COMBONIANUM – Formazione e Missione

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V Domenica di Quaresima (B) Lectio

V Domenica di Quaresima (B)
– 22 marzo 2015 –
Giovanni 12, 20-33.

5 Quaresima (B) Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto (Gv 12,20-33)
19 I farisei allora dissero tra loro: “Vedete che non ottenete nulla? Ecco: il mondo è andato dietro a lui!”. 20 Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci.

Tutto il “mondo” va dietro a Gesù e i primi a essere identificati sono Greci. La profezia di Zaccaria diceva: “Ecciterò i tuoi figli, Sion, contro i tuoi figli, Iavan (Grecia: per tutti i nemici d’Israele)” (Zac 9,13). L’ostilità contro i Greci Gesù la cambia in accoglienza. Qui il termine Greci indica stranieri, quindi persone di diversa religione che però hanno aderito o stanno aderendo al giudaismo, e che provengono da un mondo più aperto quale era quello caratterizzato dalla cultura ellenica. Nel vangelo di Giovanni è l’unico contatto di Gesù con degli stranieri. Quanti salgono al tempio per il culto vengono invece attratti da Gesù, il definitivo tempio dove Dio manifesta la sua gloria.

21 Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: “Signore, vogliamo vedere Gesù”. 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

Una trafila per avvicinare Gesù. Il vedere non indica curiosità, ma desiderio di conoscenza. Interpellano Filippo, perché era di Betsàida fuori dalla Giudea e luogo di confine con i territori pagani, nella speranza che fosse di mentalità più aperta degli altri, tutti fortemente nazionalisti. Filippo, tanto sicuro quando si era trattato di convincere e condurre il recalcitrante Natanaele da Gesù (Gv 1,45-48), ora appare insicuro e condizionato dalla tradizione nazionalista e per questo si consulta con Andrea (insieme a Filippo è l’unico dei discepoli ad avere un nome marcatamente greco, segno di apertura), uno dei due discepoli che fin dall’inizio seguì Gesù (Gv 1,40) e infine entrambi vanno da Gesù: l’evangelista sottolinea la difficoltà per il gruppo dei discepoli di aprirsi all’universalismo proposto da Gesù.

23 Gesù rispose loro: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato.

Mentre alle nozze di Cana Gesù aveva dichiarato che non ancora era giunta la sua ora (Gv 2,4), adesso invece è il momento. Sulla croce Gesù dimostrerà un amore che va esteso a tutti, Greci compresi. Gesù non propone una nuova legge ma manifesterà sulla croce la pienezza umana che scaturisce unicamente dall’offerta del dono di sé, così si realizza il disegno del Creatore. Questa pienezza umana – che sfocia nella condizione divina – si realizza attraverso l’amore ed è offerta ad ogni uomo, attraverso il dono di sé, con un amore offerto a tutti, fino alla fine, riproducendo l’essere e l’attività del Padre.

24 In verità, in verità io vi dico: Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

Mediante la comparazione tra il chicco di grano e se stesso, Gesù insegna che il chicco contiene un’energia vitale che attende di manifestarsi in una forma nuova. In ogni uomo esistono delle capacità e potenzialità che non appaiono subito e sono sconosciute: solo il dono di sé le può liberare perché esercitino tutta la loro efficacia. La morte è la tappa finale che permette che si liberi tutta questa forza di vita. L’esempio del chicco di grano, morte/risurrezione si ritrova in Paolo 1Cor 15,37: “Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere”. Quest’affermazione di Gesù riguardo al chicco di grano è identica nella formulazione a quella della vite, unendo così il tema del grano/pane e dell’uva/vino, simboli dell’Eucarestia (cfr. Didachè 9,2-4): Gv 12,24 (il chicco di grano): … produce molto frutto = poliùn karpòn phérei e Gv 15,5 (il tralcio legato alla vite): … produce molto frutto. In Giovanni non appare il racconto della cena eucaristica, ma numerosissime sono le allusioni al tema.

25 Chi ama la propria vita la perde e, chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.

La decisione di donare se stessi (il proprio essere=psiuchḕn), non è una perdita ma garanzia di massima realizzazione. Amare la vita in questo caso ha il significato di trattenere per sé, mentre odiare [espressione semitica che significa: “non amare”] è uguale a donare. Non è un invito alla frustrazione della propria esistenza ma a darle il vero senso. Il grande ostacolo al dono di sé è la paura di perdere la vita. L’attaccamento alla vita è fonte continua di compromessi che paralizzano il processo di crescita dell’amore. Di fronte alle minacce, chi tiene alla propria vita rischia di divenire complice della violenza (minacce) tacendo di fronte alla ingiustizia commessa da chiunque.

26 Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

L’evangelista scrive tenendo presente la storia di Israele, in particolare la persecuzione e la fuga del re Davide, inseguito dal proprio figlio Assalonne. A Davide abbandonato da tutti, Ittai, uno straniero passato al suo servizio promette incrollabile fedeltà con le parole: “Per la vita del Signore e la tua, o re, mio signore, in qualunque luogo sarà il re, mio signore, per morire o per vivere, là sarà anche il tuo servo” (2Sam 15,21). È opportuno ricordare che la scena è ambientata nella valle del Cedron, la stessa dove Giovanni ambienterà la cattura di Gesù. Il termine diákonos=diacono, colui che serve per amore, ha nel NT il significato di servizio, aiutante, collaboratore (Rm 13,4; 1Cor 3,5). Gesù avverte che non lo si può servire/aiutare standogli lontano…a distanza di sicurezza, ma occorre seguirlo, anche a costo della perdita della vita. Chi segue Gesù anche nella morte continuerà a seguirlo nella Vita, nella gloria del Padre. Il servizio reso per amore conduce il discepolo là dove è Gesù: la sfera dell’amore del Padre. Ma questo luogo dove viene manifestato tutto l’amore del Padre è quello della croce. Seguire Gesù fino a essere crocifissi con lui significa andare incontro al disonore da parte della gente. Ma la rinuncia all’onore degli uomini permette al Padre di rendere il vero onore all’uomo.

27 Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! 28 Padre, glorifica il tuo nome”. Venne allora una voce dal cielo: “L’ ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.

Giovanni anticipa qui l’angoscia di Gesù che gli altri evangelisti ambienteranno invece nel Getsemani. Il dono di sé non conduce al disprezzo della propria realtà umana, ma al contrario, potenziandola la fa amare ancora di più. Gesù non affronta la morte cantando alleluia…ma, in preda a una forte agitazione, manifesta una grande lotta interiore. Gesù supera la paura per la morte riaffermando la sua volontà di fedeltà al disegno del Padre: vuole manifestare al mondo tutta la sua potenzialità d’amore e per questo non chiede al Padre di salvarlo, ma di manifestare la sua gloria, il suo amore (glorificare il nome = manifestare la persona). In Giovanni non si trova il Padre nostro ma è possibile ricostruirlo quasi per intero. L’espressione di Gesù infatti corrisponde a “ Padre… sia santificato il tuo nome”( Mt 6,9), cioè venga riconosciuta questa tua paternità. … Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”: in Gesù si è già manifestata la gloria/amore di Dio con la discesa dello Spirito (Gv 1,32-34). La nuova glorificazione si avrà quando Gesù raggiunta la pienezza della condizione divina, comunicherà, a sua volta, sulla croce lo Spirito (consegnò lo Spirito cfr. Gv 19,30).

29 La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”.

Nella lingua ebraica qol ha il significato sia di voce che di tuono (Es 19,16.19). Era così che Dio parlava con Mosè: “Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce ” (Es 19,19). Altri pensano a un messaggio (angelo) di Dio a Gesù.

30 Reagì Gesù e disse: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori.

La voce di Dio non era per Gesù ma per la gente, ed era una voce che ratifica una sentenza. Quando Gesù aveva curato il cieco nato, questi era stato processato ed espulso dalla sinagoga (Gv 9,13-34). Allora Gesù aveva annunciato ai farisei che lui li avrebbe processati (apre un processo ma non emette la sentenza): “…È per un giudizio (processo) che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi “ (Gv 9,39). Il rifiuto a Gesù equivale ad un rifiuto alla luce e alla vita, in questo rifiuto c’è già la sentenza che i farisei e i capi del popolo da se stessi emettono. Coloro che avevano processato e condannato sono in realtà i veri condannati. Chi scomunica è il vero scomunicato. Questo mondo è il mondo che si oppone alla vita che Dio intende comunicare e sta sotto il dominio del peccato (Il peccato del mondo Gv 1,29).

Ora il principe di questo mondo: nel giudaismo si credeva a potenze cosmiche non ancora sottomesse a Dio che regolavano e dominavano la vita degli individui: esseri intermedi tra l’uomo e la divinità, potenze cosmiche che governavano lo spazio tra il cielo e la terra a servizio di Satana (Beliar): “ La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.” (Ef 6,12). Nella Lettera ai Colossesi queste potenze invisibili vengono indicate con i titoli di “Troni”, “Dominazioni”, “Principati” e “Potenze”, e presentate come rivali di Gesù, nelle quali i Colossesi ripongono la loro fiducia, aspettando da esse la salvezza (cfr. Col 1,16; 2,15). A questa concezione fa riferimento l’evangelista associando e identificando i capi dell’istituzione religiosa ostili a Gesù.

32 E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. 33 Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Alla caduta del capo di questo mondo corrisponde l’elevazione di Gesù. Quando il sistema crede di aver eliminato Gesù in realtà ha eliminato solo se stesso. Nel momento in cui l’istituzione religiosa emetterà la sentenza di morte contro Gesù avrà in realtà emesso la propria sentenza e sottoscritto la propria sconfitta. Mentre il condannato, lo sconfitto, sarà in realtà il vincitore, elevato da terra per diventare segno visibile per tutta l’umanità. Il momento di massima abiezione si convertirà per Gesù in quello della massima esaltazione. La croce (che non viene nominata) si convertirà da strumento di morte in segno di vita e dell’amore di Dio visibile (=comprensibile) a tutti. Non ci sarà più una Legge da interpretare ed osservare, ma un amore da accogliere e rendere operativo. L’espressione di Gesù richiama quanto già affermato in Gv 3,14-15: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.

Riflessioni…

  • “Vogliamo vedere Gesù…” (alcuni Greci). Il desiderio di vedere un volto soppianta la pretesa di vedere segni confermativi e rassicuranti di una presenza divina, nella storia e negli eventi della storia.
  • Ogni desiderio invoca e sa attendere risposte, appagamenti. Sospinge gli occhi al cielo, mentre anche il cuore pulsa di vita.
  • Le pretese della ragione, saccenti e pregiudiziali, non ammettono dubbi ed esigono conferme, persino da Dio, e a volte sono carenti di umanità e di umiltà. Un desiderio autentico, da volto a volto, da Filippo ad Andrea, di sobbalzo, può giungere fino alla visione del volto di Dio. Segni di una voce, come un tuono, richiedono interpretazioni, e sono parziali. “È un Angelo. È Dio…” Da qui pretese di visioni soprannaturali, di apparizioni divine. Troppi Angeli induciamo a parlare, mentre basterebbe solo un volto umano per comprendere ed amare.
  • Sfidiamo sforzi sovrumani per risposte parziali e inautentiche, mentre un volto vero può rassicurarci che finalmente l’ora della svolta, dell’incontro vitale, del senso pieno ed autentico è venuta.
  • I segni della ragione si prestano per comprendere, la pienezza di un volto si offre per amare: ogni segno è un rimando, ogni volto un traguardo che si condensa in uno sguardo di vita. “Chi vede me, vede il Padre…” Una circolarità di volti di amore, paterno e filiale che procede e si diffonde nello Spirito divino, e da qui ai volti degli uomini.
  • Sono premonitori di un giudizio da celebrare, i segni; un volto tra-duce energia di attrazione e di assimilazione. E perché tutti possano vedere quel volto, Egli sarà innalzato, per la salvezza di ogni uomo. E inizia così un colloquio amorevole tra il Crocifisso e gli astanti: “Ecco tuo figlio…, tua madre…”; “Perdona, Padre…”; “Ho sete…”; “Sei davvero il Figlio di Dio…” E quel volto piagato, esausto ed esanime sprigiona ancora speranze e promesse di vita, per chi è pronto a donare anche la propria vita. E da quest’evento i volti si incrociano, come si incrocia la storia, umana e divina.
  • Ed ogni volto diventa il volto dell’altro…iniziano a riflettersi, a comprendersi.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org

 

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Questa voce è stata pubblicata il 19/03/2015 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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