COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Luoghi dell’Infinito (2)

L’ANIMA DEL RITRATTO.

Memoria, identità, sogno: nell’arte del ritratto c’è tutto questo e molto altro, come dimostra lo speciale del nuovo numero di “Luoghi dell’Infinito”, il mensile di itinerari, arte e cultura di “Avvenire”, in edicola da martedì 3 marzo.

Nell’editoriale, Enzo Bianchi riflette sul volto di Cristo, un viso mai visto che pure lo ha accompagnato per tutta la vita: “Ciascuno di noi non solo ha un’immagine personalissima di Gesù, ma con la propria vita tratteggia un aspetto del suo volto, ne dipinge una sfumatura, ne mette in luce un particolare”. Il teologo e critico letterario Massimo Naro offre un excursus sulle sembianze attribuite a Gesù nella letteratura del Novecento, tra distorsioni, reinterpretazioni e trasfigurazioni.

Il ritratto è antico quanto l’arte. L’etimologia della parola rimanda a un’idea di imitazione ma anche di intuizione: la parola ritratto deriva dal latino retrahere che significa “far tornare, trattenere” ma anche “salvare”; mentre il tedesco porträt, il francese portrait, il russo portret derivano da protrahere che significa “portar fuori” e “rivelare”.

Elena Pontiggia propone una carrellata dal Fayyum a de Chirico, mentre Maria Gloria Riva analizza come i volti dei santi segnino la storia del Cristianesimo. I molti approcci della fotografia, tecnica che ha rivoluzionato la storia del ritratto, sono al centro del racconto di Roberto Cassanelli, mentre Giovanni Gazzaneo si concentra sui volti immortalati da Steve McCurry.

Non mancano focus sugli autoritratti di Rembrandt (di Alessandro Beltrami) o sui volti della Belle Époque dipinti da Boldini (di Beatrice Buscaroli). E se Cesare Cavalleri racconta come l’incontro con un ritratto può far nascere una grande “passione” storica, Roberto Mussapi entra nei profili delineati dai grandi poeti.

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1. Perché mi guardi e non favelli?

Il ritratto è antico quanto l’arte stessa. Dal Fayyum a Giorgio de Chirico, viaggio in un genere sempre attuale.

Se la parola “ritratto”, come insegna l’etimologia, deriva dal latino retrahere che significa “far tornare, trattenere” ma anche “salvare” (e analogamente il francese portrait, il tedesco porträt, il russo portret derivano da protrahere che significa “tirare fuori” e “rivelare”); se, dunque, l’etimologia della parola rimanda a un’idea di imitazione ma anche di intuizione, si può dire che il ritratto sia antico quanto l’arte. A Gerico, per esempio, si sono ritrovati teschi umani con sembianze ricostruite col gesso e conchiglie al posto degli occhi: quasi un tentativo estremo di non far dimenticare per sempre il volto del defunto.

Nella cosiddetta oasi del Fayyum e in altre aree dell’Egitto sono stati invece rinvenuti molti ritratti funebri, divenuti giustamente famosi; dipinti su tavolette di legno, che venivano poste sulle mummie in corrispondenza del volto del defunto, sono databili tra la fine del primo secolo avanti Cristo e la metà del terzo secolo dopo Cristo. Quello qui riprodotto, ritrovato nella necropoli di er-Rubayat, è oggi conservato al British Museum di Londra dove, tra l’altro, sono esposte anche alcune mummie con la tavoletta ancora sul volto. Impressiona vedere la vividezza dello sguardo, gli occhi grandissimi e spalancati, di questi nostri ignoti fratelli di duemila anni fa. Sembrano vivi: anzi, dovremmo chiederci non se sono vivi loro, ma se lo siamo noi

di Elena Pontiggia

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2. In compagnia dei santi

Gli apostoli, i martiri, i protettori: le immagini dei loro volti puntellano la storia del cristianesimo.

Nell’antica Roma, prendere decisioni alla presenza di un’immagine di un Cesare le convalidava come se si fosse stati realmente al cospetto dell’imperatore. Così il ritratto ha sempre significato la rievocazione della persona rappresentata. Il rapporto del popolo ebraico con il ritratto fu invece difficile e controverso. Come nessuno poteva farsi un’immagine di Dio, così nessuno poteva ritrarre l’uomo, creato a Sua immagine.

Il cristianesimo con le sue reliquie, inquietanti per gli ebrei, come il Mandylion o la Sindone, iniziò a maturare un rapporto diverso con le immagini che, nonostante i molti periodi storici avversi alla figurazione, trionfarono diventando parte integrante della pietà popolare. Né la lotta iconoclasta dei primi secoli né l’aspra persecuzione protestante contro alcune forme d’arte sacra, in primis le raffigurazioni dei santi, poterono fermare questa meravigliosa scuola dello sguardo, questa straordinaria Biblia pauperum che ha fatto la cultura millenaria dell’Europa e del mondo.

Furono anzitutto i martiri a entrare gradualmente, ma decisamente, nella liturgia della Chiesa come exempla, modelli per coloro che, timorosi di guardare direttamente a Cristo o alla Vergine Maria, con più serena confidenza si affidavano all’intercessione di un santo. Basterebbe citare il Canone romano per renderci conto di quanto l’ausilio dei santi fu percepito prezioso dal sensus fidei del popolo di Dio

di Maria Gloria Riva

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3. L’arte che rubava la realtà

Da Nadar a oggi il ritratto è alla base del successo della fotografia. Ma i suoi volti sono sempre diversi.

Nel 1999 Philip-Lorca di Corcia collocò la sua macchina fotografica su un treppiede in Times Square a New York, dispose alcuni potenti fari su un’impalcatura e, secondo la tradizione della street photography, scattò una serie di ritratti di sconosciuti che casualmente passavano davanti al suo obiettivo. Il progetto, proseguito per due anni, culminò in una mostra (Heads, 2001), che ottenne un buon successo di critica e di pubblico. Non tutti furono però concordi. Nel 2005 Erno Nussenzweig, un commerciante di diamanti in pensione, citò in giudizio il fotografo statunitense perché l’aveva ritratto senza aver preventivamente richiesto il suo permesso, e sfruttato dal punto di vista economico la sua immagine.

Al di là delle motivazioni tecniche (comunque respinte dal tribunale), altre premevano, a tutta evidenza più profonde. Ebreo osservante, Nussenzweig sollevava infatti un problema etico e religioso insieme, rimproverando al fotografo di aver violato le prescrizioni della Torah che impediscono la riproduzione della figura umana, la cui sacralità (in termini religiosi, ma anche più banalmente di transfert psicologico, di cui tutti abbiamo fatto esperienza nel corso della vita) ha costituito per secoli un problema che ha attraversato buona parte delle esperienze figurative

di Roberto Cassanelli

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4. Sguardi dal mondo, le icone di McCurry

Predilige le frontiere e le periferie, la sua fotografia è un dialogo silente di storie e di genti. Quarant’anni di avventure: dalla guerra in Afghanistan ai cambiamenti climatici.

Sua è la Monna Lisa del Novecento. Quando Steve McCurry ritrae Sharbat Gula, nel 1984, in un campo profughi del Pakistan sa di aver realizzato una delle sue foto più belle. Ma non immagina che quello sguardo magnetico e fiero sarebbe diventato un’icona in questi trent’anni splendidi e terribili. La luce di quegli occhi verdi e il dolce volto di ragazza, incorniciato in un velo rosso, stinto e lacero, fanno parte del nostro orizzonte e non c’è immagine di modella, attrice o principessa che possa competere con quella della ragazzina analfabeta e senza patria.

Gli ho chiesto il perché: perché proprio quell’immagine tra le centinaia di migliaia di suoi scatti e i milioni di tanti altri fotografi? «Non so darle una risposta. So che ero felice quando scattavo quelle foto: sentivo che la piccola profuga afghana era come un dono. E poi le immagini sono come la musica, come le note sembrano perdersi nell’aria e poi ti entrano dentro, diventano tue. Vedi quella foto, ti piace e poi piace a tanti altri. Entra liberamente negli occhi e nel cuore. In qualche modo Sharbat Gula è entrata in rapporto con me, mi ha colpito subito con quello sguardo e poi ha colpito tanti altri, sempre di più. Non è l’autore, ma la gente a fare dell’immagine un’icona. Senza questo consenso di popolo sarebbe rimasta solo una bella foto tra le tante»

di Giovanni Gazzaneo

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Luoghi dell’Infinito

Avvenire Marzo 2015

http://www.luoghidellinfinito.it/

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 04/03/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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