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L’albero della vita /24

Il commento della Genesi di Luigino Bruni.

22 José y el perdón 1

Mendicanti di benedizioni:
Ogni padre per ritrovare il figlio si rifà figlio.

“‘Chi è quell’uomo di media corporatura’, domandò Giacobbe, ‘vestito nell’eleganza di questo mondo”. ….‘Babbo, è il tuo figlio Giuseppe’, rispose Giuda. … Con dolore e con amore guardò a lungo intensamente il volto dell’egiziano e non lo riconobbe. Accadde però che gli occhi di Giuseppe per il lungo guardare si riempirono di lacrime che gli scorrevano giù per le gote; e quando il nero degli occhi fu tutto molle di pianto, ecco, quelli erano gli occhi di Rachele” (Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli).

Il migliore punto di osservazione su un’esistenza è l’ultimo. Il senso pieno e più vero di un’intera vita si rivela alla fine, quando la vocazione si compie, il disegno si svela. La vecchiaia, per chi ha il dono di raggiungerla, è allora una fase decisiva della vita, perché è lì che si coglie, nella luce luminosa del tramonto, la trama del nostro racconto. E così quando la vita naturale sembra prossima alla fine, può accadere che la vita spirituale conosca una nuova, decisiva, primavera (ci sono molte primavere negli autunni della vita, ma non sempre abbiamo occhi per riconoscerle neanche in chi ci vive accanto). E il cammino ricomincia, l’avventura dell’anima riparte, con lo stesso primo entusiasmo del fanciullo. Questa è stata la vita dei patriarchi, questa la vita di Giacobbe, che, da vecchio, si rimette in cammino verso l’Egitto, seguendo la stessa voce che lo aveva chiamato da giovane, a Bet-èl.

Dopo la riconciliazione con i fratelli, Giuseppe li invia a Canaan per riportare in Egitto Giacobbe e tutto il clan famigliare, «perché la carestia durerà ancora cinque anni (Genesi 45,11). Dona a ciascuno di loro un «ricambio di vesti». A Beniamino, il fratello della stessa madre Rachele, dona «trecento sicli d’argento e cinque ricambi di vesti» (45,22).

La variopinta veste regale dalle maniche lunghe, donatagli del padre Giacobbe (37,3), era stata al centro del conflitto tra il ragazzo Giuseppe e i suoi fratelli. La veste che gli fu tolta prima di gettarlo nella cisterna nel deserto (37,23) e poi riconsegnata al padre sporcata dal sangue di un capro scannato (37,31), ora diventa il dono di Giuseppe ai suoi fratelli. Tutti ricevono una veste nuova; undici vesti immacolate prendono il posto di quella maculata dalla loro invidia. Dove un giorno abbondò la colpa ora sovrabbonda la charis. «Giuseppe è ancora vivo» (46,26), annunciano i figli a Giacobbe-Israele. Diversamente da loro, Giacobbe (forse con Beniamino e le donne) era convinto che il sangue della veste fosse quello di Giuseppe, ucciso da una belva. Per molti anni aveva vissuto con quel dolore nel cuore. Dopo una prima incredulità di fronte alla notizia della “resurrezione” del figlio («ma il suo cuore rimase indolente», 46,26), Giacobbe-Israele esclama: «Giuseppe, il mio figlio, è vivo! Voglio andare a vederlo prima di morire» (45,28). Vuole andare, ma prima di partire deve compiere qualcosa di importante: «Israele, dunque, levò le tende con tutto quanto possedeva, arrivò in Beér-Shèba’ e offrì sacrifici al Dio di suo padre Isacco» (46,1). Giacobbe lascia Ebron, la terra della promessa, e si reca nella casa dove avevano vissuto, migranti, suo padre Isacco e sua madre Rebecca, in quel deserto di Beér-Shèba’ dove era fuggita Agar, la serva madre di Ismaele.

Lì, durante una carestia, Isacco aveva incontrato YHWH in uno dei momenti decisivi della sua vita. Gli aveva parlato, annunciato la promessa, e gli aveva detto: «Non scendere in Egitto, ma abita la terra che io ti dirò» (26,2). Ora, per un’altra carestia, Giacobbe sta invece per lasciare la terra di Canaan, per andare proprio in quell’Egitto che il Signore aveva negato a Isacco. L’Egitto era stato negato a suo padre perché la terra promessa da YHWH era un’altra, quella di Canaan, quella abitata ora da Giacobbe. La prima voce che aveva parlato ad Isacco, promettendogli una terra che non era l’Egitto, non poteva avere la stessa forza della voce del suo cuore di padre che vuol rivedere un figlio creduto per decenni morto. Nell’umanesimo biblico le voci non sono tutte uguali, e la salvezza sta nell’individuare e seguire la voce più vera, che non è quella più comoda, né quella dei falsi profeti o degli dei di legno, nemmeno la semplice voce del cuore. Ecco allora che Giacobbe torna nella terra di Isacco – nel mondo della Bibbia anche i luoghi hanno vocazioni – per capire, per pregare, per ascoltare, per discernere le voci, per scegliere. E anche questa volta, «Dio parlò a Israele in visioni notturne e disse: “Giacobbe, Giacobbe”. Rispose: “Eccomi”. Disse: “Io sono Dio, il Dio di tuo padre! Non temere di scendere in Egitto … Sarà Giuseppe a metterti la mano sopra gli occhi”» (46,2-4). Giacobbe solo ora sa che la voce che parla e lo ri-chiama («Giacobbe, Giacobbe») è quella del Dio di suo padre, quella di YHWH; e se è la stessa voce a mandarlo in quell’Egitto che era stato negato a Isacco, allora si può, si deve partire.

Per riascoltare la voce e capire, Giacobbe non andò a Bet-èl, il luogo dove aveva ricevuto la sua prima vocazione, dove aveva visto gli angeli, il paradiso (28,13-22). Torna invece nella terra dei suoi padri, vuole riascoltare lo stesso Dio di Isacco, nel luogo del padre, della madre. Vuole risentirsi chiamare per nome dalla stessa voce vera, quella che non lo ha mai ingannato, quella dell’Alleanza e della promessa.

Accade spesso, molto spesso a chi cerca di vivere nella verità, che prima di una scelta importante e decisiva si torni dai “padri”, nella loro terra, nei loro luoghi. Si torna soprattutto quando si sta per compiere una scelta che va nella direzione opposta a quella che ha costituito la prima alleanza, la promessa, la vocazione. Si torna nella casa madre in cerca di segni, sperando di riascoltare una voce più profonda, per avere certezze più vere, per ritrovare il senso della vita, della vocazione, della promessa. Per sentirsi di nuovo chiamare per nome.

L’azienda famigliare attraversava un lungo periodo di difficoltà. Arrivò l’offerta di una multinazionale che l’avrebbe rilevata pagando una grossa cifra. “Devo vendere l’impresa fondata dal nonno, poi divenuta la vita dei miei genitori, la grande storia della famiglia, la più bella storia che ci siamo raccontati? Devo essere io a scrivere l’ultima parola di questa storia?”. La data della scadenza si avvicina, le notti si fanno difficili e lunghe. Luigi sente di tornare nel primo capannone, ormai in disuso, ma dove sono ancora vivi e veri interi pezzi di storia, di relazioni, di parole, di dolori, di cuore, di carne. È in quel capannone che aveva appreso il mestiere dal papà. Da lì si spinge fino alla vecchia cascina del nonno, dove, nell’officina, aveva imparato a lavorare il legno, e dove aveva ascoltato i racconti, gloriosi, dei primi tempi della fondazione dell’impresa, dopo l’emigrazione in America, dopo la guerra, le carestia, la fame, il fronte, le morti tremende e sempre vive dei figli. E in quel silenzio “abitato” cerca di captare quelle antiche voci e tra queste individuare quella della giovinezza, quando tutto era chiaro e diafano, la voce che gli fece rinunciare al posto fisso per continuare quella storia.

Per capire se la voce che ora sembra dirgli “vendi” è la stessa buona voce che un giorno gli disse “resta”. Autentici pellegrinaggi, dove cerchiamo, magari senza esserne consapevoli, la benedizione dei padri per le scelte difficili dell’oggi. Forse dovremmo farne di più, e non smettere di mendicare benedizioni, soprattutto quando le voci buone non ci parlano più nelle nostre case, nei tempi delle riforme dei patti sociali, nei sette anni di vacche magre (2008-2015). Giacobbe nella casa dei padri riascoltò la stessa voce, capì che doveva partire, e partì. Chiuderà gli occhi in Egitto, non nella terra di Canaan. Da vecchio («Centotrenta sono gli anni del mio peregrinare», dirà al Faraone: 47,9) fu chiamato a lasciare la terra della promessa, a mettersi di nuovo in cammino verso una terra straniera (47,4), e lì morire esule. E quel “sì” della vecchiaia fu quello decisivo, non meno decisivo del primo, perché fu il compimento della sua vocazione. Dovevamo giungere fino al termine della storia di Giacobbe perché ci si dischiudesse uno dei tesori più preziosi di tutta la Bibbia: la terra promessa non è un territorio da occupare, è sequela di una voce. E allora ogni terra, anche quella promessa, è terra straniera, perché la terra è dono, si abita provvisoriamente, non si possiede. Ogni uomo che segue una “voce” è straniero su tutta la terra e per tutta la vita. La buona casa dell’umano è la tenda del nomade.  «Poi giunsero nella terra di Gòshen. Giuseppe fece attaccare il suo carro e salì in Gòshen incontro a Israele, suo padre: gli si mostrò, gli si gettò al collo e pianse a lungo sul suo collo. E Israele disse a Giuseppe: “Posso morire questa volta, dopo aver rivisto il tuo volto”» (46,29-30).

Luigino Bruni
Avvenire, 28 luglio 2014

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 11/02/2015 da in Attualità sociale, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .
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