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L’albero della vita /6

L’albero della vita /6
Commento del Libro della Genesi, di Luigino Bruni


Il male non vince quando c’è l’arca del giusto

E Noè ricostruì l’arcobaleno

SL’albero della vita (6) Noeull’arca trovarono rifugio anche due personaggi di un genere tutto particolare. Tra coloro che chiesero asilo a Noè vi fu l’Inganno, il quale venne respinto perché non aveva una compagna: nell’arca, infatti, gli animali potevano entrare solo a coppie. Allora egli si mise in cerca di una consorte e incontrò la Sventura, la quale si unì a lui a condizione di appropriarsi di ciò egli avrebbe guadagnato. Così i due furono ammessi sull’arca.

Quando la lasciarono, l’Inganno si avvide che tutto quanto riusciva a racimolare spariva subito, e andò a chiedere spiegazione alla sua compagna. Ma queste gli disse di rimando: “non avevamo pattuito che ogni tuo guadagno sarebbe stato mio?”. Così l’Inganno rimase a mani vuote (Midrash ai Salmi, in Le Leggende degli Ebrei).

La prima grande opera, la prima impresa, che ci narra la Genesi non è la Torre di Babele, ma una grande arca di salvezza e di alleanza, costruita da un «uomo giusto» (6,9). Affondano nella giustizia di Noè le radici della dignità e del valore civile ed etico di ogni tecnica, di ogni economia e di ogni costruzione umana.

La storia di Noè, il cui nome significa “riposo”, l’erede di Set (il nuovo Abele), è tra le storie più belle, popolari e lunghe del libro della Genesi (occupa ben sei capitoli: dal 5 al 10). La sua figura appare quando l’umanità, ormai fuori dall’Eden, si era allontanata dalla vocazione originaria dell’Adam, e i figli di Caino e di Lamek avevano prevalso su quelli di Set. Dio (YHWH) «vide che la malvagità dell’uomo era grande sulla terra e che ogni progetto concepito nel suo cuore non era rivolto ad altro che al male» (6,5). Così «si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo» (6,6).

Dio manda quindi il «diluvio» (6,17). Insieme agli esseri umani vengono, misteriosamente, distrutti anche gli animali e le piante, accomunati alla triste sorte degli uomini. Come se di fronte alla corruzione umana, il Creatore non riesca più a “vedere” bella e buona la sua creazione, come se la terra non possa essere “bella e buona” se quella cosa “molto bella e molto buona” (l’Adam) si corrompe, si perde, smarrisce la sua vocazione. Così anche la creazione muore, per rinascere nella speranza e nell’attesa di un nuovo Adam ancora degno di coltivarla e accudirla in una legge di reciprocità. Così nell’arca dell’Alleanza – una parola, arca (teba), che ritroveremo usata per la “cesta” sulla quale fu salvato Mosé: ancora alleanza e ancora salvezza dalle “acque” – Noè riceve l’ordine di far entrare una coppia di ogni specie di animali, di uccelli, di rettili, oltre se stesso, sua moglie, i tre figli e le loro mogli – la salvezza dell’arca è anche per i suoi costruttori. È bello e importante che siano un corvo e poi una colomba – che si posa docile sul braccio di Noè – i primi alleati dell’essere umano nella nuova terra, dove l’alleanza è stabilita con la famiglia e la discendenza di Noè, ma anche «con ogni essere vivente che è con voi: con il bestiame, con gli uccelli e con tutte le fiere della terra che sono con voi» (9,10). In un contesto di perversione e di corruzione, l’ultima parola non è della morte: il centro della scena lo occupa un giusto, l’unico giusto rimasto sulla terra (7,1). Ed è con questo giusto che Dio stipula un patto, una «Alleanza» (6,18), una parola che con Noé entra nel mondo e non ne uscirà più.

Con la storia di Noè abbiamo la prima grammatica di ogni autentica vocazione: c’è una persona che riceve una chiamata; c’è poi una risposta; quindi un’arca; e infine un non-eroe. Questa chiamata viene rivolta a un “tu”, a un nome. Questo “tu” è un giusto, e quindi risponde. Quando arriva la chiamata, soprattutto la chiamata decisiva della vita, il giusto risponde, e risponde in ogni contesto e a qualsiasi età: a 20, a 50, ma anche a 80 anni, persino a 600 anni (gli «anni» di Noè: 7,6). Noè non risponde con la parola; egli non parla con Dio, ma «camminava» con Lui (6,9).

Spesso i giusti semplicemente camminano: non parlano, ma fanno, amano, danno la vita, e la loro parola diventa la loro opera, “parlano” costruendo un’arca di salvezza. La vocazione non è faccenda psicologica, non è un sentire ma un essere, una costruzione di salvezza.

Quindi il primo segno della giustizia di Noè è il suo rispondere alla vocazione. Ma il secondo, quello veramente decisivo, è la costruzione di un’arca, che dà contenuto e verità a quella chiamata personale. Quando in una vocazione non si sente anche la chiamata a costruire un’arca, occorre sempre interrogarsi sull’autenticità di quella chiamata: senza un compito di “costruzione”, una vocazione si riduce a mera esperienza di “consumo”, e quindi non salva nessuno, neanche il chiamato. Dietro “chiamate senza arche di salvezza” si sono sempre nascosti molti auto-inganni, e non di rado nevrosi. Le comunità umane, le imprese, il mondo, si salvano ogni giorno da situazioni degradate, guastate, da crisi radicali, perché ci sono persone che sentono una chiamata di salvezza e rispondono. Perché ce n’è almeno una. Una sola persona può essere sufficiente per una storia di salvezza. Le salvezze arrivano perché qualcuno sente una chiamata a salvarsi e a salvare e, soprattutto, perché costruisce un’arca. Crea un’opera d’arte, fa nascere una cooperativa, un’impresa, un sindacato, un’associazione, un movimento politico. Forma e custodisce una famiglia, un figlio, un mestiere, riesce a portare lungamente una croce feconda.

In tutte le storie di salvezza individuali e collettive c’è un “giusto” e c’è “un’arca”. Uno degli spettacoli spirituali, morali ed estetici più stupefacenti sulla terra è la presenza di persone che hanno ricevuto una vocazione e di opere che nascono da queste vocazioni (a volte apparentemente “mute”). La terra è piena di gente che costruisce “arche” per salvare la propria generazione. Queste opere, queste arche, si distinguono nettamente dalle altre opere, grandi e piccole, che popolano anch’esse la terra e l’economia. Un segnale distintivo delle arche di salvezza ce lo svela la conclusione della narrazione di Noè. Terminato il suo compito, Noè torna un uomo comune. Diversamente da Gilgamesh e dai tanti protagonisti dei molti racconti sumerici e accadici del diluvio, Noè non è eroe o un semi-dio: è semplicemente un uomo, un uomo comune, ma un uomo giusto. Compiuta la sua opera, la Genesi ce lo mostra contadino, pianta la prima vigna sulla terra, con quel suo vino si ubriaca (l’ambivalenza del vino e della vita), si denuda nella tenda (9,20- 21), e viene deriso da Cam, uno dei figli (9,22). Noè è allora anche il paradigma di tutti i portatori di carismi autentici, di chi costruisce un’arca e non si sente eroe ma una semplice “matita” (Madre Teresa), e che sa capire quando il compito si conclude.

Prima o poi, nell’arco della vita, molti giusti sentono la chiamata a costruire un’arca di salvezza, per sé e per tanti. Questa chiamata arriva in varie forme, ma se la vita cresce e matura nella giustizia, un giorno arriva l’appuntamento cruciale, quando il “giusto” si rende conto che se non costruisce un’arca non salva la propria gente, né salva se stesso. In altri casi, non meno rilevanti, c’è invece una persona che diventa un giusto proprio perché in un momento decisivo della sua vita riconosce in una voce una chiamata, risponde, costruisce un’arca, e quella costruzione diventa la salvezza del suo costruttore (e poi di molti). È l’arca che “costruisce” Noè. In altri casi ancora, si cerca un’arca per salvarsi e salvare altri, ma non si sente (o non si riconosce) nessuna voce che chiama. Si inizia a costruire qualcosa, quasi sempre interpellati dal dolore del mondo, senza però sapere chiaramente il senso di quell’opera. Ma si lavora, e si attende una voce. A volte questa voce-senso arriva durante la costruzione, altre volte si continua a lavorare tutta la vita attendendola. Qui l’arca diventa la voce e la chiamata, e questo Noè “senza voce” non è meno giusto. Ci possono essere, e ci sono, arche senza chiamata, ma non ci devono essere chiamate senza arca.

La storia di Noè si chiude dentro un orizzonte cosmico, in una festa della terra: «Io pongo il mio arco sulle nubi, ed esso sarà un segno di alleanza tra me e la terra» (9,13). Tutte le volte che un giusto costruisce un’arca si rinnova quella prima alleanza. Ci salviamo ancora, con noi si salva il mondo. Noè il giusto continua a vivere in mezzo a noi, tutta la terra è in festa, ci viene donato un nuovo arcobaleno.

di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire il 23/03/2014

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Questa voce è stata pubblicata il 09/12/2014 da in Bibbia, ITALIANO, L’albero della vita.
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