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Il reale come limite. Negarlo è un rischio!

Il reale come limite. Negarlo è un rischio!
Cosa dice la psicologia al dibattito sulle unioni civili.

nonomologartiCaro direttore, giovedì 19 febbraio la Commissione Giustizia del Senato ha invitato anche me, oltre a vari membri di associazioni famigliari, a fare osservazioni e commenti al disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili. Come professore stabile straordinario di Psicologia e psicopatologia delle relazioni famigliari al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi sul matrimonio e la famiglia presso l’Università Lateranense, e come analista (attualmente faccio parte de l’Ecole de Psychanalyse des Forums du Champ Lacanien di cui sono Analyste Membre), ero stato invitato, credo, per via della mia quarantennale esperienza analitica, clinica e di riflessione teorica: e comunque ho cercato di dire qualcosa a partire da questa, tenendomi ad alcune affermazioni fondamentali e profetiche del mio maestro Jacques Lacan.

Ho detto, in sostanza, che l’esperienza della psicoanalisi testimonia dell’esistenza di un livello della realtà umana e sociale che è costitutivo della vita del soggetto e dei suoi legami, livello inconscio, nel quale si elabora il rapporto e la dipendenza del soggetto dal reale, anche quello sessuale, (‘castrazione’), attraverso la funzione della madre e la funzione del padre (Lacan). Per questo segnalavo come un problema il fatto che la nostra civiltà capitalistica cerchi sempre più di disconoscere l’esistenza e la rilevanza di questo livello, realizzando l’illusione di poter ignorare il reale come limite. Ricordavo il fatto che per certo femminismo americano nascere con un corpo di donna è in se stesso un’ingiustizia (così come è una ‘ingiustizia’ il fatto che due corpi dello stesso sesso non possano procreare), dunque che il reale da cui dipendiamo è ingiusto: e che i nuovi ‘diritti’ sono proposti precisamente come riparazione a questa sostanziale ingiustizia del nostro esistere reale. Mi dicevo perciò preoccupato da un modo di legiferare che continuerebbe a sviluppare questo tipo di ‘diritti’ fondati sulla previa negazione del livello di competenza originaria del soggetto: il guaio di questi diritti è che il loro unico arbitro è lo Stato, e che più lo Stato prescinde dal livello originario delle competenze e relazioni della persona, più conforma la società al modello del campo di concentramento.

Freud aveva individuato proprio nella struttura intrinseca della sessualità umana e della pulsione di morte l’origine del disagio della civiltà, situazioni di cui l’analista si occupa. E a proposito dei campi di concentramento Lacan sosteneva che sarebbero stati il problema del futuro, che i nazisti erano stati dei precursori, perché «il nostro avvenire di mercati comuni avrà come contrappeso un’estensione sempre più dura dei processi di segregazione».

Non stupisce che, come esiste un negazionismo dei campi e delle camere a gas, possa esistere un negazionismo psicologico e antropologico. Che si tratti, per ora, di un campo di concentramento consumistico a tre o quattro stelle, non ne cambia la natura mortifera.

Quindi, nel mio intervento ho invitato a considerare l’importanza crescente nella nostra società della domanda di morte come rovescio del rapporto maniacale con l’oggetto di godimento (sempre Lacan) che oggi domina: l’offerta di morte che ora appare in forma inedita nella pubblicità che ne fa l’Is e la conseguente domanda di morte manifesta nelle adesioni che essa suscita. Segnalavo che il reale, si può anche ignorarlo, ma non lo si elimina. Tutti temi che si trovano anche in libri di analisti lacaniani vicini politicamente alla sinistra. Bene, il giorno dopo il sito dell’Espresso titolava: “Matrimoni gay? Come l’Isis”, facendo il mio nome e mettendo a sostegno un lungo virgolettato a mo’ di sintesi del mio intervento: inutile dire che la sintesi non era mia, alla faccia delle virgolette. Mi ha poi telefonato una giornalista del ‘Fatto quotidiano’ per farmi dire insistentemente se io «avevo paragonato il decreto Cirinnà all’Isis»: frase evidentemente insulsa, che mi sono rifiutato di commentare.

Ma di queste sintesi mediatiche segnate dalla banalità e dall’approssimazione mi importa relativamente. Ciò di cui mi importa veramente è la logica e il metodo assassini e totalitari con cui un potere anonimo cerca di ridurre la società ad un grande campo di concentramento biopolitico di tipo orwelliano (M.Foucault), oggi sfruttando anche le rivendicazioni dei movimenti lgbt. E domani? Sarà quel che vorrà il despota di turno: sai che valorizzazione della sessualità umana! La facilità con cui si diffama e si tratta da cretino chiunque cerchi di pensare, comunque, dà un’idea precisa di quanto si tenga in conto la realtà delle persone. Diceva Lacan: “Ciò che è rigettato dal simbolico, riappare nel reale”: non viene a nessuno il dubbio che l’Is sia il ritorno nel reale di qualcosa di fondamentale ostinatamente rigettato dal simbolico dell’Occidente?

Mario Binasco
Avvenire 3 marzo 2015

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 05/03/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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