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Lectio della Domenica – I di Quaresima (B)

Lectio della Domenica – I di Quaresima (B)
Marco 1,12-15 – Silvano Fausti

Tentazioni - basso-rilievo-duomo-piacenza

1. LO SPIRITO LO GETTA NEL DESERTO
(Marco 1,12-13)

12 E subito lo Spirito lo getta fuori nel deserto. 13 Ed era nel deserto per quaranta giorni tentato da satana; ed era con le fiere, e gli angeli lo servivano.

1.1 Messaggio nel contesto

“Lo Spirito lo getta fuori nel deserto”, dice Marco di Gesù. Il suo battesimo, come il passaggio del mar Rosso, segna la fine della schiavitù. Ora rimane però da attraversare il deserto, insidiato dal nemico che vuol perderci, bloccandoci o facendoci tornare indietro. Compiuta la scelta, si pagano i costi per mantenerla fino alla fine.

Adamo non aveva ascoltato la parola di Dio e fu scacciato dall’Eden nel deserto. Lo Spirito ora vi scaglia il nuovo Adamo, il Figlio che ascolta la Parola. Lì incontra tutti i suoi fratelli, e li riconduce nel paradiso perduto.

Il battesimo di Gesù ci presenta un Dio solidale con il nostro male e la nostra morte; le sue tentazioni ci fanno vedere un Dio solidale con la nostra fatica di vivere in libertà. Il Cristo, che emerge grondante dall’acqua con lo Spirito nell’intimo, richiama Mosè, il pastore che guida il gregge di Dio nell’esodo (Is 63,11). Come lui, percorre il cammino di Israele dall’Egitto alla terra promessa, quando tutti furono tentati e caddero; ripercorre vittorioso la storia di ogni uomo, che da sempre è caduto e per questo non raggiunge la patria del suo desiderio.

Prima dell’attività apostolica, Gesù è tentato di realizzare il regno del Padre in modo più efficace e comodo, senza restar fedele alla scelta compiuta nel battesimo. Per gli altri sinottici le tentazioni si inseriscono nella “fame” (Mt 4,2; Lc 4,2), ossia nel bisogno che l’uomo ha o è in relazione alle cose, alle persone o a Dio. È costante il pericolo di soddisfare questa fame col possesso invece che col dono – unico cibo che sazia – e di non discernere le priorità e le alternative false da quelle vere. Matteo e Luca inoltre dicono espressamente che è tentato, in quanto Figlio di Dio, di usare quegli strumenti che il nostro buon senso considera ovvi: l’avere, il potere e il prestigio religioso. Ma questo significherebbe rimangiarsi la solidarietà con i fratelli – unica scelta del Figlio approvata dal Padre. Quanto è allettante essere figli di un Dio padrone e onnipotente, altrettanto è scomodo essere figli di un Dio “servo”, che è amore, povertà, servizio e umiltà.

Gesù, come ciascuno di noi da Adamo in poi, fu tentato “a fin di bene”. Ci sono opportunità, che in realtà sono false; ci sono scorciatoie, che poi fanno perdere la strada! Non è forse a fin di bene che si fa tutto il male del mondo? Non bisogna agire “a fin di bene”, bensì agire bene. Perché il bene è tale solo se è bene insieme nel principio, nel mezzo e nel fine. Non è mai vero che il fine giustifica i mezzi! Questi sono sempre della natura di quello.

Il brano, come il precedente, si articola in due parti: la prima ci presenta Gesù che, vittorioso sulla tentazione, è il Cristo, l’uomo nuovo, riconciliato con la natura e in condizione paradisiaca; la seconda ce lo presenta come Figlio di Dio, servito dagli angeli.

In Gesù tentato tutta l’umanità fu tentata. In lui vittorioso, tutta l’umanità ha già vinto il male. È il nuovo Adamo.

Il discepolo è colui che, unito a lui nel battesimo, vive la stessa scelta e la stessa difficoltà di mantenerla. Ha il suo medesimo Spirito di solidarietà coi fratelli, e vi resta fedele nonostante gli inganni del nemico. Spesso ha difficoltà a riconoscerli; e, quando li riconosce, si abbatte. Bisogna tener presente che il nemico dà tanta buona volontà a chi manca di intelligenza; a chi ha intelligenza, cerca di togliere la buona volontà, scoraggiandolo. Il Signore invece dà discernimento a chi ha zelo, perché non faccia il male credendo di fare il bene; e dà zelo a chi ha discernimento, perché non si scoraggi nel fare il bene. Sappiamo comunque che in ogni tentazione non siamo soli e abbandonati. Siamo “consolati” dalla presenza di lui, che per questo ha voluto essere tentato con noi e come noi: “Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi” (Eb 4,15).

1.2 Lettura del testo

12 lo Spirito. È lo Spirito dei Figlio, che si è manifestato visibilmente nella scelta di solidarietà coi fratelli.

lo getta fuori nel deserto. Anche noi, ricevuto il battesimo, dal suo Spirito siamo spinti fuori dall’Egitto e condotti per il deserto, in cammino verso la piena libertà dei figli.

Il deserto è il luogo della libertà e della tentazione, della fedeltà di Dio e del dubbio nostro, dell’amore e della contesa reciproca, del cammino e della caduta. Cifra dell’esistenza umana, è ricco di tutti i doni di Dio e di tutti i nostri tradimenti. Fatica di vivere col peso del nostro male – ma anche gioia della nube che protegge, dei fuoco che guida, della manna che nutre, dell’acqua che disseta, della Parola che illumina e dà vita – il deserto è il crogiolo in cui Dio forma l’uomo. Nella solitudine assoluta, senza distrazioni, è costretto a scegliere tra la morte e la vita, tra la sfiducia e la fiducia, tra la propria ombra e la sua promessa.

13 era nel deserto per quaranta giorni. I quaranta giorni richiamano la rivelazione di Mosè e il cammino di Elia (Es 34,28; 1 Re 19,1-8). Anche Israele stette nel deserto per quarant’anni, l’arco di una generazione, il tempo di una vita. Ciò significa che l’esistenza intera di Gesù fu deserto e prova, tentazione e lotta, dal principio alla fine. Anche noi, in forza del battesimo, passiamo dalla sudditanza al male alla lotta contro di esso, che dura tutta la vita. Solo chi non sceglie il bene, non è tentato dal male!

tentato. La parola greca peîra, da cui peirázo (tentare), significa tentativo e prova, quindi esperimento e cimento, quindi anche esperienza e conoscenza. Deriva da peíro, che significa attraversare da parte a parte, come una punta, ed ha la stessa radice di esperimentare, esperto, pericolo, perito. La vita umana è necessariamente tentazione e sollecitazioni in tutti questi sensi, con la loro ambiguità da dirimere appunto nella libertà di chi può, per tentativi, capire e volere la verità verso cui cammina.

da satana. È il nemico dell’uomo. Per sua invidia entrò la morte nel mondo (Sap 2,24). Il suo modo di agire è descritto in Gn 3: fa notare all’uomo il suo limite, gli toglie la fiducia in Dio, suggerendogli che è suo antagonista, e facendogli sembrare bene il male e male il bene. In Marco è il ladro della Parola (4,15). Con la sua menzogna sta all’origine di ogni male, perché l’uomo diventa la parola che ascolta. Se ascolta Dio, diventa come lui, padre della verità e amante della vita (Sap 11,26); se ascolta satana, diventa come lui, padre della menzogna e omicida fin da principio (Gv 8,44).

Marco, a differenza di Matteo e Luca, non specifica le tentazioni. Le lascia emergere nel corso del racconto, come pericolo costante di anticipare la gloria del Figlio evitando la croce del servo. Per questo Gesù impone il silenzio al miracolati e ai demoni. È il cosiddetto “segreto messianico”, che sottende tutto il vangelo. Questa tentazione generale si articola in tentazioni particolari, tipiche di ogni uomo.

La prima è il “protagonismo”, che fa confondere il regno di Dio col successo del proprio io. Affiora chiaramente dopo la prima giornata messianica, quando gli dicono: “Tutti ti cercano” (1,35). Porre il proprio io come fine assoluto, al posto di Dio stesso, è l’egoismo, causa di tutti i mali. Gesù risponderà: “Andiamo altrove”.

La seconda è la ricerca del “potere mondano” per realizzare il regno di Dio. Il fine è giusto, ma il mezzo è sbagliato. Il Regno si realizza non con il potere, ma con l’impotenza di chi dà la propria vita in servizio dei fratelli. Questa tentazione appare subito dopo la moltiplicazione dei pani, quando costringe i discepoli ad andare via (6,45). Sappiamo da Giovanni che volevano farlo re (Gv 6,15).

La terza tentazione è la ricerca del “potere religioso”. Consiste nel voler piegare Dio alla propria volontà, invece di piegarsi alla sua. Gesù la subisce nell’orto (14,32 ss). È la lotta definitiva. Cadere è la perversione della fede: invece di obbedire noi a Dio, pretendiamo che lui obbedisca a noi. Credere di avere Dio in tasca è la cosa per noi più facile, e per lui più insopportabile!

Tutte queste tentazioni sono impersonate da Pietro, quando rifiuta la Parola della croce (8,31 ss). Gesù lo chiama satana, perché pensa secondo gli uomini, il cui modo di valutare è opposto a quello di Dio.

La tentazione maggiore di chi ha il fine buono e usa i mezzi adeguati, è di scoraggiarsi, costatando che il male riesce bene e con facilità, mentre il bene riesce male e con difficoltà – e, alla fine, è sconfitto. È lo scandalo della croce – inefficacia e fallimento del bene. Diceva Marco l’Asceta: “Come le notti seguono i giorni, così i mali seguono le buone azioni”. Sembra proprio che nessuna buona azione resti impunita! La strada iniziata nel battesimo non solo è la più dura, ma sembra anche perdente. Perdente in noi prima che fuori di noi!

Ma non c’è da preoccuparsi. Essere tentati è un buon segno. Significa che si sta lottando. Solo chi è già a terra, non cade più. Chi sta in piedi è sempre esposto a cadere (1Cor 10,12).

Sostenere queste prove è “la” prova che siamo figli di Dio. Egli ci tratta come tali, purificandoci. Diversamente saremmo bastardi (Eb12,8). Per questo, nonostante la sofferenza, siamo pieni di gioia e letizia indicibile (Gc 1,2 s; 1Pt 1,6 ss).

Inoltre è da notare che Dio è fedele e non permetterà che siamo tentati oltre le nostre forze; ma con la tentazione ci darà anche la via di uscita e la forza per sopportarla (1Cor 10,13).

era con le fiere. Gesù, fedele alla parola del Padre, è il nuovo Adamo, che vive quell’armonia con il creato che era all’inizio, prima della disobbedienza. In lui si realizza il desiderio di un’età dell’oro, in cui il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà, ecc.” (Is 11,6 ss).

gli angeli lo servivano. La corte celeste, che sta al servizio di Dio, ora sta al servizio di Gesù (cf 13,27). La presenza angelica rivela la sua identità: egli è il Figlio di Dio, proprio in quanto mantiene la sua scelta di servo. Il cielo è definitivamente aperto sulla terra, e si realizza il sogno di Giacobbe. Lui stesso è la scala che congiunge stabilmente Dio e uomo (Gn 28,12).

Come lui, ogni battezzato che si trova nel deserto, non è mai solo: sperimenta l’aiuto del Signore nel servizio dei suoi angeli (Sal 91,11s). “Servire” nel NT è espressione concreta dell’amore. Chi serve e ama Dio e i fratelli, è amato e servito dagli angeli, anzi, da Dio stesso, che è amore e servizio.

1.3 Esercizio

  1. Entro in preghiera, come le volte precedenti.
  2. Mi raccolgo, osservando il luogo: il deserto di Giuda, dove Gesù è spinto dallo Spirito e tentato da satana.
  3. Chiedo ciò che voglio: chiedo al Signore di capire il valore della tentazione come purificazione, e gli chiedo intelligenza per riconoscerla e volontà per superarla.
  4. Traendone frutto, medito ogni parola del testo.
  5. Passi utili: Gn 3,1 ss; Dt 8,1 ss; Sal 91; 1Cor 10,1-13; Eb 2,17 s; 12,1-12.

2. È GIUNTO IL MOMENTO
(Marco 1,14-15)

14 E dopo che Giovanni fu consegnato venne Gesù nella Galilea proclamando il vangelo di Dio, e dicendo: 15 È giunto il momento: il regno di Dio è qui! convertitevi, e credete nel vangelo!

2.1 Messaggio nel contesto

“È giunto il momento “. Sono le prime parole che escono dalla bocca di Gesù. Con quattro brevi frasi – due costatazioni seguite da due imperativi – Marco presenta un compendio di tutta la sua predicazione, come annuncio del Regno e chiamata ad esso. Il brano seguente sarà la risposta.

Queste quattro espressioni servono anche da “chiave di lettura”. Ogni singolo racconto del vangelo si realizza per me qui e ora nella misura in cui capisco che “è giunto il momento” di accogliere ciò che è detto, perché “il regno di Dio è qui” per me, se mi “converto” e “credo nel vangelo”. La Parola è viva. Chi l’ascolta sperimenta che opera quanto dice; chi la rifiuta sperimenta il vuoto di quanto promette. Il non senso e il silenzio di Dio sono più eloquenti di qualunque discorso sul male.

Gesù è il vangelo. Presente e operante nell’annuncio, egli è insieme l’annunciatore e l’annunciato, il compimento del tempo e il regno di Dio. Si entra in esso volgendosi a lui e credendogli; si risponde alla sua chiamata seguendolo nel cammino che indica e apre.

Il discepolo capirà tutte queste cose alla fine, quando, visto come Gesù è vissuto e morto, ascolterà l’annuncio che lo proclama risorto e lo invita a tornare in Galilea – cioè qui, all’inizio del vangelo. Lo incontrerà e riconoscerà nella potenza della sua parola, capace di creare la risposta alla sua proposta.

2.2 Lettura del testo

14 dopo che Giovanni fu consegnato. Giovanni diceva che doveva diminuire davanti al Cristo (Gv 3,30). Ora addirittura scompare. L’attesa cessa quando giunge l’atteso; la ricerca si placa nel ritrovamento. Chi non sa cosa cerca, continua a cercare senza trovare; ma chi sa cosa cerca, smette di cercare quando trova. Per questo, quando Gesù inizia, Giovanni finisce la propria attività. E ne anticipa il destino (9,31; 10,33; 14,41 ).

venne Gesù nella Galilea. La sua “venuta” al Giordano continua ora in Galilea per poi diffondersi altrove (v. 38). Qui Gesù è cresciuto, ha lavorato e iniziato il suo annuncio e il suo cammino che lo porterà a Gerusalemme. È il luogo della “quotidianità”, che per Marco diventa il “luogo teologico”, in cui risuona per ciascuno di noi il suo appello. Il finale del vangelo (16,7) ci rimanda ancora qui, in Galilea, dove incontriamo e vediamo il Risorto.

proclamando il vangelo di Dio. Il vangelo è “Gesù Cristo, Figlio di Dio” (1,1). Gesù quindi, proclamando il vangelo, proclama se stesso. Egli dice la Parola ed è insieme la Parola detta. Per questo essa è viva ed efficace (Eb 4,12), capace di muovere noi come i primi discepoli. Per Marco solo Gesù predica la buona notizia, che è lui stesso. I discepoli, come Giovanni, predicano la conversione (1,4; 6,12). Egli è l’unico vero maestro, il maestro interiore che si dona e si comunica nella parola annunciata.

15 È giunto il momento. Sono le prime parole di Gesù. Con lui è finito il tempo dell’attesa. Il momento presente è proprio quello che Dio ha stabilito per la nostra salvezza.

L’uomo ha una concezione circolare del tempo, secondo il ritmo delle stagioni – un nascere per morire, senza novità alcuna se non la continua distruzione di ciò che è stato costruito. Spinto sulla cima, ogni volta il masso rotola a valle; e Sisifo continua la sua inutile fatica. Chronos, il tempo, divora tutti i suoi figli che genera. Ciò che ha inizio ha fine, e il fine di tutto è la fine del tutto. Anzi, tutto è da sempre finito e finisce e finirà sempre sotto terra. Questa coscienza del tempo avvelena tutta la nostra esistenza, uccidendoci con la nozione di eternità che ci portiamo nel cuore. La ruota gira su se stessa, il serpente si morde la coda: “niente di nuovo sotto il sole” (Qo 1,9).

Questa concezione naturale del tempo soffoca la speranza e la storia: taglia le gambe a ogni possibilità di cammino che sfoci in qualcosa di diverso e positivo.

Gli ebrei invece hanno introdotto una concezione “lineare” del tempo, che ha come punto di partenza la promessa di Dio e come punto d’arrivo il suo compimento; e nel mezzo c’è una progressione continua verso la meta. Questa a sua volta non è la fine bensì il fine, in cui si realizza ciò che ha mosso il cammino fin dall’inizio. In questa concezione ogni momento è qualitativamente diverso e individuabile come tale secondo le sue distanze dal principio e dal fine, che sono inversamente proporzionali. Il primo metro di una scalata è ben diverso dall’ultimo – e così tutti gli altri – sia oggettivamente, sia psicologicamente che fisicamente.

In questo modo il tempo si fa storia; cessa di essere un continuo cadere nel nulla, nell’eterno ritorno all’identico; diventa progresso sensato verso una novità che Dio stesso ha indicato.

Ciò verso cui Dio con la sua promessa ci ha incamminato, è la realizzazione di tutti quei desideri che lui stesso ha posto nel cuore, e che sono l’esatto contrario di tutte le nostre paure. Ogni male sarà sconfitto e ogni bene trionferà. Cesserà la menzogna, la sfiducia, l’egoismo, l’ingiustizia, l’insensatezza, la tristezza, l’angoscia e la morte; vincerà la verità, la fiducia, l’amore, la giustizia, la pace, la gioia, la fraternità e la vita.

I profeti hanno sempre ricordato al popolo questa promessa, richiamando alla responsabilità di camminare verso di essa, in attesa di conseguirla.

Con Giovanni termina la predicazione profetica, perché con Gesù si realizza ciò che i profeti hanno annunciato. E compiuta l’attesa, perché è giunto il compimento. Egli è il punto decisivo della storia, in cui si passa dal desiderio alla realtà. L’epoca bella non è quella passata, né quella futura: è qui e ora. Questo è il momento, sognato dai profeti, in cui si può vivere da uomini nuovi.

Gesù, aprendo la bocca, richiama come prima cosa al valore del presente, in cui si gioca tutto. Questa coscienza sta alla radice di ogni azione. Il tempo opportuno giunge quando si capisce che l’ora di decidere è ora. Il momento decisivo è la decisione stessa. Il presente è quindi il punto in cui confluisce ciò che è stato e da cui fluisce ciò che sarà, ambedue assunti in una decisione che dà senso al passato e significato al futuro. Raccolgo ciò che ho seminato, e semino ciò che ho raccolto, sicuro che raccoglierò secondo ciò che semino!

Questa aderenza al presente è indispensabile per la sanità mentale. Diversamente vivo nell’irrealtà, passando dall’illusione sul futuro alla delusione sul passato, trascorrendo metà esistenza nella preoccupazione e l’altra metà nel rimpianto, occupato in ciò che non c’è ancora o piangendo per ciò che non c’è più.

La religione giudeo-cristiana non fornisce oppio per dimenticare il male o sognare il bene: ci richiama a vivere il presente nella sua pienezza.

Ogni brano del vangelo contiene una promessa di Dio. Essa diventa “realtà per me” che leggo, quando capisco che “è giunto il momento” ed è questo – in cui il Signore vuol compiere per me ciò che è raccontato, se chiedo e accolgo il suo dono.

il regno di Dio è qui. È giunto il momento decisivo della storia, perché è arrivato il regno di Dio. Il “regno di Dio”, capovolgimento del regno dell’uomo che conosciamo bene (cf Gdc 9,7 ss; 1Sam 8,1 ss), è un’espressione che sintetizza tutte le aspettative di Israele. È il baciarsi di ogni desiderio nostro con ogni promessa di Dio, che sarebbe avvenuto per opera del messia, il Cristo annunciato a Davide come suo successore (2Sam 7).

Il Battista è stato il precursore, la voce che lo ha annunciato ormai alle porte (vv. 2-8). Ora è venuto, è qui! La storia di Gesù che Marco ci racconta ci fa vedere cos’è questo Regno. È Gesù stesso, Dio per l’uomo e uomo per Dio, che realizza pienamente l’amore di Dio per l’uomo e l’amore dell’uomo per Dio. Nessuno più è lontano o escluso da esso; ognuno vi entra, volgendosi a lui, amandolo e seguendolo nel suo cammino, andando “dietro di lui” e affrontando il suo stesso destino di croce e di gloria, di lotta e di vittoria (8,34-38). Ma la prima è transitoria e la seconda definitiva – fatica davvero piccola in confronto al frutto!

Il Regno, come suscita le nostre speranze, interpella anche la nostra libertà. Ogni brano di vangelo che leggiamo ce ne fa vedere e ce ne offre un aspetto: ciò che Gesù fa e dice, è il dono che lo devo chiedere e accogliere qui e ora.

convertitevi. Significa cambiare idee e testa, cambiare cuore e direzione ai propri piedi (cf v. 5). La proposta di Gesù diventa subito responsabilità di una mia risposta. Il Regno è già venuto per sua iniziativa; ma l’ingresso è riservato alla mia libertà. La conversione è volgersi a lui, iniziando dietro di lui il suo stesso cammino.

La conversione ha un momento iniziale che consiste nell’affidarsi a lui. Ma poi è un fatto che dura tutta l’esistenza, e consiste nell’orientare progressivamente ogni mio passo sui suoi, in un esodo continuo dalla menzogna alla verità, dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, senza mai scoraggiarmi.

Certi monaci fanno il voto di conversione continua. Infatti il dono di Dio eccede sempre la mia capacità di riceverlo, e inoltre la mia vita non è mai conforme a ciò che pure ho ricevuto. Per questo ogni volta che leggo il vangelo sono chiamato a convertirmi. La Scrittura esige sempre una lettura “critica” – ma per me, non per gli altri. Devo guardarmi bene dal fame una lettura “apologetica” per giustificare me e/o attaccare gli altri. La Parola non è fatta per accusare gli altri, ma per convertire me. Ognuno preferisce istintivamente applicarla al prossimo suo invece che a se stesso. Il risultato è che nessuno la prende sul serio e tutto resta come prima. Anzi, un po’ peggio di prima, perché chi legge resta vaccinato lui e si mette contro il fratello; e chi è accusato si arrocca in difesa. Questo tipo di lettura è causa di litigi, mezzo di perdizione invece che di salvezza: è ciò che ha diviso l’unica Chiesa. Come poi ci si possa dividere nel Nome che tutti unisce, solo il Divisore, lo sa!

credete nel vangelo. Il vangelo è Gesù Cristo Figlio di Dio (1,1), presente in prima persona nell’annuncio. La fede non è solo l’assenso intellettuale alla verità che dice, ma l’affidarsi a lui che mi parla. Infatti anche i demoni credono, ma tremano (Gc 2,19). Il problema non è ritenere che il Signore ci sia o meno – c’è comunque, anche, se lo nego! – ma decidere che tipo di rapporto sono disposto a stabilire con lui. Credere è amare e fare di lui la propria vita. L’atto di fede è una relazione personale con lui da amico ad amico. Solo questa è la vittoria sulla solitudine radicale dell’uomo, l’uscita dal suo inferno. Credere in concreto è aderire a Gesù e andargli dietro (cf brano seguente) per stare con lui. È orecchi per ascoltarlo, piedi per seguirlo, occhi per vederlo, mani per toccarlo e, soprattutto, cuore per amarlo.

Credo al vangelo quando, leggendo un brano, mi affido a Gesù e gli chiedo con fede di saper accettare il dono specifico che in quel racconto mi fa. Allora sono convertito sotto quell’aspetto, ed è giunto il momento in cui si realizza in me quel frammento di regno di Dio.

2.3 Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo, osservando il luogo: la Galilea, dove Gesù cammina annunciando.
  3. Chiedo ciò che voglio: chiedo al Signore di non essere sordo alle sue parole.
  4. Traendone frutto medito su ogni parola del testo.
  5. Passi utili: Rm 13,11-14; 2Sam 7,1-16: Gdc 9,7 ss; 1Sam 8,1 ss; Ne 9,1 ss.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 21/02/2015 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Quaresima (B).

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Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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