COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sul libro dell’Apocalisse

Lectio della Settimana (34):
Libro dell’Apocalisse


7. L’avvento del regno messianico

Pino Stancari

Puoi scaricare l’intero file in PDF:  L’Apocalisse – il Mistero Pasquale luce della storia

Apocalisse-di-GiovanniApprofittiamo di quest’ultimo appuntamento per fare un passo in avanti nella lettura dell’Apocalisse. Naturalmente non completiamo la lettura del Libro ma possiamo dire di esserci ormai ben introdotti in esso. Abbiamo letto undici capitoli e con un po’ di impegno, questa sera, leggeremo altri due capitoli, i capp. 12 e 13 e i primi cinque versetti del cap. 14.

Siamo inseriti nello strascico delle visioni che sono successive allo squillo della settima tromba. Il settenario delle trombe è da intendere come una sequenza di richiami ai sintomi della fine e, all’apertura del settimo sigillo, è proprio questa finitezza ad essere individuata come una delle fondamentali componenti della storia umana. Leggevamo nel nostro ultimo incontro che il settimo squillo ci chiama a constatare come sia in corso l’avvento del Regno. Questa novità, ormai insediata nella vicenda umana, costituisce il vero motivo della crisi in cui si trova la storia degli uomini: essa porta in sé il sigillo della fine che coincide con l’avvento del Regno, appartiene all’avvento del Regno. La fine della storia umana è determinata, imposta, interpretata, governata dall’avvento del Regno che appunto viene a dichiarare finita la storia degli uomini. E quella situazione così paradossale, per cui la storia è permanentemente in crisi, viene qui, al settimo squillo della settima tromba, contemplata dal nostro Giovanni come testimonianza che, dal di dentro della storia umana, costantemente rinvia alla definitiva instaurazione del Regno in modo corrispondente alle intenzioni del Dio vivente. Proprio perché Dio realizza nella storia degli uomini quell’intenzione d’amore che stava all’inizio di tutto, la storia degli uomini, in quanto è degli uomini, in quanto è fatta dagli uomini, finisce; è già finita e porta in sé questa componente che, dall’interno, la pone costantemente in crisi, la dichiara esaurita. Ricordate che l’ultimo versetto del cap. 11 dice così (e da lì ripartiamo): “Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza”. Il segreto del Dio vivente ormai è manifestato; il santuario è messo a disposizione dei nostri sguardi; l’intimo del mistero di Dio è spalancato per noi: “apparve nel santuario l’arca dell’alleanza”. Attraverso l’immagine del tempio, il santo, il santo dei santi, l’arca santa custodita nella profondità del santuario: attraverso questa immagine siamo aiutati a contemplare l’intenzione d’amore che sta nel segreto più profondo del Dio vivente. Questa sua intenzione d’amore oramai si è manifestata in modo tale da imporsi come il criterio pieno, decisivo, finale circa l’interpretazione di tutto quello che è avvenuto, avviene e avverrà nella storia degli uomini. “Apparve nel santuario l’arca dell’alleanza.Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine“. Fin qui eravamo giunti.

Le visioni che seguono, sono tutte interne a quanto abbiamo letto sino a questo momento, man mano che esse vengono sviluppandosi a partire dalla visione iniziale, quella del capitolo primo: la grande visione introduttiva del Mistero Pasquale come criterio che ci consente di interpretare la realtà del mondo, del suo significato autentico e definitivo. Il Figlio dell’Uomo, che è morto ed è risorto, è Lui il Signore dell’universo ed è Lui il protagonista della storia umana; è Lui che, attraverso la missione affidata alla Chiesa, sta governando la storia degli uomini fino alla definitiva obbedienza alla sua vittoria sulla morte, quella vittoria gloriosa del Signore risorto che oramai è stata realizzata una volta per tutte. E così, a partire dalla prima visione, tutte le altre si sono succedute fino a questa svolta dinanzi alla quale ci troviamo. Il v. 19 del cap. 11, che adesso vi leggevo, inquadra lo svolgimento che seguirà. Tutto quel che adesso Giovanni vede è, per così dire, interno a quel versetto; è interno a quello spalancamento del santuario di Dio; è interno alla visione dell’arca dell’alleanza che trascina con sé quello sconquasso generale che non ha nulla di catastrofico ma, al contrario, ha il significato di una conferma della travolgente instaurazione di un mondo nuovo e della trasformazione radicale dell’asse che, dall’interno, sostiene lo svolgimento della storia umana: essa non è più affidata all’iniziativa degli uomini, che hanno inquinato ogni cosa, ma la storia è recuperata, intrinsecamente, radicalmente, in obbedienza all’iniziativa del Dio vivente. E’ apparsa a noi l’arca dell’alleanza: ecco come l’opera di Dio s’è compiuta e quella sua volontà d’amore oramai governa la storia degli uomini; il Figlio di Dio, che è morto ed è risorto, è il protagonista e tutto a Lui fa capo.

Una donna vestita di sole: Eva, Gerusalemme, Maria, la Chiesa

Nel cap. 12 abbiamo una serie di tre quadri; tre visioni che sono strettamente coordinate fra loro. E’ un testo abbastanza noto quello che adesso leggiamo. I tre quadri si sviluppano in maniera tale che il primo quadro contiene gli altri due, nel senso che il secondo e il terzo sono ingrandimenti di particolari già interni al primo quadro.

Primo quadro: dal v. 1 al v. 6, la visione della donna. Secondo quadro: dal v. 7 al v. 12, la sconfitta del drago. Terzo quadro: dal v. 13 al v. 17, l’aggressione che il drago sferra per impedire alla donna di realizzare la sua missione.

Come accennavo tutto già appare nel primo quadro, dal v. 1 al v. 6: “Nel cielo apparve (lo spalancamento del santuario – l’arca dell’alleanza – adesso si configura come un segno grandioso sullo sfondo del cielo: è il grembo del Dio vivente che si è disvelato per me; è l’intimità, il segreto del Dio vivente che noi siamo in grado adesso di considerare nella pienezza di un disegno oramai realizzato) poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto“. Questo segno è grande in quanto rinvia alla rivelazione che si è sviluppata nel corso della storia della salvezza fino alla pienezza dell’evento pasquale. Gli elementi fondamentali di questa visione sono costituiti dalle figure della donna, del figlio maschio, di cui questa donna è madre feconda, e del drago che raffigura, in base a una simbologia già presente nell’antico testamento, l’opposizione a quel progetto dispiegato lungo tutto il corso della storia della salvezza, fino alla pienezza dei tempi, fino all’incarnazione del Figlio, fino alla Pasqua di morte e di resurrezione. La donna di cui si parla qui è figura che ci aiuta a contemplare lo svolgimento del disegno fino alla pienezza, come adesso sottolineavo, e questa figura viene man mano individuata ricorrendo a elementi tratti tutti dalla rivelazione antico-testamentaria fino alla pienezza neo-testamentaria in modo tale che possiamo individuare quattro livelli: questa immagine è stratificata su quattro livelli. In primo luogo questa donna, che è incinta e grida per il travaglio del parto, è Eva ed è ogni donna che partorisce, da Eva in poi. E’ la prima figura che emerge nella storia della salvezza come testimonianza di quella volontà d’amore per cui Dio è all’opera allo scopo di ricondurre l’umanità a quella vocazione che proprio gli uomini hanno tradito. Ogni donna che partorisce è la donna in quanto Eva, è la donna in quanto tale, in quanto è in grado di concepire, di partorire, di generare. Questo è il primo livello: la donna partorisce un figlio, l’uomo, che porta in sé l’eredità di Adamo, la sua solitudine, la sua amarezza, la sua sconfitta, tutto quel carico di eredità trasmesso agli uomini che nascono da donna: un carico di condizionamenti, che ripropongono puntualmente la situazione miserabile e vergognosa in cui versa l’antico Adamo e ogni figlio che nasce da grembo di donna.

Secondo livello: questa donna è vestita di sole. E’ una citazione leggermente elaborata di quella profezia che leggiamo nel capitolo 60 del Libro di Isaia, dove si parla di Gerusalemme, che splende nella luce; è la prima lettura della festa dell’Epifania: “Sorgi, rivestiti di luce, splendi nel sole, Gerusalemme”. Gerusalemme è quella città cui fa capo tutta la vicenda del popolo di Israele che si dispiega nello spazio e che si arricchisce nel tempo. Gerusalemme che è allo stesso modo immagine di riferimento per identificare il popolo che ha ricevuto le promesse, il popolo dell’alleanza, il popolo che custodisce in sé la promessa per eccellenza: la promessa messianica. Questa donna, dunque, è Gerusalemme in quanto il popolo dell’alleanza è chiamato ad essere il luogo nel quale si compirà la promessa messianica: è la madre del Messia atteso da Israele. “Vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”.E’ anche questo un rinvio alle dodici tribù dell’unico popolo con cui Dio ha voluto fare alleanza e mediante il quale Dio ha introdotto nella storia umana la sua energia, quell’impulso che sospinge in modo intransigente verso il compimento della promessa. Notate, c’è un’opposizione; dice qui il v. 3: “Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato“. Dunque, c’è un’opposizione nel corso della storia della salvezza, un’opposizione di cui Gerusalemme fa le spese, di cui Israele ha subito conseguenze dolorosissime: il tentatore che fin dall’inizio esercitò la sua pressione micidiale e poi l’intervento del drago che si ripropone in lungo e in largo come avversario determinato a far di tutto per sgambettare il popolo in cammino che reca, nel proprio grembo fecondo, la promessa messianica.

Terzo livello: questa donna è proprio lei, Maria, la madre del Messia, proprio lei che partorisce il bambino maschio, proprio lei che partorisce il figlio annunciato, proprio lei che non soltanto porta nel suo seno la promessa, ma è realmente madre del figlio atteso. E’ proprio lei che “partorì il figlio maschio – dice adesso il v. 5 – destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (questa è una citazione del famoso Salmo messianico 2) e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono“. Dunque, vedete: è madre del figlio che discende e risale, è madre del figlio che muore e risorge, è madre del figlio che realizza nella storia degli uomini l’opera corrispondente alle intenzioni del Dio vivente, è Lui che vince la morte. “Rapito verso Dio e verso il suo trono“. E’ madre del figlio che risorge; non soltanto è madre del figlio che è presente sulla scena del mondo e condivide la sorte degli uomini fino alla morte, ma è madre del figlio che vince la morte. E vedete come il drago non ha potere su di lui: l’avversario è dominato, è travolto, è inchiodato: “il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono“.

Quarto livello. E’ sempre quella donna che abbiamo riconosciuto come ogni donna che partorisce, come Gerusalemme in quanto figura di tutto il popolo dell’alleanza chiamato a custodire la promessa messianica; quella donna che è la madre del Signore – lo ha generato nella carne, lo ha generato per la resurrezione gloriosa – questa donna (veniamo a sapere nel v. 6) “fuggì nel deserto ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse tenuta milleduecentosessanta giorni“. Ecco: questa donna è la Chiesa che evangelizza nel corso della storia che si svolge a partire dalla Pasqua in poi, ed è esattamente la storia nella quale è inserita anche la nostra generazione. E’ la Chiesa che celebra i sacramenti e che trova rifugio nel deserto, nel senso che è preparato per lei un luogo nel quale viene nutrita, sostenuta e costantemente rilanciata in obbedienza alla missione che le è stata affidata; “per tre anni e mezzo” che è il tempo della persecuzione per eccellenza, del conflitto così come già era stato affrontato nel corso del II secolo a.C. e che rimane come esemplare. E’ il tempo della prova, è il tempo della missione affidata alla Chiesa, ma è il tempo nel corso del quale la Chiesa è già in grado di generare un uomo nuovo, un figlio che è chiamato a vivere nella partecipazione alla gloria del Messia, di Cristo che è risorto dai morti. E’ la donna che ha trovato riparo nel deserto (un accenno, probabilmente, a quel che avviene nel corso del I° secolo quando la prima Chiesa, la Chiesa madre di tutte le chiese, la Chiesa di Gerusalemme nel contesto dell’insurrezione giudaica, prende le distanze, si sposta in regioni che stanno a oriente del Giordano) ed è la Chiesa che prosegue così nell’adempimento della sua missione coincidente con la testimonianza di una fecondità che, nel tempo in corso – che dura tre anni e mezzo o tre millenni e mezzo, nel corso di questo nostro tempo, ancora così contrastato e così ambiguo – già genera per la vita nuova. Genera l’uomo per la vita nuova, gli uomini per la vita nuova, l’umanità per la vita nuova; nel corso del tempo, del nostro tempo ancora così travagliato, già la donna genera in piena e definitiva corrispondenza a quella vittoria che il Figlio di Dio ha riportato una volta per tutte. E’ il grembo del Dio vivente che si è spalancato per noi e noi abbiamo visto l’arca dell’alleanza: ecco l’intenzione custodita dall’eternità nel suo segreto ed ecco che questa intenzione si è dimostrata operativa, efficace, definitiva, a nostro vantaggio, a vantaggio dell’umanità intera. Abbiamo visto la donna che ha partorito il figlio glorioso. Abbiamo visto la donna che svolge la sua missione nel corso delle generazioni umane in modo tale da generare per la vita eterna.

Il drago è sconfitto ma non si arrende.

Secondo quadro. L’attenzione qui si concentra, dal v. 7 al v. 12, sulla figura del drago, che già compariva nel primo quadro. “Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago“. Il drago è una figura angelica ribelle e vedete come il drago è creatura angelica sconfitta. Anche la sconfitta dell’angelo ribelle è posta in connessione con la vittoria pasquale del Figlio di Dio. <<Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamano il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva(l’angelo ribelle, che viene denominato ricorrendo a ben cinque titoli – drago, serpente, diavolo, satana, seduttore – è relegato sulla terra alla ricerca di quella complicità presso gli uomini di cui egli ha bisogno per contrastare l’iniziativa del Dio vivente. Ma lui è sconfitto. Cerca ancora complicità presso gli uomini, complicità che la malizia degli uomini, la durezza e l’egoismo del cuore umano potranno mettergli a disposizione. Ha bisogno di questa complicità, ma intanto lui è già sconfitto. E il v. 10 introduce il canto che qui riecheggia nell’altezza celeste e che Giovanni è in grado di recepire e vuole riproporre a nostra consolazione):

“Ora si è compiuta

la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio

e la potenza del suo Cristo

(vedete il Messia: colui che è disceso e risalito, colui che ha vinto la morte; adesso si è compiuta la sua vittoria)

perché è stato precipitato

l’accusatore dei nostri fratelli,

colui che lo accusava davanti al nostro Dio

giorno e notte.

Ma essi lo hanno vinto

per mezzo del sangue dell’Agnello

e grazie alla testimonianza del loro martirio;

poiché hanno disprezzato la vita

fino a morire.

Esultate, dunque, o cieli,

e voi che abitate in essi.

Ma guai a voi terra e mare,

perché il diavolo è precipitato sopra di noi

pieno di grande furore

sapendo che gli resta poco tempo”.

Nella grande liturgia celeste è celebrata la vittoria pasquale del Figlio di Dio che è disceso ed è risalito e che ha riportato la vittoria in modo tale da esaurire radicalmente la negatività dell’aggressione che quella creatura angelica ribelle ha voluto sferrare contro l’iniziativa di Dio. Questa vittoria è già condivisa da tutti coloro che sono consanguinei dell’Agnello, coloro che sono passati attraverso il martirio, il versamento del sangue; coloro che sono già coinvolti in una relazione di fraternità con l’Agnello; una relazione che rende riconoscibile la presenza di ogni creatura umana in quanto è proprio attraverso il versamento del sangue che viene instaurata la solidarietà che consente agli uomini di riconoscersi fratelli; quella consanguineità che rende gli uomini fratelli dell’unico Messia, il Cristo, l’Agnello. L’avversario è sconfitto per il fatto che l’Agnello è stato immolato e intronizzato nella gloria; l’avversario è stato sconfitto proprio perché l’Agnello ha posto il fondamento di quella fraternità per cui gli uomini si riconoscono legati da un vincolo indissolubile oramai, esattamente a dispetto della volontà di frantumazione, di separazione, di dispersione, di contraddizione; quella volontà che l’avversario in tutti i modi ha voluto esplicitare. E’ sconfitto. “Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi“. E d’altra parte, vedete, l’avversario è ancora operante nella dimensione terrestre della nostra vicenda umana. E, qui, questo “guai a voi“. Forse ricordate: è il terzo “guai” corrispondente al suono della settima tromba; le ultime tre trombe erano state ascoltate da Giovanni in corrispondenza alla risonanza di un “guai”. Terzo “guai”: siamo alle prese con il settimo squillo della settima tromba e, vedete, questa sventura (“Ma guai a voi terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di noi“) è da intendere, come ormai ben sappiamo, in tutto e per tutto dominata dalla vittoria dell’Agnello. E là dove l’avversario imperversa con la sua furia aggressiva, l’avversario già è sconfitto. Il diavolo, pieno di grande furore, imperversa “sapendo che gli resta poco tempo” (v. 12), sapendo di essere già sconfitto, ma non si è arreso. Questa è la situazione davvero terribile nella quale si trova l’avversario, la creatura angelica decaduta, la potenza demoniaca: lui è sconfitto, ma non si è arreso, sapendo che gli resta poco tempo e vuole a tutti i costi approfittare di questo tempo, che dura tre anni e mezzo, che è il nostro tempo, per imperversare a suo piacimento. Ribadisco però: si tratta di una potenza perdente.

L’aggressione del drago alla donna

Terzo quadro, dal v. 13 al v. 17. L’aggressione del drago viene implacabilmente scatenata a danno della donna, considerata come ci era apparsa nel quarto livello della nostra contemplazione: la Chiesa impegnata nella sua missione; la Chiesa che evangelizza, che celebra i sacramenti, che genera gli uomini per la vita eterna in comunione con il Figlio di Dio che è risorto dai morti. Ebbene: “il drago quando si vide precipitato sulla terra si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio“. E’ mosso da un rancore spietato, da un’invidia micidiale nei confronti della vocazione che Dio ha donato alla creatura umana, quella vocazione per cui gli uomini sono condotti a condividere la vittoria del Figlio glorificato, l’Agnello immolato, vittorioso (secondo la teologia degli antichi, è questa la ragione della stessa ribellione: nella corte celeste del Dio vivente l’angelo si ribella perché non accetta che alla creatura umana sia conferita quella dignità straordinaria dovuta al fatto che il Figlio diventa uomo). E’ in corso l’aggressione del drago, ma succede che “furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente“. Dunque un tempo, due tempi, metà di un tempo; tre anni e mezzo; è sempre la stessa simbologia: il tempo della prova, della persecuzione, del conflitto; è il tempo attuale, il tempo nostro che ci è dato da vivere. La Chiesa nel deserto è nutrita. Il deserto, che di per sé sembra il luogo impervio e inabitabile, è il luogo in cui la donna trova rifugio per esservi nutrita; è un rifugio eucaristico. Nel deserto la Chiesa (identifichiamo senz’altro così questa donna che è stata condotta su ali di aquile; una poderosa manifestazione di quell’intransigente fedeltà d’amore mediante la quale Dio ha legato a sé il popolo dell’alleanza e lo ha liberato e lo conduce nel corso del tempo e lo solleva al di là di ogni ostacolo) è ancora aggredita, inseguita e minacciata. Dice il v. 15 che “il serpente allora vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna per farla travolgere dalle sue acque“. Vedete: ricorre a tutti gli espedienti. A questo riguardo avremo da precisare meglio come stanno le cose leggendo le pagine seguenti, occupandoci delle visioni con cui Giovanni ci offre la sua testimonianza profetica. Intanto il serpente cerca di provocare dissesti, sconquassi, squilibri, situazioni di disordine tali per cui la donna sia raggiunta e travolta: “Un fiume d’acqua dietro alla donna per farla travolgere dalle sue acque, ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca“. Questo è interessante. Le creature del mondo sono solidali con la donna che è condotta su ali di aquile nel deserto. Le creature del mondo sono al servizio della vocazione che Dio ha donato agli uomini. E la terra si apre venendo in soccorso alla donna e inghiottendo quel fiume vomitato dalla bocca del drago, che non ha potere sul mondo. Il drago è già sconfitto, il drago non ha altro potere se non quello che la malizia umana gli mette a disposizione. Non ha potere sulle cose, non ha potere sull’ordinamento cosmico, sulle realtà inanimate, ha potere intanto e in quanto la complicità degli uomini glielo consente. “Allora il diavolo si infuriò contro la donna (v. 17) e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza“, perché la donna partorisce, la donna è feconda, la donna genera uomini per la vita eterna, per la vita gloriosa, per la vita di comunione con il Figlio glorioso, intronizzato, l’Agnello; e il drago infuriato si avventa contro la donna perché vuole per l’appunto compromettere la sua fecondità, “contro quelli che osservavano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù“. Vedete che l’aggressione riguarda gli uomini che sono chiamati a vivere oramai in una prospettiva teologale, di fede, speranza, carità; riguarda gli uomini e il loro cammino nel discepolato perché insieme con Gesù e in rapporto a lui, attraverso di lui, gli uomini sono guidati in modo efficace fino alla gloria del Regno. E il drago è infuriato, vuole compromettere la missione affidata alla donna, la fecondità del suo grembo che genera per la vita eterna, vuole compromettere l’opera di evangelizzazione affidata alla Chiesa, vuole disturbare la gestazione che di epoca in epoca rende fecondo quel grembo perché gli uomini redenti dall’Agnello siano condotti alla pienezza della vita nuova. Ma l’avversario è sconfitto. Infierisce, imperversa, strepita perché sa che ha poco tempo. Sa di essere sconfitto e non si è arreso.

In attesa, sulla riva del mare

Il cap. 12 si conclude con il v. 18. Nella nostra Bibbia leggiamo “si fermò sulla spiaggia del mare“. Io preferisco tradurre con la prima persona singolare: “mi fermai sulla spiaggia del mare”. La nota a piè di pagina dice qualche cosa in proposito. E’ Giovanni che si ferma in riva al mare in attesa di quello che farà il drago. E le visioni che seguono dipendono esattamente da questo sguardo che adesso Giovanni getta verso il mare. Ricordate un famoso film “Il settimo sigillo”, di uno dei più grandi registi della storia del cinema, che è tutto impostato sulla lettura dell’Apocalisse. Il film si apre con il cavaliere che dorme sulla riva del mare e si sveglia e vede: “mi fermai sulla riva del mare”. Questa è anche la situazione nella quale si trova Giona, quando viene ributtato dal pesce sulla riva del mare, e quella nella quale viene, nei racconti evangelici, contemplata la figura di Gesù: sulla riva del mare. Gesù che chiama i discepoli, incontra i discepoli, conduce i discepoli, guarda il mare; “mi fermai sulla riva del mare”. Che farà il drago?

Il drago invia una prima bestia

Cap. 13. Il drago è in azione. Dice Giovanni: “Vidi“. Il primo versetto del cap. 13 è strettamente connesso con il v. 18 del cap. 12. “Vidi salire dal mare una bestia“: è il drago che invia una bestia; poi verrà denominata la “prima” bestia, perché ce ne è un’altra come vedremo tra breve. Il drago si dà da fare, ha un suo piano e adesso invia una prima bestia. Questa bestia “aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza(vedete, è il drago che la invia) e il suo trono e la sua potestà grande“. Questa bestia viene dal mare. Per chi si trova a Patmos come Paolo, come Giovanni ci diceva fin dall’inizio, il mare è a occidente. Questa bestia – vi dico subito – è, nella storia umana la presenza dell’impero, del potere politico. E, nel caso contemporaneo a Giovanni, l’impero viene da occidente, viene da Roma, è Roma. Dal mare una bestia che “aveva dieci corna“: le corna indicano la forza, che qui è esasperata in modo tale da imporsi come criterio di valore e come motivo sacro, divino, che qualifica dall’interno l’esercizio di un potere illimitato. “Dieci corna, sette teste, sulle corna dieci diademi”. Vedete che sono incoronate le corna: è la forza che conta. Su ciascuna testa un titolo blasfemo: una pretesa di valore assoluto, una pretesa di sacralità, l’esercizio della forza come valore che si autogiustifica in modo tale da affermarsi; potere divino.

3: “Una delle sue teste sembrò colpita a morte ma la sua piaga mortale fu guarita. Allora la terra intera fu presa da ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perchè aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?”. Tutto avviene in modo da scimmiottare quello che è proprio di Dio: è Dio che ha inviato il Figlio e qui è il diavolo che invia la bestia. Il Figlio è l’Agnello sgozzato e trionfante; è l’Agnello che è morto ed è risorto. Qui, vedete, una diabolica imitazione del Mistero Pasquale: la bestia, che sembra colpita a morte, in realtà supera la crisi e la piaga mortale è guarita. Questo è un fenomeno che si ripete nelle grandi misure della storia umana per cui un impero decade e un altro sorge e si avvicendano, di bestia in bestia. Questa già è una constatazione a cui ricorre il linguaggio apocalittico nell’Antico Testamento (pensate al Libro di Daniele); questa è già un’immagine che rispunta insistentemente nella storia della salvezza, ma qui probabilmente Giovanni accenna a un particolare momento di crisi nella storia dell’impero, nell’anno 68 quando muore Nerone. Un anno molto confuso, un anno nel quale si avvicendano ben tre imperatori, l’anno 68 d. C., che poi diventa un punto di svolta per quanto riguarda la rielaborazione di tutte le istituzioni di potere di cui l’impero si avvale per la gestione del mondo; la figura che emerge poi è Vespasiano. Fatto sta che quello è il momento della crisi. Una delle sue teste (i sette che si sono succeduti da Augusto in poi) – le sette teste (anche questa simbologia forse andrebbe studiata) – una delle sette teste è colpita a morte, ma la piaga mortale fu guarita e la bestia dimostra di essere straordinariamente vitale. L’impero è in grado di superare la propria crisi, anzi riesce a trasformarla in occasione propizia per generare nuove capacità di estendere, espandere, dilagare nell’esercizio di poteri sempre più raffinati, sempre più sofisticati, sempre più capillari, sempre più dominanti. L’opinione pubblica si commuove: questo superamento della crisi così brillante attrae a sé l’adorazione del mondo: “La terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: “Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?”. Michele (12, 7) vuol dire “chi è come Dio”, e qui: “chi è come la bestia e chi può combattere con essa?”. Una vera e propria liturgia celebrativa che esalta il valore sacro del potere. Ecco come l’impero è in grado di esercitare un potere che sa approfittare anche dei propri momenti di crisi, di decadenza, di confusione per imporsi in modo sempre più rigoroso e intransigente, vittorioso. E’ una scimmiottatura del Mistero Pasquale: è un tentativo di imitazione del Mistero Pasquale, è un ribaltamento di tutto. Dio invia il Figlio; qui è il drago che ha inviato la bestia.

La forza brutale, ma apparente, degli imperi umani

Nei versetti che seguono, da 5 fino a 10, il nostro Giovanni osserva l’imperversare della bestia che è scatenata nella sua prepotenza. “Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie con il potere di agire per quarantadue mesi (sono sempre tre anni e mezzo). Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione“. Si tratta di un potere ecumenico che, oltretutto, rende particolarmente affascinante questa posizione di dominio che l’impero esercita sul mondo e sulla storia degli uomini. E’ lo stesso impero romano che, per l’appunto, si è imposto in nome della sua “pax” su “ogni stirpe, popolo, lingua e nazione“. E nello stesso tempo il disprezzo per Dio e per tutti quelli che vivono in comunione con lui perché la bestia si impone visibilmente come detentrice di un potere divino. Notate però che qui, nei vv. 5-6-7 per ben tre volte viene usata una forma verbale al passivo, tradotta in “le fu data”, “le fu permesso”, “le fu dato”; è un aoristo passivo. Questo uso del passivo nel linguaggio biblico allude inconfondibilmente all’iniziativa di Dio. Vedete che, in realtà, mentre la bestia infierisce volendo imporsi come detentrice di una potestà divina, tutto avviene entro i limiti di un “permesso” divino che contiene l’imperversare, apparentemente così incontrollabile, della bestia; in realtà esso è circoscritto entro un orizzonte rigorosamente e provvidenzialmente determinato. “Fu dato”. Non è la bestia che di suo esercita il potere; anche la bestia obbedisce a un disegno che riconduce la storia umana all’interno di quell’opera d’amore che ha Dio, proprio lui, come autore, l’Agnello come protagonista. Mentre la bestia imperversa in realtà la bestia obbedisce, la bestia è prigioniera, la bestia inviata dal drago non può prevaricare rispetto ai limiti che le sono imposti. “Le fu dato”. E ancora: “L’adoreranno tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato“. Dunque: l’idolatria è dilagante, ma notate come anche essa viene comunque messa a fuoco in rapporto al valore di riferimento che è la vita dell’Agnello. Il criterio per interpretare quel che succede nella storia dell’umanità – dell’impero di generazione in generazione, di epoca in epoca, attraverso le varie configurazioni, gli assetti sociali, le soluzioni istituzionali che assumono fisionomie originali e nello stesso tempo ripetitive, noiosamente ripetitive nel corso della storia umana – il valore di riferimento sta nella vocazione a condividere la vita dell’Agnello. Questo è il criterio decisivo per interpretare tutto quello che avviene e che la bestia vuole barattare come dimostrazione del suo dominio vittorioso. Nulla sfugga alla vittoria dell’Agnello. E quindi:

Chi ha orecchi ascolti:

Colui che deve andare in prigionia

andrà in prigionia(citazione del profeta Geremia);

colui che deve essere ucciso di spada

di spada sia ucciso“.

In questo sta la costanza e la fede dei santi.

E’ un intermezzo con un accenno alla situazione nella quale si trova il popolo dei credenti: situazione di esilio, che espone alla morte di spada; ci sono coloro che occupano la terra; ma la presenza perseverante di coloro che si radicano nella fede rimane come un dato ineliminabile, incancellabile nonostante l’appariscenza di una scena dominata dallo splendore della bestia.

La seconda bestia: la cultura serva del potere politico

E adesso, di seguito, dal v. 11: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia“. C’è un’altra bestia che viene da oriente, viene dalla terra. Notate che tutto quello che ha a che fare con le antiche tradizioni sapienziali viene dall’oriente. Mentre l’impero viene da occidente, la cultura, i suoi strumenti culturali, le sue raffinatezze, i suoi linguaggi sofisticati di cui il potere politico può servirsi a proprio vantaggio, tutto questo viene da oriente. Rispetto al potere politico – l’impero – che viene da occidente, la seconda bestia, sta a raffigurare la strumentale sudditanza a cui si presta la elaborazione culturale alla scopo di favorire l’adorazione della bestia e l’adorazione del drago. Quest’altra bestia mette a disposizione del potere politico il linguaggio di cui esso si avvale per attirare, sedurre, imbrogliare, dominare, persuadere con tutte le sofisticazioni fatte di immagini e di trovate scenografiche di cui la seconda bestia è maestra. Essa ha due corna (non dieci) similmente a un agnello; dunque un agnellino che però parla come un drago; quando parla, vedete, dà voce al drago, ma è un agnellino. E’ lo strumento culturale al servizio del potere. E’ un agnellino; parla come un drago. “Essa esercita tutto il potere della prima bestia(vedete: il potere della prima bestia è esercitato dalla seconda) in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia“. Convince gli uomini che la bestia è adorabile; offre immagini, mette a disposizione espedienti linguistici, trova i trucchi adatti a catturare gli animi, i sentimenti, le coscienze. “Costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita“. Vedete: è questa seconda bestia che sa trasformare quel che è avvenuto in una campagna di propaganda, di capillare penetrazione, così da conquistare l’approvazione, il compiacimento, l’obbedienza degli uomini. “Operava grandi prodigi“. La seconda bestia opera grandi segni “fino a far scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini“. Usa un cerimoniale incantevole, gratificante, una messa in scena di soluzioni prodigiose, di “effetti speciali” che sono la prerogativa della seconda bestia. Siamo in presenza di una specie di trinità capovolta: il drago, la prima bestia, la seconda bestia; il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. Che cosa può fare il drago? Copia da Dio. E la bestia? Scimmiotta l’Agnello, l’opera di Dio, per incantare gli uomini.

14: “Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere(torna quel verbo in forma passiva, perché anche la seconda bestia è sottoposta a un regime che la contiene in modo inappellabile, è confinata in un orizzonte a cui non può sfuggire; ma, vedete, la seconda bestia è quanto mai dinamica: imbambola gli uomini, coltiva i giochi delle immagini, trasforma la realtà in proiezioni artificiali, astratte, ideali, in modo tale che non si parla più della realtà. Questa è l’abilità genialissima della seconda bestia: di trasformare la realtà in immagine e ogni volta che si ha a che fare con le immagini, la realtà resta quella che è e si discute di immagini, si discute di fantasie, di fumetti, di bambole. E’ il servizio che la seconda bestia fornisce alla prima) in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia(un’immagine, una statua) che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta“. Vedete: gli uomini non hanno più a che fare con la bestia, ma con l’immagine della bestia e con essa possono litigare al momento opportuno, oppure possono anche compiacersi, restare estasiati dinanzi a una scenografia così interessante e raffinata. Intanto, vedete, la bestia fa quello che vuole perché è intervenuta l’altra bestia che ha trasformato tutto in immagini. E allora giochiamo con le bambole. Gli uomini sono sedotti, gli uomini hanno eretto una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta: l’impero che supera tutte le crisi e trova modo per rilanciarsi sempre più vigoroso come dominatore del mondo. “Le fu anche concesso di animare la statua della bestia”. Vedete: la statua viene anche animata, una bambola che parla. Il fatto è che oramai gli uomini sono stati distratti, sono stati distolti dal contatto con la realtà, laddove l’opera di Dio si compie nella carne e nel sangue, laddove l’Agnello è morto ed è risorto. Ma gli uomini sono presi da altri pensieri, altri desideri, altri affetti, altre istanze; giocano con le bambole, bambole che parlano. “Fu anche concessoloro – sempre quel verbo in forma passiva – di animare la statua della bestia sicchè quella statua persino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia“. Già: “come puoi permetterti di non adorare una statua così splendida, una codificazione del potere così prestigiosa, così sapiente, così luminosa, così verace; come puoi permetterti di obiettare. Meriti di essere condannato a morte”. Il fatto, però, è che non stiamo più vivendo nelle misure empiriche della storia umana, che sono esattamente le misure visitate da Dio per la salvezza, ma stiamo disputando a riguardo di bambole che parlano. E intanto, vedete, la seconda bestia è impegnata abilmente, efficacemente a proporre tutte le motivazioni valide perché gli uomini che non adorano la statua della bestia siano messi a morte. V. 16: “Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi(è tutta l’umanità; qui è considerata l’organizzazione di tutto il sistema sociale, ruoli e appartenenze, professioni e competenze, economia e commercio, tutti) ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte“. Tutti gli uomini sono quindi ridotti a un livello di schiavitù. Tutti gli uomini hanno questa sigillatura che impone loro di militare come schiavi, laddove tutte quelle distinzioni, a cui possiamo per altra via fare ricorso, sono banali decorazioni del tutto accessorie: la realtà è che gli uomini sono schiavi. Qui la seconda bestia ha raggiunto il massimo della sua abilità, il frutto più elaborato e più gratificante della sua sapienza: ha reso gli uomini schiavi e, per di più, contenti di esser tali, contenti di essere adoratori della bestia. Li ha fatti contenti, questa è la genialità della seconda bestia e della sua capacità scenografica e spettacolare. “Faceva sì che tutti… ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome“. Qui sta la sapienza: “chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia; essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei“. Forse Cesare-Nerone; questo è il valore della cifra trasferita in lettere. Importa poco, comunque è 666; 6 è il numero che simboleggia una imperfezione e qui siamo per davvero alle prese con il massimo di cui è capace il drago che ha inviato una bestia, l’altra bestia: 666. E’ una trinità capovolta, è il disegno demoniaco che si evolve giocando con tutte le simbologie, le istituzioni, le avventure del linguaggio umano e… via discorrendo. Il drago è all’opera, perché vuole raggiungere la donna e impedire alla donna di partorire. Vuole impedire alla storia degli uomini di svolgersi come essa già è, radicalmente ricondotta all’intenzione del Dio vivente per il fatto che l’Agnello è il protagonista.

Il canto nuovo dei redenti della terra

Cap. 14, vv. 1-5: “Poi guardai…”: Giovanni si è fermato sulla riva del mare; è lui che ha visto e adesso dice: “ecco l’Agnello ritto sul monte Sion“. Un respiro pacificante, un respiro di consolazione; l’immagine si riempie di luce. Qui riecheggiano innumerevoli testi dell’Antico Testamento, soprattutto dei profeti minori: “l’Agnello ritto sul monte Sion…“. Ecco vedete con chi abbiamo a che fare: “e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo“. E’ il popolo di Dio in marcia, che si accampa, di deserto in deserto, lungo le tappe della storia umana; sono coloro che appartengono a Dio, segnati inconfondibilmente dall’appartenenza all’opera di Dio che ha rivelato il suo mistero di comunione trinitaria, del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Ed ecco, Giovanni guarda e vede questo punto di luce la cui intensità è crescente e attrae con una forza e nello stesso tempo con una dolcezza tali per cui non c’è replica possibile. “Guardai e udii– aggiunge adesso, nel v. 2 – una voce che veniva dal cielo come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono“. Vedete: un’irruzione canora che viene dall’alto; la liturgia celeste laddove è in corso la celebrazione di cui Giovanni ci ha parlato più volte; di là questa espansione sonora, di là proviene questa voce che “era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Esse cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi“. Il cantico nuovo è il cantico della vittoria; ricordate nella storia della salvezza, Mosè che ha attraversato il mare e che canta; così ancora i Salmi, che sono per l’appunto proclamati come testimonianza di quell’opera di salvezza compiuta da Dio che merita di essere celebrata con il canto nuovo. E vedete, quel canto nuovo, che è proclamato nella liturgia celeste, trova un riscontro, un’eco nel coro della liturgia terrestre: “nessuno poteva comprendere” (più esattamente “apprendere“; è il verbo del discepolato). “Nessuno poteva apprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra“. E’ il popolo in marcia, è la Chiesa nella sua fisionomia terrestre, la Chiesa che avanza nel deserto, la Chiesa che obbedisce alla propria missione nella storia degli uomini. Centoquaranta-quattromila. Gli accampati, i segnati, i redenti della terra, coloro che apprendono quel cantico. E’ la liturgia celeste che sta in continuità con il coro delle voci che proclamano la vittoria di Dio nella liturgia celeste. “Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va“. Vedete: coloro che sono estranei all’idolatria hanno il segno della verginità e “seguono l’Agnello dovunque va“. Sino in fondo, laddove l’Agnello li precede e non c’è luogo sulla scena del mondo, non c’è momento nello sviluppo della storia umana che non siano per loro motivi opportuni per riconoscere l’Agnello e per seguirlo dovunque egli va. E’ un itinerario pasquale, di morte e di resurrezione, che si apre per loro sempre e dappertutto. “Seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia“.

Noi ci fermiamo qui e da qui riprenderemo più in là tra qualche mese perché credo valga la pena di proseguire e di portare a compimento la nostra lettura. Intanto vedete come qui è impostata la sequenza delle visioni che seguiranno, visioni che sono tutte interne a questa contemplazione del popolo di Dio che, nel corso della storia umana, è indissolubilmente legato all’Agnello e vive, opera e testimonia nella comunione con lui: l’Agnello che è stato immolato, e che oramai è intronizzato, è lui il Pastore di questa moltitudine di creature umane che arrancano sulla scena del mondo, che sono messe alle strette nel grande conflitto. Ma la donna partorisce uomini che nascono per la vita eterna.

http://www.incontripioparisi.it

 

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Questa voce è stata pubblicata il 22/11/2014 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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