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L’albero della vita /16

Il commento della Genesi di Luigino Bruni:

Ciò che non fa finire il mondo!

Lo stupro di Dinah, la rovinosa vendetta, il pacificato grazie che ricomincia.

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?” (Vangelo di Luca, 17,15-17)

«Asia, simbolo dei diritti di tutti»Di fronte alla storia di Dinah dovremmo solo restare in silenzio: “Dinah, la figlia che Lia aveva partorito a Giacobbe, uscì per vedere le ragazze del luogo. Ma la vide Sikèm, figlio di Hamor, lo hivvita, il principe di quel territorio: la rapì, giacque con lei e la violentò” (34,1).

Nel rivivere le tristi vicende di questo capitolo della Genesi è forte la tentazione di saltare l’intero capitolo in cerca di altre storie. Ma non lo faremo, e attraverseremo anche queste pagine dell’umano, tanto desolanti quanto frequenti e ordinarie nella storia, che possono però nascondere tra le righe messaggi di vita. Molta della fatica di chi voglia tentare, da qualsiasi prospettiva, di penetrare qualche verità della condizione umana, sta nel cercare di tenere assieme Adam e Caino, Noè e Lamek, Sara e Agar, l’abbraccio tra Esaù e Giacobbe insieme a Dinah, i suoi sequestratori e i suoi fratelli vendicatori. Nella lettura della Bibbia una tentazione ricorrente e fatale è quella di tenere solo le pagine luminose e scartare quelle buie; ma quando si cade in questo errore si finisce per offrire letture ideologiche, dove una parte diventa il tutto, perdendo così di vista la realtà meticcia ma più vera dell’umano. L’autentico umanesimo biblico non è una raccolta di ‘best practices’, ma uno sguardo d’amore e di salvezza sull’umanità tutta intera. Un umanesimo che non ci dice il primato dell’Adam su Caino e la vittoria della benedizione sul male nascondendo la parte oscura della nostra condizione. Ce lo dice guardando così bene la nostra anima e il nostro corpo fino a mostrarci che il male che appare nella sua forza devastante non è né l’ultima né la nostra prima parola.

Dinah, l’unica figlia di Giacobbe, un giorno lascia l’accampamento e le tende materne “per vedere le fanciulle del luogo”. Per la tradizione Dinah era molto giovane, forse ancora una fanciulla (Genesi 30,21 e 31,41; il Libro dei Giubilei [30,2] parla di 12 anni), e quindi cerca compagne. Ancora oggi nei tanti luoghi di guerra e di conflitto, i bambini vanno oltre le barricate e i confini visibili e invisibili tracciati dagli adulti; li oltrepassano, imprudenti e curiosi della vita, in cerca di compagni, di gioco, di avventure. Ma, ieri come oggi, la purezza dei bambini e delle fanciulle può incontrare la cattiveria e i delitti degli adulti, e spesso la incontra. Soprattutto le ragazze, le giovani, che come la loro compagna Dinah, continuano ad essere vulnerabili e minacciate nei loro giochi e nel loro uscire curiose di casa. Stiamo lottando da millenni, ma non siamo ancora riusciti a rendere i giochi e le uscite dalla tenda delle ragazze simili a quelli dei loro fratelli maschi: è sufficiente la presenza di un solo Sikèm nella città, o la possibilità che ci sia, perché una fanciulla non possa uscire quando vuole “in cerca di compagne”, e perché le sue libertà e le sue opportunità siano minori di quelle dei suoi fratelli. La civiltà di un popolo si misura anche dalla sua capacità di creare le condizioni culturali e istituzionali perché le ‘passeggiate di Dinah’ siano sempre più possibili e sicure.

Dopo il rapimento e lo stupro, la comunità degli hivviti (cananei) chiede a Giacobbe e ai suoi figli che Sikèm il violentatore possa sposare Dinah (un “matrimonio riparatore”), con l’offerta di un’abbondante dote e dono nuziale: “aumentate pure assai il prezzo nuziale e il dono” (34,12). Ma Simone e Levi, due dei fratelli di Dinah, quando la trattativa sembrava ormai andare in porto, “presero ciascuno una spada, entrarono nella città … e uccisero tutti i maschi” (34,25). Nella letteratura antica si ritrova spesso l’immagine della guerra innescata dal ratto di una donna (Elena, le Sabine, …). Ma questa guerra e questa violenza qui prendono il posto delle alleanze pacifiche e buone con i popoli cananei che abbiamo incontrato più volte nei cicli di Abramo e di Isacco. Giacobbe, anch’egli uomo dell’Alleanza, delle alleanze e dei patti – che rimane, misteriosamente e ambiguamente, molto sullo sfondo delle vicende di Dinah – non può allora approvare quell’esito omicida (dice ai figli: “Voi mi avete rovinato, rendendomi ripugnante agli abitanti del territorio”, 35,30), che ha riportato improvvisamente il popolo della promessa alle violenze precedenti l’arcobaleno di Noè.

Con il ritorno di Dinah nella sua famiglia, la Genesi riprende la storia di Giacobbe, delle sue epifanie e del suo cammino. Elohim, infatti, gli parlò di nuovo: “Alzati, sali a Bet-èl, risiedivi e fa là un altare al Dio che ti apparve quando fuggivi da Esaù, tuo fratello” (35,1). A Bet-èl, in fuga verso Laban, aveva ricevuto in sogno una vocazione personale (28,13), aveva visto la scala del cielo, e lì era iniziata la sua vera storia. Giacobbe-Israele torna a Bet-èl certamente più ricco di quando vi era passato la prima volta: ora ha una sua numerosa discendenza, molti beni, la riconciliazione con Esaù, ma soprattutto ha un nome nuovo e la grande benedizione dello Yabbòq. Ecco allora la sua riconoscenza per le benedizioni ricevute in più di venti anni di sequela di quella prima voce: “alziamoci e saliamo a Bet-èl: io vi farò un altare al Dio che mi ha esaudito nel giorno della mia angoscia e che è stato con me nel cammino che ho percorso” (35,3). La gratitudine, ogni vera gratitudine, è espressione di gratuità (la radice greca, charis, è la stessa). Quella più preziosa è proprio la gratitudine che ‘si volge indietro’, non quella che ‘guarda avanti’. Per molti sentimenti e passioni umane non è bene guardare indietro (vedi la moglie di Lot tramutata per questo in una colonna di sale: 19,26). La gratitudine fa eccezione a questa regola, perché è più genuina ed efficace quando nasce ri-guardando indietro incuranti del futuro. Si può ringraziare, con doni ed ‘altari’, un cliente o un fornitore perché da bravi imprenditori guardiamo avanti e sappiamo che ringraziare è ottimo investimento per buon futuro di questi rapporti commerciali. Niente di male, anzi molto di bene. Ma diverso, più alto e più puro è il grazie di chi lo pronuncia come se il mondo finisse con quel grazie. Questa gratitudine che guarda indietro è tutta grazia-gratuità, e per questo vale moltissimo, perché la sua unica ragione è tutta intrinseca a quel rapporto. Vive questa gratitudine, ad esempio, chi pratica l’arte di ‘chiudere i cerchi delle relazioni’, e dopo un incontro o un evento (che non si ripeterà) scrive alle persone semplicemente per ringraziare. Per questa stessa ragione la gratitudine più grande è quella che esprimiamo verso i poveri e verso i piccoli, non quella verso i potenti (che non vanno mai ringraziati troppo). È soprattutto questa gratitudine che esercitiamo, se ci pensiamo bene, quando partecipiamo al funerale di un amico, o alle nozze d’oro dei nostri genitori. E’ questa la gratitudine che esprimiamo verso i colleghi nelle feste di pensionamento (basterebbe questa loro dimensione per curarle di più nelle nostre imprese), ma anche verso gli artisti e i filosofi del passato, o nei confronti dei santi (la santità può anche essere letta come una grande gratitudine collettiva che, guardando indietro nella vita di una persona, aiuta tutti a guardare avanti, e in alto). È questa gratitudine quella che diciamo – e ci diciamo reciprocamente – alla nostra sposa sul letto di morte, quando in un attimo e in un punto si concentrano tutti i dolori e le bellezze dell’universo. Queste ‘gratitudini che guardano indietro’ non sono gli unici grazie importanti della nostra vita, ma quando mancano anche gli altri grazie perdono profondità e valore.

Ma quel pellegrinaggio ci ricorda pure che durante il cammino delle autentiche vocazioni individuali e collettive, occorre ogni tanto ripetere il ‘pellegrinaggio di Giacobbe’, e ripartire verso il luogo della prima vocazione. Questi pellegrinaggi sono utili sempre, ma indispensabili per le persone e per le comunità nate dall’ascolto di una ‘voce’ e che hanno creduto a una ‘promessa’, incluso quel tipo speciale di comunità che sono le imprese. Ripetere il ‘pellegrinaggio’ di Giacobbe è preziosissimo nei momenti di crisi, quando si è appena vissuto un conflitto o una ‘guerra’. Partire verso un ‘altare’ diventa un grande ed efficace mezzo per ricominciare e ritrovare le fondamenta etiche e spirituali di un rapporto, di una comunità, di noi stessi. Partire insieme, trovando prima o lungo la strada le ragioni per ringraziare e ringraziarci. Dopo la sua triste storia Dinah scompare dalla Bibbia. Ma Dinah è ancora viva nelle troppe donne, ragazze e bambine (e bambini) rapite e violentate, ieri, oggi, domani, in Italia, in India, ovunque. E se la Bibbia ha voluto presentarci l’unica figlia dei tre patriarchi come una fanciulla rapita e abusata, allora anche questo assurdo dolore è guardato da Dio, che continua a soffrire tutte le volte che le sorelle di Dinah versano le sue stesse lacrime, e restano raccolte per sempre nel suo “otre” (Salmo 51). “Così Giacobbe, con tutta la gente che era con lui, giunse a Bet-èl … Là costruì un altare” (35,6).

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire, il 01/06/2014

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Questa voce è stata pubblicata il 13/01/2015 da in Bibbia, ITALIANO, L’albero della vita.

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