COMBONIANUM – Formazione e Missione

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L’albero della vita /20

Il commento della Genesi di Luigino Bruni.

Senza prezzo né clamore:
Giuseppe è messo (più volte) alla prova, ma vive con lealtà.

“La prima sensazione di Necliudov, svegliandosi la mattina seguente, fu d’aver commesso, la vigilia, qualcosa di molto riprovevole. Ma, raccolte le sue idee, si convinse che non si trattava di una cattiva azione vera e propria, ma piuttosto di cattivi pensieri… È possibile non ripetere una cattiva azione, e pentirsi di averla commessa; i pensieri cattivi, invece, generano sempre cattive azioni.’” (Leone Tolstoj, Resurrezione).

20 - Giuseppe di Egitto e la moglie di Potifar (Sergey_Solomko)

La storia di Giuseppe nella casa di Potiphàr, ufficiale egiziano, è una grande lezione sulla grammatica della lealtà. La lealtà non è una virtù del nostro tempo.

Per secoli le imprese e le istituzioni hanno fatto ricorso per vivere ad un patrimonio di lealtà che veniva generato dai valori, dalla fatica e dalle pratiche delle famiglie, delle chiese, delle comunità, e alimentato dalle grandi narrative, dall’arte, dalla letteratura. Da qualche decennio non generiamo più intenzionalmente questi valori e queste pratiche, ma il bisogno di lealtà resta, e cresce. Qualche decennio fa abbiamo così pensato di poter sostituire la lealtà con gli incentivi, pagando e controllando lavoratori e dirigenti, sperando di renderli così ‘leali’ quando “in casa non c’è nessuno” (39,13) a vederli e a controllarli. Peccato che ci stiamo accorgendo che questa sostituzione funziona solo per le cose semplici ma è deleteria per gestire situazioni importanti e cruciali. Una radicale fragilità del nostro sistema economico-sociale deriva da una grave carenza della virtù della lealtà – sarebbe già un grande dono se ne prendessimo, collettivamente, coscienza.

Giuseppe giunge in Egitto venduto come schiavo a Potiphàr, un funzionario del faraone. La Genesi ci mostra subito Giuseppe come una persona di grande valore: non più il ragazzo ingenuo che narrava i suoi sogni-profezie ai fratelli invidiosi, ma un amministratore perfetto, che faceva bene tutto: “JHWH era con Giuseppe: fu un uomo che riusciva in tutto, così rimase nella casa del suo padrone, l’egiziano” (39,2). Giuseppe si conquisa la stima e l’incondizionata fiducia di Potiphàr, che “lasciò tutto ciò che aveva nelle mani di Giuseppe e non chiedeva conto di niente di quanto stava con lui se non del cibo che mangiava” (39,6). E così “JHWH benedisse la casa dell’egiziano a motivo di Giuseppe e la benedizione di JHWH fu su tutto quello che possedeva, in casa e in campagna” (39,5). La benedizione di Giuseppe, erede della prima grande benedizione di Abramo, si estende a tutta la casa dove viveva e per la quale lavorava. Il bene è eccedente la bontà della persona che lo compie. Quando in una comunità, o in un’impresa, opera una persona giusta e buona, quella sua bontà-benedizione contagia tutte le cose che tocca, diventa un bene comune. La prima benedizione di ogni realtà umana sono le sue persone, a volte una sola: “Tu [Abramo] sarai una benedizione” (12,2).

La lealtà di Giuseppe, che il cuore di questo racconto, emerge con tutta la sua forza nella gestione del conflitto con la moglie del suo padrone (che la Genesi lascia senza nome). Giuseppe ci viene presentato come un giovane “bello di forme e di aspetto” (39,6), come sua madre Rachele (29,17), rivestito anche di quella bellezza morale tipica delle persone giuste e rette, che non affascina meno della bellezza fisica. Su di lui “mise gli occhi” la moglie di Potiphàr, “e gli disse: ‘coricati con me’” (39,7). Giuseppe rispose: “Il mio padrone non mi chiede mai conto di quanto è in casa e ha affidato alle mie mani tutto quello che possiede … Non mi ha proibito nulla, se non te … Come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio” (39,9). Potiphàr, infatti, gli aveva chiesto conto soltanto “del cibo che mangiava”, e in quella cultura il ‘cibo’ era anche immagine o eufemismo per l’intimità sponsale. E quindi, “benché ogni giorno ella ne parlasse con Giuseppe, egli non l’ascoltò” (39,10).

Questa ‘prova’ di Giuseppe è paradigma di tutte quelle situazioni in cui una persona ha la chance di diventare leale. Nella lealtà, infatti, si vede nella sua purezza una dimensione tipica di tutte le virtù, che non sono faccenda di preferenze o di valori, ma di azioni. Quindi sono beni d’esperienza, perché leali (giusti, prudenti, forti …) si diventa solo quando i nostri principi si traducono in un’azione concreta. Si può sinceramente credere nel valore della lealtà, ma per essere leali occorre dimostrarlo sul campo. Non bastano le rette intenzioni o i buoni pensieri – anche se chi riesce ad essere leale ha coltivato prima e durante l’azione buoni pensieri e ha scacciato quelli cattivi. E come per tutti i beni d’esperienza, non possiamo sapere se questo ‘bene’ si trova veramente nel nostro ‘paniere’ finché non siamo dentro un’esperienza concreta, dove scopriamo se pensavamo di essere leali o se lo siamo realmente. Leali allora si può diventare, anche dopo un trascorso di slealtà. Come può accadere che di fronte ad una esperienza inedita scopriamo, sorpresi e commossi, di avere in noi una forza morale che pensavano di non possedere – il martirio deve essere qualcosa del genere, per questo prima di essere un dono che si fa è un dono che si riceve. Giuseppe, già giusto, non sapeva di essere anche leale fino a quello sguardo della donna del padrone. Neanche un solo attimo prima.

Qui ritroviamo poi una caratteristica essenziale della lealtà. La sua esistenza e il suo valore si misurano sulla base di un costo concreto che la persona che vuole essere leale deve sostenere dicendo no ad una (o più) azione sleale che gli avrebbe risparmiato quel costo. La lealtà quindi è sempre costosa, e si traduce spesso in un ‘non fare’ – anche per questo è difficile da vedere. Senza questa alternativa costosa, che arriva in “un certo giorno” mentre “nessuno era in casa”, la lealtà non emerge. Il costo che Giuseppe dovette sostenere per essere leale nei confronti di Potiphàr, non fu tanto la rinuncia al piacere sessuale, quanto le prevedibili conseguenze associate al suo rifiuto, data la radicale asimmetria di potere che esisteva tra lui e la moglie del suo padrone. Un costo che si manifestò presto.

Nella continuazione di questo episodio del grande ciclo di Giuseppe, c’è poi un ammaestramento su un’altra dimensione della lealtà, non necessaria ma molto comune. Giuseppe per essere leale deve dire no ad un’offerta che gli proviene dalla stessa parte dove si trova la persona-istituzione con cui vuole essere leale. “Un certo giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro mentre non c’era nessuno della gente di casa … Allora ella lo afferrò per la veste, dicendo: ‘Giaci con me’. Ma egli le lasciò tra le mani la sua veste, fuggì e uscì fuori”. Allora la donna “chiamò la gente di casa sua e disse loro: ‘Guardate! Ci è stato portato un ebreo per spassarsela con noi. E’ venuto da me per giacere con me, ma io ho chiamato a gran voce” (39,13-14). La stessa versione menzognera e ribaltata, la donna la narrò poi anche a suo marito (39,17), il quale prese Giuseppe “e lo mise in prigione” (39,19).

Una seconda volta senza “veste”, ancora una volta gettato violentemente in un “pozzo” (40,15).

E Giuseppe tace, come ‘pecora muta’ non si difende. La Bibbia non ci dice nulla sulle ragioni di questo silenzio. Quella non-parola ci può però svelare un’altra dimensione fondamentale della lealtà, forse quella più tipica sua. La lealtà si vive, non la si racconta, soprattutto quando per restare leali si è dovuto dire un grande ‘no’ a qualcuno intimo della stessa ‘casa’. Anche questi silenzi possono essere espressione di lealtà, ma solo quando chi tace si prende su di sé le conseguenze costose di quel silenzio leale (qualche volta può anche accadere che questa lealtà entri in conflitto con altre virtù, come la giustizia: è dentro i conflitti tra virtù dove si esercita la nostra responsabilità morale).

Se la lealtà è una virtù silenziosa e invisibile nella sua parte più profonda e vera, allora non può contare sui tipici premi e gratitudini che sostengono e rafforzano molte virtù ‘pubbliche’. La ricompensa per i costi sostenuti per essere e mantenersi leali è tutta intrinseca, e quindi chi non ha una vita interiore da dove sgorga quella sola ricompensa non può diventare o restare leale. Se vogliamo che il mondo e le istituzioni di domani siano più leali, dobbiamo dar vita ad una nuova stagione di vita interiore e di spiritualità. Senza lealtà non si riesce a restare fedeli prima ai patti e alle promesse primarie della vita, e subito dopo neanche ai contratti.

Se, infine, la lealtà è per sua natura difficilmente osservabile, allora nel mondo e nelle persone che ci vogliono bene c’è molta più lealtà di quanta ne riusciamo a vedere. Se fossimo capaci di guardare più in profondità i nostri amici, le nostre mogli, i nostri mariti, ci accorgeremmo che dietro il loro amore fedele e i loro occhi buoni, si nascondono, invisibili e silenziosi, tanti atti di lealtà che sono state le vere fondamenta di questi rapporti forti. Alcune di queste lealtà-fedeltà decisive ce le doniamo reciprocamente negli ultimi istanti della vita, come la nostra eredità più preziosa; altre, forse ancora più belle e certamente più dolorose, non possiamo o non riusciamo a raccontarle e muoiono con noi; ma tutte portano molto frutto, e rendono più bello e più degno il nostro mondo. “Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise in prigione… Ma JHWH fu con Giuseppe” (39,21).

pubblicato su Avvenire il 29/06/2014

 

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Questa voce è stata pubblicata il 27/01/2015 da in Bibbia, ITALIANO, L’albero della vita.
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