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L’albero della vita /23

Il commento della Genesi di Luigino Bruni.

Fratelli, e mai senza il Padre:
Giuseppe e il miracolo della riconciliazione – risurrezione.

‘Sono io. Sono io, vostro fratello Giuseppe’. ‘Ma naturalmente è lui!’ gridò Beniamino quasi soffocato dalla gioia e si precipitò avanti, su per gli scalini al rialzo, cadde sulle ginocchia e con veemenza cinse le ginocchia del Ritrovato. ‘Yashub, Joseph-el, Jehosiph’, singhiozzava guardandolo, alzando la testa. ‘Sei tu, sei tu, ma sì, naturalmente, sei tu. Non sei morto” (Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli).

23 Giuseppe e Giacobbe1

Seguire lo sviluppo e il compimento di una vocazione è tra le esperienze umane più stupefacenti. È un dono particolarmente prezioso nelle stagioni di carestie di ‘voci’ e di sogni, quando più forti si fanno il desiderio di gratuità e la nostalgia di quelle storie di pura charis che solo chi riceve una vocazione può vivere e farci vivere.

Ogni vera vocazione – artistica, religiosa, civile – è allora un bene pubblico, come e più di una fontana, di una foresta, di un oceano, perché la presenza di vocazioni che giungono a maturazione rende la terra di tutti un luogo migliore in cui vivere, morire, far nascere e crescere i bambini. La Bibbia è anche uno scrigno dove sono state custodite, attraverso i millenni, molte grandi storie di vocazioni. Custodite solo per noi. Per poterle riviverle, incarnarle, farle diventare le nostre storie, e così migliorare la vita nostra e quella di tutti.

Giuseppe aveva avuto l’annuncio della sua vocazione in sogno, quando, ragazzo a Canaan, aveva visto il suo covone dritto in mezzo al campo e gli altri undici covoni (i suoi fratelli) prostrarsi di fronte a lui (37,7). Solo dopo molti anni e dopo molto dolore, Giuseppe, e noi con lui, riusciamo ora ad interpretare veramente i suoi sogni di ragazzo. A volte occorrono un’intera vita e montagne di sofferenza per decifrare i sogni nostri e degli altri, e per capire che i talenti di un fratello (di un collega, di un membro della nostra comunità …), che all’inizio ci apparivano solo come una minaccia, erano invece la salvezza per tutti.

Io sono Giuseppe! È ancora vivo mio padre? … sono Giuseppe, vostro fratello, che voi vendeste per l’Egitto” (45,3-5). Il culmine del ciclo di Giuseppe è affidato a pochi, umanissimi e stupendi versi. Fino a questo pianto-grido Giuseppe era fratello perché figlio dello stesso padre; ora ridiventa fratello perché ha generato nel dolore-amore un nuovo legame di fraternità. La fraternità del ‘sangue e basta’ non ha mai salvato nessuno, anzi spesso diventa causa di ingiustizie, privilegi, discriminazioni, violenze. La prima fraternità naturale di Giuseppe era morta insieme al capretto nel cui sangue i fratelli intinsero la sua veste regale per simularne la morte di fronte a Giacobbe (37,31). Ora, dopo gli anni egiziani, Giuseppe e i suoi fratelli rinascono ad una nuova fraternità, che risorge dalla morte di quella del sangue.

In quel pianto, accanto alla parola fratello troviamo anche la parola padre: ‘è ancora vivo mio padre’? Fraternità e paternità. Nell’intero ciclo di Giuseppe, che è una grande narrativa sulla fraternità, il padre Giacobbe e la madre Rachele non sono affatto assenti. Sono una presenza costante, co-protagonisti essenziali di quella storia, anche se ritratti sullo sfondo per lasciar spazio allo svolgimento della metamorfosi della fraternità tra i figli.

Quella biblica, a differenza della fraternità della rivoluzione francese, non è una fraternità senza o contro la paternità. La paternità-maternità dicono storia e destino comune, sono radice e corda (fides) che ci lega gli uni agli altri attraverso il tempo. A differenza dei grandi miti greci sulla paternità (negata in Edipo, o attesa dal mare in Telemaco), la paternità biblica è al servizio della fraternità, perché è memoria dell’Alleanza e caparra dell’avveramento della Promessa. La paternità-maternità è anche il luogo dove si ricompone la fraternità: Isacco e Ismaele si rincontrano al capezzale di Abramo, Esaù e Giacobbe a quello di Isacco. La Genesi ci dice che ci si può riconciliare veramente solo dentro un patto, credendo di nuovo insieme alla stessa promessa, in un cammino comune. Sotto il segno di un padre, anche se distante e non ingombrante – questa riconciliazione avviene in Egitto, lontano da casa.

Allora si gettò al collo di Beniamino, suo fratello, e pianse; anche Beniamino piangeva sul suo collo. Poi baciò tutti i suoi fratelli, e pianse su di loro; dopo di che i suoi fratelli si misero a parlare con lui” (45,14-15). Quando Giuseppe era con loro a Canaan i fratelli “non potevano parlagli serenamente” (37,4). Ora i fratelli parlano con un’altra serenità, nuova e più bella. Il segno più eloquente di rapporti spezzati è il non parlarsi più. Ci sono poche esperienze più brutte di quelle che vivono colleghi di lavoro o vicini di casa che non si parlano non perché non si conoscono, ma perché, in seguito a dei conflitti, hanno smesso di parlarsi. La parola, che è pane quotidiano delle nostre relazioni, scompare, e con essa finisce la vita buona, la gioia, e spesso anche l’impresa. Quando non ci parliamo con i colleghi, o non ci parliamo ‘serenamente’, ci alziamo male al mattino, le ore di lavoro non finiscono mai, e qualche volta ci ammaliamo. I silenzi relazionali sono sempre molto tristi, ma sono tristissimi e disumani quando non ci si parla più tra fratelli e sorelle, sotto lo stesso tetto di casa. Qui la parola che si spegne non ci toglie solo la gioia: ci fa ‘morire’, toglie la benedizioni alle nostre opere, e fa crescere male i nostri figli (il primo atto d’amore ad un figlio è cercare di donargli relazioni primarie ricomposte). Quando accade che si ricominci a ‘parlare serenamente’ dopo anni di silenzi sbagliati e tremendi (e, grazie a Dio, accade, perché il mondo è amato, anche se lo ha dimenticato), quasi sempre le prime parole sono lacrime e baci muti di pace (‘baciò tutti i suoi fratelli, e pianse su di loro’). Sono queste le prime parole che riusciamo a dirci, soprattutto quando siamo noi a dover essere perdonati: “Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli” (45,3).

Se leggiamo bene tra le righe di questa riconciliazione, scopriamo poi una nuova dimensione della vocazione di Giuseppe, che diventa fondamentale nella nuova fraternità. Giuseppe fino a quel suo svelamento aveva prima sognato, poi raccontato i suoi sogni, e infine era diventato interprete dei sogni degli altri. Ora per ricostruire il rapporto con i fratelli, Giuseppe non interpreta più i sogni, ma diventa interprete di una storia, quella della loro fraternità negata e ricostruita. Ora il suo dono è l’offerta di una interpretazione salvifica di fatti reali passati. Non accusa, non rivendica, non condanna, ma pronuncia le sole parole capaci di riconciliazione: “Non vi rattristate né arrabbiate contro voi stessi per avermi venduto quaggiù, perché fu per conservare la vita che Dio mi mandò avanti a voi”. E conclude: “Non siete stati voi a avermi mandato qua, ma Dio” (45,5-8).

Siamo di fronte ad un capolavoro dell’arte delle riconciliazioni dopo profonde ferite. Giuseppe, la vittima, prende su di sé il male che i fratelli avevano procurato a lui e a loro padre, e fa la sua interpretazione più bella, la sola capace di sanare e di riconciliare: ‘Non voi, ma Dio’. Per curare le fraternità tradite, non ci sono altre parole. Servono parole che guardano diversamente il passato, lo amano, lo salvano. Per curare in profondità un grande tradimento, dobbiamo trovare a tutti i costi una lettura dei fatti che mostri il bene che è nato dal male. Queste letture delle vittime (solo le vittime le possono fare) non sono semplici né indolori, perché devono essere vere e non inventate, e occorre molta fatica-amore per trovare una verità di bene più vera di quella che appare agli occhi. Senza queste interpretazioni trasformanti, che hanno la forza di far risorgere relazioni morte, le riconciliazioni sono fragili, e alla prima crisi ritornano rivendicazioni, accuse reciproche, sensi di colpa; e la vecchia ferita risanguina. ‘Il tuo egoismo ha procurato molte perdite alla nostra impresa, enormi sofferenze alla nostra famiglia. Ma questi anni ci hanno fatto maturare tutti, e grazie a quel dolore, ora possiamo ricominciare una nuova vita, ancora più bella’. Il male fatto resta tale (‘… vostro fratello, che voi vendeste per l’Egitto’), ma la possibilità di ricominciare veramente dipende dall’interpretazione dei frutti di vita nati anche dal male fatto e subìto. Anche i momenti moralmente più alti della storia dei popoli sono il frutto di letture diverse dei fratricidi passati per farli risorgere in un presente di fraternità. Lo abbiamo fatto, e quindi lo possiamo e sappiamo fare. Queste interpretazioni difficili del passato sono esperienze collettive, ma non avvengono senza la presenza di almeno un “Giuseppe”, di una o più persone-vittime concrete e grandi, capaci di parole diverse.

La parola crea ed è efficace: è questo uno dei grandi doni della Genesi. La storia di Giuseppe ci dice qualcosa di nuovo: la parola è capace di ricreare anche le nostre relazioni spezzate, farle risorgere dalle tombe-pozzo dove continua a gettarle la nostra cattiveria. E’ possibile curare con la parola le nostre fraternità ferite, donando interpretazioni di storie che le risuscitano. È la possibilità di un’altra fraternità, più profonda e universale di quella del solo sangue, il dono più grande che Giuseppe continua a farci. Se la Bibbia ha voluto porre al cuore della storia dell’Alleanza e della Promessa una fraternità morta e risorta, allora il miracolo di un fratricidio che si trasforma in nuova fraternità è possibile, fa parte del repertorio dell’umano. E può ripetersi ovunque e ogni giorno, anche oggi.

pubblicato su Avvenire il 20/07/2014

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 07/02/2015 da in Bibbia, ITALIANO, L’albero della vita.

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