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Prima predica della Quaresima 2015

Prima predica della Quaresima 2015:
Riflessione sulla Esortazione apostolica “Evangelii gaudium”,
di padre Raniero Cantalamessa.

padre Raniero Cantalamessa

File Word Prima predica della Quaresima 2015
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Vorrei approfittare dell’assenza del Santo Padre, in questa prima meditazione di Quaresima, per proporre una riflessione sulla sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium, che non avrei osato fare in sua presenza. Non si tratterà, ovviamente, di un commento sistematico, ma solo di riflettere insieme e fare nostri alcuni suoi punti  qualificanti.

1. L’incontro personale con Gesù di Nazareth

Scritta a conclusione del sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, l’esortazione presenta tre poli di interesse che si intrecciano tra di loro: il soggetto, l’oggetto e il metodo della evangelizzazione: chi deve evangelizzare, cosa si deve evangelizzare, come si deve evangelizzare. A proposito del soggetto evangelizzante, il papa dice che esso è costituito da tutti i battezzati:

“In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati”  (nr. 120).

Questa affermazione non è nuova. L’aveva espressa il beato Paolo VI nella Evangelii nuntiandi, San Giovanni Paolo II nella Christifideles laici; Benedetto XVI aveva insistito sul ruolo speciale riservato in essa alla famiglia[1].  Prima ancora di tutto ciò, l’universale chiamata all’evangelizzazione era stata  proclamata con il decreto Apostolicam actuasitatem del Concilio Vaticano II. Ho sentito una volta un laico americano iniziare così un suo intervento di evangelizzazione: “Duemila e cinquecento vescovi, riuniti in Vaticano, mi hanno scritto di venire ad annunciarvi il Vangelo”. Tutti, naturalmente, erano incuriositi di sapere chi era mai costui. E allora lui, che era anche un uomo pieno di humor, spiegò che i duemila e cinquecento vescovi erano quelli riuniti in Vaticano per il Concilio Vaticano II e avevano scritto il documento sull’apostolato dei laici. Aveva perfettamente ragione: quel documento non era rivolto a tutti e a nessuno; era rivolto a ogni battezzato e lui lo prendeva giustamente come rivolto personalmente a lui.

Non è, dunque, in questo punto che si deve cercare la novità della EG di papa Francesco. Egli non fa che ribadire quello che i suoi predecessori avevano a più riprese inculcato. La novità va cercata altrove, nell’appello che rivolge ai lettori  all’inizio della lettera e che costituisce, credo, il cuore di tutto il documento: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui” (EG, nr.3)

Questo viene a dire che lo scopo ultimo dell’evangelizzazione non è la trasmissione di una dottrina, ma l’incontro con una persona, Gesù Cristo. La possibilità di un tale incontro a tu per tu dipende dal fatto che Gesù, risorto, è vivo e desidera camminare a fianco di ogni credente, così realmente come camminava con i due discepoli sulla strada di Emmaus; di più, come era nel loro stesso cuore quando tornavano a Gerusalemme, dopo averlo ricevuto nel pane spezzato.

Nel linguaggio cattolico “l’incontro personale con Gesú” non è mai stato un concetto molto familiare. Al posto di incontro “personale”, si preferiva  l’idea di incontro ecclesiale, che avviene, cioè, mediante i sacramenti della Chiesa. L’espressione aveva, ai nostri orecchi di cattolici, delle risonanze vagamente protestanti. Il papa non pensa evidentemente a un incontro personale che sostituisce quello ecclesiale; vuole solo dire che l’incontro ecclesiale deve essere anche un incontro libero, voluto, spontaneo, non puramente nominale, giuridico o abitudinario.

Per capire cosa vuol dire realizzare un incontro personale con Gesù, bisogna dare uno sguardo, per quanto sommario, alla storia della Chiesa. Come si diventava cristiani nei primi tre secoli della Chiesa? Con tutte le differenze da individuo a individuo e da luogo a luogo, ciò avveniva dopo una lunga iniziazione, il catecumenato, ed era il frutto di una decisione personale, per giunta anche rischiosa per la possibilità del martirio.

Le cose cambiarono quando il cristianesimo diventò, dapprima religione tollerata (editto di Costantino del 313) e poi, in breve tempo, religione favorita, quando non addirittura imposta. All’inizio del V secolo, l’imperatore Teodosio II emanò una legge secondo cui solo i battezzati potevano accedere alle cariche pubbliche. A questo si aggiunse il fatto delle invasioni barbariche che in breve tempo mutò completamente l’assetto politico e religioso dell’impero. L’Europa occidentale divenne un insieme di regni barbarici, con una popolazione in alcuni casi ariana, nella maggioranza pagana.

Nelle regioni del vecchio impero (soprattutto in oriente e Italia centro meridionale) diventare cristiani non era più una decisione dell’individuo ma della società, tanto più che il battesimo ormai si amministrava quasi sempre a dei bambini.  Quanto ai regni barbarici, al loro interno  vigeva il costume che la popolazione seguiva la decisione del capo. Quando, nella notte di Natale del 498 o 499, il re dei Franchi Clodoveo si fece battezzare a Reims dal vescovo san Remigio,  tutto il suo popolo lo seguì. (È il motivo per cui la Francia ha avuto il titolo di “Figlia primogenita della Chiesa”). Iniziava così la pratica del battesimo di massa; ben prima della Riforma protestante era in atto la norma: “Cuius regio, eius et religio”: la religione del re è anche quella del regno.

In questa situazione, l’accento non è messo più sul momento e sul modo con cui si diventa cristiani, cioè sul venire alla fede, ma sulle esigenze morali della fede stessa, sul cambiamento dei costumi; in altre parole, sulla morale. La situazione, nonostante tutto, era meno grave di quanto possa apparire a noi oggi perché, con tutte le incoerenze che sappiamo, tuttavia la famiglia, la scuola, la cultura e a poco a poco anche la società aiutavano, quasi spontaneamente, ad assorbire la fede. Senza contare che, fin dall’inizio della nuova situazione, erano nate forme di vita, come il monachesimo e poi i vari ordini religiosi, in cui il battesimo era vissuto in tutta la sua radicalità e la vita cristiana frutto di una decisione personale, spesso eroica.

Questa situazione detta “di cristianità” è cambiata radicalmente e non è qui il caso di soffermarsi a illustrare i tempi e i modi del cambiamento. Ci basta sapere che non è più come nei secoli passati in cui si sono formate la maggior parte delle nostre tradizioni e la nostra stessa mentalità. L’avvento della modernità, iniziato con l’umanesimo, accelerato dalla rivoluzione francese e dall’illuminismo, l’emancipazione dello stato dalla Chiesa, l’esaltazione della libertà individuale e dell’autodeterminazione e per finire la secolarizzazione radicale che ne è risultata, hanno  mutato profondamente la situazione della fede nella società.

Di qui l’urgenza di una nuova evangelizzazione, cioè di una evangelizzazione che muova da basi diverse da quelle tradizionali e che tenga conto della situazione nuova. Si tratta in pratica di creare per gli uomini d’oggi delle occasioni che permettano loro di prendere, nel nuovo contesto, quella decisione personale libera e matura che i cristiani prendevano all’inizio nel ricevere il battesimo e che facevano di essi dei cristiani reali e non solo nominali.

2. Come rispondere alle nuove esigenze?

Non siamo naturalmente i primi a porci il problema. Per non risalire ancora più addietro, ricordiamo l’istituzione, nel 1972, del Rituale della Iniziazione Cristiana degli Adulti” (RICA) che propone una specie di cammino catecumenale per i battesimo degli adulti.  In alcuni paesi a religione mista, dove molte persone chiedono il battesimo da adulti, questo strumento si è rivelato di grande efficacia.

Ma che fare per la massa dei cristiani già battezzati che vivono come cristiani puramente di nome e non di fatto, completamente estranei alla Chiesa e alla vita sacramentale? La risposta a questo problema è venuta più da Dio stesso che dall’iniziativa umana. E sono gli innumerevoli movimenti ecclesiali, aggregazioni laicali e comunità parrocchiali rinnovate, apparse dopo il concilio. Il contributo comune di tutte queste realtà, pur nella grandissima varietà di stile e di consistenza numerica, è che esse sono il contesto e lo strumento che permette a tante persone adulte di fare una scelta personale per Cristo, di prendere sul serio il loro battesimo, di diventare soggetti attivi della Chiesa.

San Giovanni Paolo II vedeva in questi movimenti e comunità parrocchiali vive “i segni di una nuova primavera della Chiesa”. Nella Novo millennio ineunte scriveva: “Grande importanza per la comunione riveste il dovere di promuovere le varie realtà aggregative, che sia nelle forme più tradizionali, sia in quelle più nuove dei movimenti ecclesiali, continuano a dare alla Chiesa una vivacità che è dono di Dio e costituisce un’autentica “ primavera dello Spirito[2] “.

Nello stesso senso si è espresso, in diverse occasioni, Benedetto XVI. Nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo del 2012 ha detto: “Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo”.

3. Perché il vangelo riempie di gioia il cuore e la vita del credente.

Ma adesso torniamo alla lettera di papa Francesco. Essa inizia con le parole da cui è tratto il titolo del documento: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. C’è un nesso tra l’incontro personale con Gesù e l’esperienza di gioia del vangelo. La gioia del vangelo, si sperimenta soltanto stabilendo un rapporto intimo, da persona a persona, con Gesù di Nazareth.

Se non vogliamo che le parole restino solo parole, dobbiamo porci, a questo punto, una domanda: perché il vangelo sarebbe fonte di gioia? L’espressione è solo un comodo slogan, o corrisponde a verità? Anzi, prima ancora: perché il Vangelo si chiama così: euangelion, cioè lieta notizia, notizia bella, gioiosa? La via migliore per scoprirlo è partire dal momento in cui questa parola fa la sua prima comparsa nel Nuovo Testamento e precisamente sulla bocca di Gesú. Marco, all’inizio del suo vangelo, riassume in poche parole il messaggio fondamentale che Gesú andava predicando nelle città e villaggi dove si recava dopo il suo battesimo nel Giordano:

“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1, 14-15).

A prima vista questa non è precisamente una “lieta” notizia, una notizia allegra; suona piuttosto come un richiamo severo, un appello austero al cambiamento. In questo senso, esso ci viene proposto all’inizio della Quaresima, nel vangelo della prima domenica, e da qualche accompagna il rito delle ceneri sul capo: “Convertitevi e credete al Vangelo!” Per questo è vitale comprendere il vero senso di questo inizio del vangelo.

Il senso vero del messaggio di Gesú è stato oscurato da una imperfetta traduzione del termine originale metanoeite. La Volgata traduceva questa parola, in Marco 1,15 con paenitemini e in Atti 2, 38 con paenitentiam agite, cioè pentitevi, fate penitenza. Con questo significato ascetico il termine è entrato nel linguaggio comune della Chiesa e nella sua predicazione,  mentre il vero senso della parola è quello di un completo cambiamento di mente, un entrare in un ordine di idee totalmente nuovo.

Prima di Gesù, convertirsi significava sempre “tornare indietro” (come indica lo stesso termine usato, in ebraico, per quest’azione e cioè il termine shub); significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. Dice il Signore per bocca del profeta Zaccaria: “Convertitevi a me […], tornate indietro dal vostro cammino perverso” (Zc 1, 3-4; cf anche Ger 8, 4-5). Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua  mutando condotta di vita. La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi.

Questo è il significato predominante che la parola conversione ha fin sulle labbra di Giovanni Battista (cf Lc 3, 4-6). Ma sulla bocca di Gesù, questo significato cambia; non perché Gesú si divertiva a cambiare il senso delle parole, ma perché con lui è cambiata la realtà. Il significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. Convertirsi non significa più tornare indietro; significa piuttosto fare un salto in avanti ed entrare, mediante la fede, nel Regno di Dio che è venuto in mezzo agli uomini. Convertirsi è prendere la cosiddetta “decisione dell’ora”, di fronte al realizzarsi delle promesse di  Dio.

“Convertitevi e credete” non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! Lo afferma anche san Tommaso d’Aquino: “Prima conversio fit per fidem”, la prima conversione consiste nel credere.[3] Conversione e salvezza si sono scambiate di posto. Non più: peccato – conversione – salvezza (“Convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi”), ma piuttosto: peccato – salvezza – conversione (“Convertitevi perché siete salvi; perché la salvezza è venuta a voi”). Gli uomini non sono cambiati, non sono né migliori né peggiori di prima, è  Dio che ha cambiato e, nella pienezza del tempo, ha mandato il suo Figlio perché ricevessimo l’adozione a figli (cf. Gal 4, 4).

Molte parabole evangeliche non fanno che ribadire questo lieto annuncio iniziale. Una è quella del banchetto. Un re fece un banchetto per le nozze del figlio; all’ora stabilita inviò i suoi servi a chiamare gli invitati (cf. Mt 22, 1 ss.). Costoro non avevano pagato in anticipo il prezzo, come si fa nei pranzi sociali; no, il banchetto è gratuito. Si tratta solo di accettare o rifiutare l’invito. Un’altra è la parabola della pecorella smarrita. Gesú la conclude con le parola: “Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15,10). Ma in che è consistita la conversione della pecorella? Forse che lei è tornata all’ovile con le proprie zampe? No, è il pastore che è andato a riprenderla e l’ha riportata all’ovile sulle proprie spalle. Da lei è dipeso solo il lasciarsi prendere sulle spalle.

San Paolo, nella lettera ai Romani (3, 21 ss.), sarà l’annunciatore indomito di questa straordinaria novità evangelica, dopo che Gesú gliene fece fare l’esperienza drammatica nella sua vita. Così egli rievoca il fatto che cambiò il corso della sua vita:

“Tutte queste cose [essere circonciso, ebreo, irreprensibile quanto all’osservanza della legge], che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede” (Fil 3, 7-9).

Ecco perché il vangelo si chiama vangelo e perché è fonte di gioia. Esso ci parla di un   Dio che, per pura grazia, ci è venuto incontro in suo Figlio Gesú. Un  Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).

Molti ricordano  del vangelo quasi solo la frase di Gesú: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24) e si convincono che il vangelo è sinonimo di sofferenza e di rinnegamento di sé, e non di gioia. Ma approfondiamo il discorso: “mi segua”, dove? Al Calvario, alla morte di croce? No, nel vangelo, questo costituisce la penultima tappa, mai l’ultima. Mi segua, attraverso la croce, alla risurrezione, alla vita, alla gioia senza fine!

4. La fede e le opere e lo Spirito Santo

Ma non riduciamo così il vangelo a una sola dimensione, quella della fede, trascurando le opere? E come conciliare la spiegazione appena esposta con altri passi del Nuovo Testamento dove la parola conversione è rivolta a chi ha già creduto? Agli apostoli che lo seguivano da tempo Gesú disse un giorno: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3);  Giovanni, nell’Apocalisse, ripete a ognuna delle sette chiese l’imperativo “convertiti” (metanoeson), dove il senso inequivocabile della parola è: torna al primitivo fervore, sii vigilante, compi le opere di prima, smetti di cullarti nell’illusione di essere a posto con  Dio, esci dalla tua tiepidezza! (cf. Ap 2-3).

La cosa si spiega con una semplice analogia con quello che succede con la vita fisica. Il bambino non può fare nulla per essere concepito nel senso della madre; ha bisogno dell’amore di due genitori che gli danno la vita; ma una volta venuto alla luce deve mettere in opera i suoi polmoni, respirare, succhiare il latte, altrimenti la vita ricevuta si spegne. In questo senso va intesa la frase di san Giacomo: “La fede senza le opere è morta” (Gc 2, 26), nel senso, cioè, che senza le opere la fede “muore”.

Questo è anche il senso che la teologia cattolica ha sempre dato alla definizione paolina della  “fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5, 6). Non ci si salva per le buone opere, ma non ci si salva senza le buone opere: possiamo riassumere così quello che il concilio di Trento dice su questo punto e che il dialogo ecumenico  rende sempre più largamente condiviso tra i cristiani.

L’esortazione apostolica di papa Francesco riflette questa sintesi tra fede e opere. Dopo aver iniziato parlando della gioia del vangelo che riempie il cuore, nel corpo della lettera egli ricorda tutti i grandi “no” che il vangelo pronuncia contro l’egoismo, l’ingiustizia, l’idolatria del denaro, e tutti i grandi “si” che esso ci sprona a dire al servizio degli altri, all’impegno sociale, ai poveri. È la dimostrazione che l’incontro personale con Gesú, di cui ci parlava all’inizio della lettera, è tutt’altro che una esperienza intimistica e individualistica; diventa, al contrario, la molla principale per l’evangelizzazione e la santificazione personale.

L’esigenza di impegno che il vangelo comporta non attenua tuttavia la promessa di gioia con cui Gesú inaugura il suo ministero e il papa inizia la sua esortazione, anzi la rafforza. Quella grazia che  Dio ha offerto agli uomini inviando il suo Figlio nel mondo, ora, che Gesú è morto ed è risorto e ha inviato lo Spirito Santo, non lascia il credente solo alle prese con le esigenze della legge e del dovere; ma fa in lui e con lui, mediante la grazia ciò che gli comanda.  Lo fa “sovrabbondare di gioia anche nella tribolazione” (2 Cor 7,4).

È la certezza con cui papa Francesco conclude la sua esortazione. Lo Spirito Santo, ricorda, “ viene in aiuto alla nostra debolezza” (Rom 8,26) (EG, nr. 280. Egli è la nostra grande risorsa. La gioia promessa dal vangelo è frutto dello Spirito (Gal 5, 21), e non si mantiene se non grazie a un continuo contatto con lui.

In un incontro recente con i leaders delle Fraternità carismatiche, papa Francesco ha usato l’esempio di ciò che avviene nella respirazione umana[4]. Essa si compie in due fasi: c’è la inspirazione con cui si riceve aria e c’è la espirazione con cui si mette fuori l’aria. Sono, diceva, un bel simbolo di quello che deve avvenire nell’organismo spirituale. Noi inspiriamo l’ossigeno che è lo Spirito Santo mediante la preghiera, la meditazione della parola di Dio, i sacramenti, la mortificazione, il silenzio; effondiamo lo Spirito quando andiamo verso gli altri, nell’annuncio della fede e nelle opere della carità.

Il tempo di Quaresima che abbiamo appena iniziato è, per eccellenza, tempo di inspirazione. Facciamo, in questo tempo, dei profondi respiri; riempiamo di Spirito Santo i polmoni della nostra anima e così, senza che ce ne rendiamo conto, il nostro alito profumerà di Cristo. Buona Quaresima a tutti !

[1] Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la famiglia del 2011.

[2] Novo millennio ineunte, 46.

[3] S. Tommaso, d’Aquino, Summa theologiae, I-IIae, q.113,a,4.

[4] Discorso ai membri della “Catholic Fraternity of Charismatic Covenant Communities and Fellowships”, Venerdì, 31 ottobre 2014.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28/02/2015 da in ITALIANO con tag , .

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