COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Luoghi dell’Infinito (1)

Il “canto della terra”.

È il “canto della terra” il tema dello speciale, particolarmente ricco, del nuovo numero di “Luoghi dell’Infinito”, il mensile di itinerari, arte e cultura di “Avvenire” disponibile in edicola da martedì 3 febbraio.

Sono due gli editoriali che aprono la rivista. Il primo è dell’architetto Edoardo Milesi e richiama l’urgenza di una nuova responsabilità creativa nei confronti del paesaggio. Il secondo è del poeta Guido Oldani – che firma anche una lirica inedita –, profonda riflessione, non senza un pizzico di ironia, sul nostro legame con “sorella” zolla. Maria Antonietta Crippa espone la necessità di una nuova “ecologia dell’uomo”, mentre padre Ermes Ronchi racconta il legame sacro tra uomo e creato. Sacro è anche il legame, come spiega il rabbino Giuseppe Laras, tra Israele e la terra promessa da Dio ad Abramo. Franco Cardini esplora le stagioni del Medioevo e mostra come il rapporto con la terra sia stato centrale nell’evolversi degli eventi storici. Il sociologo Ulderico Bernardi racconta, accompagnato dalle foto di Pepi Merisio, il passaggio – anche sonoro – dalla civiltà contadina a una industriale e tenta un difficile bilancio. La perdita di contatto con la terra in nome di un progresso che nei fatti comporta inquinamento, cementificazione e avidità, mette a repentaglio la natura e noi stessi: una riflessione di urbanisti, sociologi e architetti raccolta da Leonardo Servadio.

Due artisti sono chiamati a raccontare le proprie terre: Massimo Lippi dedica la sua prosa rovente alla Val d’Orcia, mentre una foto e un testo di Massimiliano Galliani illuminano la dimensione metafisica delle rive del Po.

Ma la terra non è sempre vita: il reportage della fotografa Donata Basile è una discesa nell’inferno della cava di pietre di Ouagadougou in Burkina Faso. Conclude lo speciale il servizio di Beatrice Buscaroli su Vincent van Gogh, il “santo” pittore.

1. La fede del giardiniere

Tutto il creato ci è prossimo come nostro fratello,perciò siamo chiamati a far fiorire il Regno sulla Terra.

«Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). L’uomo (‘adàm) è un impasto di terra (‘adamà) e di vento, un respiro divino (ruah) chiuso in un guscio d’argilla, quasi una lucerna o un flauto di creta che suona attraversato dal fiato di Dio. Con sulla pelle ancora il caldo dei polpastrelli di Dio, intento a sagomare non la terra, ma la sua parte più leggera e inconsistente: la polvere del suolo, per la quale è forza di coesione il fiato divino. soma di Dio e il gene della polvere intrecciati in modo indissolubile. Il giusto rapporto con la terra inizia dal riconoscerla come parte fondativa dell’essere. L’uomo non è solo terra, ma senza di essa non è; non vive di materia ma senza di essa non è in grado di comprendere se stesso.

«Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15). La terra infatti non è dell’uomo, continua ad appartenere a Dio. L’uomo ne ha piuttosto la custodia, un servizio pasquale per la fioritura della vita. Coltivare ha la stessa radice di culto, esprime un’azione che è cultuale e sacerdotale nei confronti del giardino. Adamo che lavora e lavorando trasforma la terra, rendendola feconda e madre, diventa con-creatore della terra: la prima preghiera di Adamo è quella delle mani, mani di contadino e di giardiniere.

di Ermes Ronchi

2. Le stagioni del Medioevo

L’inverno del post impero, la primavera e l’estate dei secoli “bui” e un autunno di fame e pestilenze.

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Qual’era l’immagine della struttura sociale nei secoli centrali del Medioevo? «In questa valle di lacrime gli uni pregano, altri combattono, altri ancora lavorano; e le tre categorie stanno insieme e non sopportano d’essere disgiunte, di modo che sulla funzione dell’una restano le opere delle altre due, tutte e tre a loro volta assicurando aiuto a ciascuna». Con queste parole il vescovo Adalberone di Laon offriva il ritratto della società europea intorno al Mille. È il concetto delle tre funzioni che rappresentano sulla terra l’ordine voluto da Dio e, allo stesso tempo, sono gli elementi che garantiscono l’armonia nella società. Oratores, bellatores, laboratores: ai primi spettava pregare affinché la stabilità del mondo cristiano fosse mantenuta; ai secondi combattere, perché esso potesse godere della sicurezza; ai terzi mantenere i due precedenti “ordini” con la propria opera. Il termine labor indicava fondamentalmente la fatica dei campi, quindi il lavoro agricolo. Tale ripartizione dei doveri e degli incarichi corrispondeva a una precisa divisione del lavoro e della ricchezza. In una società nata essenzialmente per la difesa e basata su un’economia di sostentamento nella quale l’agricoltura stava al primo posto, era naturale che il lavoro fosse concepito in modo essenzialmente servile

di Franco Cardini

3. La musica dei mestieri

Il passaggio da società rurale a industriale ha cambiato il paesaggio d’Italia, anche nelle sonorità del lavoro quotidiano.

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I silenzi vasti delle campagne prima dell’industrializzazione capillare dell’Italia rurale andavano poco a poco cedendo allo strepito delle macchine, in quel secondo dopoguerra che conosceva l’affievolirsi di tanti lavori manuali. Ogni tempo ha suoi rumori e mestieri. Ma quelli durati fino a poco oltre gli anni Sessanta del Novecento, per molta parte restavano i medesimi dei secoli precedenti. Dai più lievi – come il fruscìo della falce fienaia sui prati e il biascichio della filatrice alle prese con fuso e arcolaio – al clangore dei carri dalle ruote cerchiate di ferro lungo le strade bianche, al lento passo dei buoi, al sibilare dei ferri da cavallo incandescenti tuffati nell’acqua dal maniscalco, al chiocciare, tubare, grufolare, degli animali di bassa corte che impegnavano la massaia sull’aia. La natura, di tempo in tempo, aggiungeva di suo il desolante crepitio della tempesta, il chioccolio gentile della pioggerellina benefica, il soffio del vento sulle spighe: silenziose se l’aria faticava a smuoverle, tanto erano turgide, strepitante annuncio di carestia se scompigliava solo paglia e fusti senza chicchi

di Ulderico Bernardi

4. Il fiume nero del progresso

Inquinamento, cemento e avidità portano distruzione. Ma l’equilibrio tra natura e cultura è ancora possibile.

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Quando si aprirono le cateratte che regolano il flusso del canale proveniente dalla zona industriale, le acque del fiume annerirono ed emanarono vapori nauseabondi. Già era accaduto che alcune persone svenissero camminando a lato del canale. Il fiume è lo Huai e la città attraversata dal fetido canale è Fuyang. I fatti, riportati da Elizabeth C. Economy nel volume The river runs Black: the environmental challenge to China’s future (“Il fiume scorre nero: la sfida ambientale per il futuro della Cina”), uno studio sulle condizioni ambientali del bacino dello Huai, si riferiscono alla svolta del millennio, quando ci si chiedeva se quella zona, considerata il granaio del colosso d’Oriente, sarebbe sopravvissuta all’inquinamento.

L’area in questione si trova a nord di Shanghai, tra il Fiume Giallo e lo Yangtze (il Fiume Azzurro) nel quale lo Huai confluisce. È grande quanto l’Italia continentale (con esclusione delle isole) e qui gli introiti pro capite sono relativamente elevati non solo perché la terra è fertile ma anche perché vi si estrae petrolio e il numero di corsi d’acqua navigabili rende facili i trasporti oltre a favorire la pesca. Tutto questo vi ha attirato innumerevoli insediamenti industriali: sono sorte cartiere e industrie chimiche, a migliaia. E lo Huai è diventato uno dei fiumi più inquinati della Cina, testimone della drammatica lotta che si instaura tra uomo e natura quando l’opera costruttiva non conosce misura

di Leonardo Servadio

5. Van Gogh, la leggenda del santo pittore

Il rapporto dell’artista con la terra si lega strettamente a quello con il sacro e all’attenzione verso il prossimo.

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Era amato da tutti, da sua madre e suo padre, suo fratello, i pittori, i medici, i compagni di strada che si scelse, più o meno sbagliando, come tutti. Sapeva poco d’arte, ma aveva studiato copiando e ricopiando i dipinti di Jean-François Millet.Nei tempi duri leggeva le tragedie di Shakespeare, Renan, Turgenev, Voltaire. Non era “nato pittore”, come avrebbe detto uno storico antico, ma lo divenne quasi per necessità, una sorta di senso del dovere: la possibilità di restituire significato a quei paesaggi di cui il suo carattere e la sua cultura si nutrirono fin dalla giovinezza, vissuta tra tensioni e passioni contrastanti, una sconfinata bontà, un’infinita aspirazione al bene.

Quel che vediamo oggi, nell’opera di Vincent Van Gogh (Zundert, 30 marzo 1853 – Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890), è un monumento alla natura, una natura sentita ancora come “madre” e non “matrigna”: dal cui suolo salgono figure che letteralmente ne fanno parte, condividendo le stesse linee, gli stessi colori, gli stessi gorghi tormentati che trasformano l’antico segno diviso dei pointillistes in uno specchio immediato tra la cosa e la sua anima. «Devo poter esprimere attraverso il disegno e la pittura quello che ho dentro la mente e il cuore»

di Beatrice Buscaroli

Avvenire 3 febbraio 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 05/02/2015 da in Arte e fede, Attualità sociale, Cultura, ITALIANO con tag , , .

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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