine che dice “ginocchio” “berek”.

Vorrei forzare la vicinanza dicendo: benedetto perché ti sei messo in ginocchio, perché hai servito, perché ti sei preso cura dell’altro.

E l’altro non è un fantasma, la nostra giornata è fatta di incontri da mattina a sera, forse anche la notte, con l’altro.

Prenditi cura. Non ti sono chiesti miracoli. Prenditi cura, perché Dio è celato nell’altro. Secondo un commento rabbinico la “Shekhinah” (la presenza di Dio) si libra sopra il letto del malato, cosicché colui che visita il malato non deve sedersi sul letto o su una sedia su una panca, ma si deve coprire il capo e sedersi per terra, poiché la Shekhinah si libra su quel letto. (b. Nedarim, 40 a)

omelia di don Angelo
http://www.sullasoglia.it

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Questa voce è stata pubblicata il 20/11/2014 da in Anno A, Domenica - commento, Festività (A), ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (A).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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