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Impunità per l’omicidio Bhatti.

Pakistan, regna l’impunità per l’omicidio Bhatti.

Asia Bibi con il governatore Salman Taseer

La Corte d’appello conferma la pena di morte per l’assassino del governatore Salman Taseer, accusato di aver difeso  , mentre il caso del ministro cattolico per le minoranze resta irrisolto

La parola-chiave è «impunità». A quattro anni dall’omicidio di Shahbaz Bhatti, il ministro cattolico delle minoranze ucciso da mano terrorista il 2 marzo 2011, restano impuniti mandanti ed esecutori del delitto. Il caso fa ancora più rumore al sopraggiungere della notizia che la Corte d’appello di Islamabad ha confermato oggi la condanna a morte per Mumtaz Qadri, l’omicida reo confesso del governatore del Punjab, Salman Taseer. Freddato due mesi prima di Bhatti, Taseer era accusato di essere «traditore» e «blasfemo» per aver difeso, accanto al ministro cattolico, Asia Bibi, donna cristiana condannata a morte con false accuse di vilipendio al profeta Maometto.

Anche se di recente, di fronte agli ultimi casi di attentati terroristi, il Primo ministro Nawaz Sharif ha revocato la moratoria sulla pena di morte, non è chiaro se la sentenza sarà materialmente eseguita e se Qadri sarà giustiziato. Sta di fatto che, nel contempo, nel processo che ha avuto uno svolgimento quasi parallelo, per l’unico imputato dell’omicidio Bhatti, si profila invece un’assoluzione.

Un mese fa l’Alta Corte di Islamabad si è riservata di decidere, rinviando la data del verdetto, dopo che la difesa di Abdullah Umar Abbasi ha chiesto il rilascio per mancanza di prove. Abbasi era stato arrestato nel 2013 con l’accusa di essere coinvolto nell’omicidio Bhatti, ma l’impianto accusatorio della Procura si presenta piuttosto debole: non vi sono testimoni oculari e molti osservatori sono pronti a scommettere che l’imputato sarà assolto. In tal caso l’assassinio resterà senza colpevoli.

Bhatti aveva ricevuto minacce di morte sin dal 2009, quando parlò in favore dei cristiani attaccati da militanti islamici a Gojra, nella provincia del Punjab. Le minacce aumentarono dopo il sostegno espresso ad Asia Bibi, condannata a morte nel 2010 per blasfemia.

Il ministro fu ucciso a Islamabad da militanti del movimento islamico radicale «Sipah-e-Sahaba», contiguo ai talebani pakistani. La sua unica colpa era quella di aver alzato la voce contro la persecuzione delle minoranze religiose e di aver apertamente criticato i militanti islamici della scuola di pensiero «deobandi», dichiarando il suo impegno per riformare la legge sulla blasfemia del paese.

Un filo politico di quel tragico evento si ricongiunge all’oggi: «Sipah-e-Sahaba» era già stata bandita come «organizzazione terrorista» dal presidente Pervez Musharraf nel 2002 e fu poi nuovamente vietata nel 2012. A novembre 2014 scorso la Corte Suprema del Pakistan ha riabilitato il movimento, che ha cambiato nome in «Ahle Sunnat Wal Jamaat» (ASWJ) ed è oggi alleato politico della Lega musulmana del Pakistan di Nawaz Sharif.

Il Premier in carica ha appena rafforzato il potere dell’esecutivo grazie alle recente elezioni (per 52 seggi, una porzione del Senato del Pakistan) in cui il suo partito ha confermato la maggioranza. Resta del tutto improbabile, notano gli osservatori, che il movimento sia di nuovo messo sotto accusa da indagini della polizia anti-terrorismo per un caso come quello di Bhatti.

Vi è poi l’aspetto dei mandanti. Poche settimane prima dell’omicidio di Bhatti, Tahir Ashrafi, leader islamico della scuola «deobandi» pronunciò una violenta invettiva pubblica contro Shahbaz Bhatti, in cui parlò di «eliminazione fisica» se il ministro non avesse smesso di opporsi alle leggi di blasfemia. Quel discorso è considerato tutt’oggi la «firma sulla sentenza di condanna a morte» per Bhatti. Ma nessun provvedimento è stato adottato, allora nè oggi, contro Ashrafi, da molti definito «mandante morale» o istigatore del delitto.

Nel quarto anniversario della morte uno dei suoi amici, l’avvocato cattolico Khalil Tahir Sindhu, che ha condiviso con Shahbaz Bhatti gli studi e l’impegno per la tutela e lo sviluppo delle minoranze religiose in Pakistan, ha diramato una buona notizia, in memoria del ministro ucciso.

Sindhu, oggi ministro per i diritti umani e gli affari delle minoranze nel governo provinciale del Punjab pakistano – la provincia economicamente più importante del paese, ma anche quella dove l’estremismo islamico è più forte – è riuscito a far applicare a livello provinciale una legge federale che Shahbaz Bhatti aveva promosso (spesso rimasta lettera morta): quella che riserva il 5% dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione a cittadini appartenenti alle minoranze religiose.

Paolo Affatato
9/03/2015 http://vaticaninsider.lastampa.it

 

Un commento su “Impunità per l’omicidio Bhatti.

  1. La Providenza continua ad esistere anche nel Pakistan.

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