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L’albero della vita /9

L’albero della vita /9
Il commento della Genesi di Luigino Bruni


Agar e le sue molte sorelle

Legge e profezia, gli intrecci della Genesi.

La prima volta che una donna usò la cintura fu quando la madre di Ismaele cominciò a metterne una per cancellare le tracce della gravidanza di fronte a Sarai” (Il libro dei detti sui profeti).

2009_09_09Il primo angelo della Bibbia è inviato a consolare una serva-madre, Agar, cacciata via dalla sua padrona. Di fronte alla sua sterilità e alla crisi della Promessa, Sarai cerca una sua soluzione: “disse ad Abram: ‘Ecco YHWH mi ha impedito di generare. Va dalla mia serva, forse potrò avere figli da lei’” (16,2). Così Sarai “prese Agar, l’egiziana, sua serva, e la diede in moglie ad Abram” (16,3).

Sarai vicina alla vecchiaia non riesce più a credere alla verità della chiamata, e trova una via di uscita prevista dalle leggi (presente anche nel codice babilonese di Hammurabi), diversa però dalla promessa. Ma quando Agar “si accorse si essere incinta, la sua padrona non contò più nulla davanti ai suoi occhi” (16,4). Qualcosa non funzionò in questa soluzione che sembrava semplice: quel bambino non diventerà il ‘figlio di Sarai’, resterà soltanto il figlio di Agar (e di Abramo). Ogni figlio è dono e mistero, e avveramento di una promessa. “Sarai, allora, la maltrattò, sì che ella fuggì dalla sua presenza ” (16,6). Agar corre nel deserto, ed è in quel luogo sempre carico di grandi simboli, che si compie un’annunciazione: “moltiplicherò assai la tua discendenza, sì che non la si potrà contare per la moltitudine”. “Partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele, perché YHWH ha ascoltato la tua afflizione” (16,10-11). Agar torna nella casa di Abram, e le umiliazioni continuano. E quando Sarai (divenuta nel frattempo Sara) partorirà Isacco dal suo grembo ormai avvizzito, dirà di nuovo al marito: “Caccia via questa serva e suo figlio”. Abramo obbedirà a Sara, una scelta che “fu assai dolorosa agli occhi di Abramo” (21,11). 

Dopo questa seconda cacciata Agar non torna, esce di scena, ma non è mai uscita dal libro della vita dove le tante Agar continuano a piangere a voce alta, ad essere cacciate, ma a parlare con Dio. “Così la mandò via. Ed ella se ne andò vagando per il deserto di Beèr-Shèbà. Quando l’acqua dell’otre si esaurì, ella mise il bambino sotto uno degli arbusti. Poi se ne andò a sedere di fronte … perché diceva ‘non voglio vedere il bambino morire’. Così ella sedette di fronte, alzò la voce e pianse” (21,14-16). In questo pianto disperato ci possiamo scorgere tutti i pianti delle serve della terra di ieri e di oggi, tutte le donne umiliate da altri uomini e da altre donne potenti, i pianti e i silenzi delle vittime, di tutti i migranti e i profughi attraverso i deserti e i mari. Ma in quel deserto Agar incontra di nuovo YHWH: “Dio udì la voce del ragazzo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: ‘Che hai Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del ragazzo là dove si trova!” (21, 17).

Sono molti i messaggi che ci giungono da questi capitoli pieni di bellezza, umanità, dolore. Il primo riguarda i conflitti e le vie di soluzione. Sara non riconosce mai Agar come un ‘tu’: nel testo non la chiama mai per nome, ma sempre e solo ‘serva’; solo JHWH la chiama Agar. Senza il riconoscimento dell’altro non si esce bene da nessun conflitto. Lo status di Sara, il suo essere matriarca e padrona, qui vince su quella solidarietà tra donne che tante volte è scattata e scatta anche oltre gli status. Il conflitto si interrompe (ma non si risolve) con l’uso del nudo potere, e quindi con l’espulsione della più debole che diventa vittima. La non soluzione di Sara è ancora molto frequente nelle nostre istituzioni e imprese. Ma non è l’unica via di cui ci parlano questi episodi della Genesi. Giunto a Caanan, di ritorno dall’Egitto, Abram entrò in conflitto con suo nipote Lot: “il territorio non sopportava che essi abitassero insieme, perché i loro beni erano troppo grandi” (13,6). I beni e l’abbondanza, cioè l’oggetto della promessa di JHWH, diventano la ragione di un conflitto famigliare. Ma Abramo trova una soluzione: “Non vi sia controversia tra me e te… perché noi siamo fratelli. Separati da me: se vai a sinistra io andrò a destra; se vai a destra io andrò a sinistra” (13,8-10). Qui Abram evita il conflitto compiendo una azione generosa: fa scegliere a Lot la terra migliore (13,10). Non è raro che siano proprio i doni ricevuti dalla vocazione (il compito, la terra, i successi, il talento …) a diventare motivo di conflitto e rivalità con gli altri compagni di viaggio. E quando il territorio (l’impresa, il progetto, la comunità …) è troppo piccolo rispetto all’abbondanza dei beni e dei talenti, la salvezza può arrivare da una separazione, dal prendere strade diverse.

Ma non finiscono qui le domande difficili, paradossali e tragiche di queste grandi narrazioni. Sara significa principessa. Il nome di Agar richiama invece il movimento del migrare. Agar è egiziana, forse (secondo alcuni midrash) figlia del faraone, e l’Egitto non è solo l’immagine dell’esilio e della schiavitù; è anche il luogo dove Sarai emigrò con Abram in seguito alla siccità della terra promessa, e dove fu consegnata all’harem del faraone, il quale una volta scoperto l’inganno (non sorella ma moglie di Abram) la allontanò (12,19). Anche Sarai era stata allora migrante, serva, vittima, allontanata. Agar, dal canto suo, è serva e vittima, ma riceve il primo angelo e, come i grandi re e profeti, parla con Dio, le viene annunciata una grande discendenza. Sara e Agar si scambiano allora i ruoli, l’una sfuma nell’altra. Le vittime e i servi restano, come restano i padroni e i potenti, ma questi stupendi capitoli della Genesi ci vogliono dire qualcosa di più profondo.

Nella commedia-tragedia della vita le maschere che i personaggi indossano sono sempre più di una, e ogni persona nasconde più di un personaggio. Ma soprattutto la storia di Agar ci dice che se vogliamo cogliere qualcosa del mistero della Bibbia e della vita, è indispensabile leggere la storia della salvezza dalla prospettiva di Sara e di Isacco ma anche da quella di Agar e di Ismaele. Solo leggendole assieme ci si aprono, e ci può essere donata ‘l’intelligenza delle scritture’.

La Genesi, ed in un certo senso tutta la Bibbia, è allora attraversata dalla tensione radicale tra legge e profezia, obblighi e libertà, istituzione e carisma. Le leggi-istituzioni della primogenitura e del patriarcato vengono riconosciute e su di esse si costituisce il popolo e la Legge; al tempo stesso vengono ridimensionate, smorzate, a volte ribaltate con predilezioni di non primogeniti (Abele, Giacobbe, Giuseppe, Davide…), con serve che parlano con Dio, un patriarca che obbedisce a sua moglie. La trama orizzontale dei patriarchi e dei re s’intreccia con l’ordito verticale degli scartati, di ieri, di oggi, di sempre. E’ nei loro vuoti che passa la ‘navetta’ della storia, formando il tessuto della vita. Il libro della storia può essere letto dalla prospettiva dei padri e degli eredi, ma tutto prende maggiore verità e bellezza se proviamo a metterci anche dalla parte dei vinti, se guardiamo con attenzione e pietas anche i sentieri interrotti.

L’esercizio necessario per riconoscere questo intreccio inestricabile e vitale Sarai-Agar e Isacco-Ismaele, non deve però impedirci di compiere un esercizio spirituale ancora più importante: provare a fare una scelta e decidere a quale sguardo vogliamo dare il primo posto. Non è mai indifferente se il primo sguardo sulle nostre vite e le nostre città è quello di Agar o quello di Sara. Se gli occhi di Agar giungono per primi si può capire che lo sguardo più fecondo sul mondo non è quello delle principesse e dei potenti, ma quello che parte dalle periferie bibliche ed esistenziali. Quelle abitate da Agar, Noemi, Dinàh, Maria, e dalle loro tante sorelle, di ieri, di oggi, di sempre.

Il commento della Genesi, dagli editoriali domenicali di Luigino Bruni
su Avvenire, 13/04/2014

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Questa voce è stata pubblicata il 19/12/2014 da in Bibbia, ITALIANO, L’albero della vita.
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