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Genocidio armeno: ostinato negazionismo turco

Turchia: decisa a negare l’evidenza!

“Cari fedeli armeni, oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito. Ricordarli è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!” (Papa Francesco, II domenica di Pasqua, 12 aprile 2015).

genocidio armeno e negazionismo turco2

Quel genocidio armeno che Wojtyla e Bergoglio hanno riconosciuto.

Fu Giovanni Paolo II il primo a usare la parola che è considerata tabù in Turchia. E un’avvisaglia di crisi con Ankara vi fu già all’inizio del pontificato di Francesco (Andrea Tornielli, vaticaninsider).

La durissima reazione del governo di Ankara nei confronti della Santa Sede a motivo delle parole usate ieri da Francesco per definire lo sterminio sistematico degli armeni perpetrato nel 1915, era in qualche modo attesa. Il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, ha definito «inaccettabili» le frasi del Papa. Mehmet Pacaçi, ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede, è stato richiamato ad Ankara per consultazioni, dopo che già ieri, il nunzio apostolico Antonio Lucibello era stato convocato al ministero degli Esteri dove gli era stata presentata tutta «l’irritazione» del governo turco. Il ministero degli Esteri ha definito le parole di Francesco «lontane dalla realtà legale e storica» e il Papa viene accusato di avere ignorato le sofferenze patite da turchi e musulmani durante gli avvenimenti del 1915, quando, secondo la versione di Ankara, almeno mezzo milione di persone fu ucciso dagli armeni. La Turchia da molti anni ha trasformato un tema storico in controversia politico-diplomatica, intervenendo non soltanto a ogni pubblica dichiarazione sul «genocidio armeno», ma persino, come vedremo, di fronte alle indiscrezioni che hanno a che fare con l’argomento.

Il 9 novembre 2000 Papa Giovanni Paolo II e il Catholicos Karekin II, il capo della Chiesa apostolica armena, firmavano a Roma un «comunicato congiunto» nel quale si parlava esplicitamente del «genocidio armeno»: «I capi delle nazioni non temevano più Dio né essi provavano vergogna di fronte al genere umano. Il XX secolo è stato contrassegnato per noi da una estrema violenza. Il genocidio armeno, all’inizio del secolo, ha costituito un prologo agli orrori che sarebbero seguiti. Due guerre mondiali, innumerevoli conflitti regionali e campagne di sterminio deliberatamente organizzate che hanno tolto la vita a milioni di fedeli». L’iniziativa provocò una durissima reazione diplomatica della Turchia.

L’anno successivo, 2001, durante il viaggio in Armenia, Papa Wojtyla evitò nei suoi discorsi pubblici di pronunciare direttamente la parola «genocidio», ma usò, nella preghiera da lui recitata, l’espressione Metz Yeghérn, «Grande Male», cioè la stessa usata dal popolo armeno per definire la tragedia avvenuta agli inizi del Novecento. Era il 26 settembre, e Giovanni Paolo II, che stava compiendo la visita al memoriale di Tzitzernakaberd, complesso architettonico costruito a Yerevan a ricordo delle vittime armene cadute nel 1915, pregò con queste parole: «O Giudice dei vivi e dei morti, abbi pietà di noi! Ascolta, o Signore, il lamento che si leva da questo luogo, l’invocazione dei morti dagli abissi del Metz Yeghérn, il grido del sangue innocente che implora come il sangue di Abele, come Rachele che piange per i suoi figli perché non sono più. Ascolta, o Signore, la voce del Vescovo di Roma, che riecheggia la supplica del suo predecessore, il Papa Benedetto XV, quando nel 1915 alzò la voce in difesa  “del popolo armeno gravemente afflitto, condotto alla soglia dell’annientamento”».

Al termine della vista in Armenia, il Papa e Karekin II firmarono una nuova «dichiarazione congiunta», nella quale venne usata questa espressione «Lo sterminio di un milione e mezzo di cristiani armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo». Dunque per la seconda volta a distanza di due anni, seppure in un testo sottoscritto congiuntamente dal capo della Chiesa cattolica e da quello della Chiesa apostolica armena, compariva la parola «genocidio» riferita ai massacri del 1915.

Non ha invece mai usato la parola «genocidio», durante tutto il suo pontificato, Benedetto XVI. Ricevendo Nerses Bedros XIX Tarmouni, patriarca di Cilicia degli armeni, accompagnato dai componenti del Sinodo patriarcale, Papa Ratzinger il 20 marzo 2006 nel discorso pubblico affermò: «La Chiesa armena, che fa riferimento al Patriarcato di Cilicia, è certamente partecipe a pieno titolo delle vicende storiche vissute dal popolo armeno lungo i secoli e, in particolare, delle sofferenze che esso ha patito in nome della fede cristiana negli anni della terribile persecuzione che resta nella storia col nome tristemente significativo di Metz Yeghèrn, il Grande Male».

Da arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio è stato vicino alla comunità armena argentina e ha fatto collocare all’interno di una chiesa diocesana una targa in memoria delle vittime dei massacri del 1915. Pochi ricordano che un primo motivo di screzio diplomatico con Ankara vi fu già nei primissimi mesi di pontificato di Francesco, anche se in quel caso l’irritazione del governo turco fu basata soltanto su indiscrezioni. Il 3 giugno 2013, Papa Bergoglio ricevette infatti il patriarca di Cilicia degli armeni, Nerses Bedros XIX. Quattro giorni dopo, il 7 giugno, consegnava le sue credenziali al Pontefice il primo ambasciatore residente della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan. Fu quest’ultimo a rendere pubblico che, durante l’incontro dei giorni precedenti con il patriarca Nerses Bedros, Francesco si era riferito al «genocidio». Le parole dell’ambasciatore non vennero smentite dalla Santa Sede e l’indiscrezione bastò a far sì che il ministero degli Esteri comunicasse «il suo disappunto sia all’ambasciata della Santa Sede ad Ankara, sia al Vaticano a Roma», come scrisse il quotidiano turco Hurriyet.

Nel saluto all’inizio della messa di ieri mattina, Francesco ha inserito la tragedia del 1915 nel contesto degli stermini di massa del Novecento, citando non soltanto quelli nazisti e stalinisti, ma anche quelli molto più vicini a noi, avvenuti in Asia e in Africa. Con queste parole ha definito la prima delle «tragedie inaudite» del secolo scorso: «Quella che generalmente viene considerata come “il primo genocidio del XX secolo”; essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi». Nel testo scritto del saluto papale, subito dopo la frase non a caso virgolettata sul «primo genocidio del XX secolo», è stata volutamente riportata la fonte della citazione (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione Comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001), vale a dire la dichiarazione congiunta di quattordici anni fa. In questo modo, Papa Francesco ha usato la parola «genocidio» ma al tempo stesso l’ha pronunciata citando un suo predecessore oggi santo. Com’era peraltro prevedibile che facesse, sebbene nei giorni precedenti la cerimonia in San Pietro sia fonti diplomatiche turche come pure fonti vaticane, avevano fatto filtrare che il Papa non avrebbe usato la parola «genocidio».

Se si rilegge il testo del saluto di Francesco, ma soprattutto la sua omelia e il messaggio consegnato al popolo armeno alla fine della liturgia, ci si rende conto come il riconoscimento dello sterminio del 1915 non abbia, nell’ottica del Vescovo di Roma, alcuna prospettiva di rivendicazione né di colpevolizzazione della Turchia nel suo insieme per i fatti avvenuti un secolo fa.

Rispondendo a una domanda sul genocidio armeno durante il volo di ritorno da Istanbul a Roma, al termine del viaggio in Turchia dello scorso novembre, Papa Bergoglio usò parole incoraggianti per l’iniziale riconoscimento della tragedia armena fatto dal presidente turco: «Il governo turco ha fatto un gesto, l’anno scorso: l’allora primo ministro Erdoğan ha scritto una lettera nella data di questa ricorrenza; una lettera che alcuni hanno giudicato troppo debole, ma è stata – a mio giudizio – grande o piccolo, non so, un tendere la mano. E questo è sempre positivo. Io posso allungare la mano così o posso allungare la mano così, aspettando cosa mi dice l’altro per non mettermi in imbarazzo. E questo è positivo, quello che ha fatto l’allora primo ministro. Una cosa che a me sta molto a cuore è la frontiera turco-armena: se si potesse aprire, quella frontiera, sarebbe una cosa bella! So che ci sono problemi geopolitici nella zona, che non facilitano l’apertura di quella frontiera. Ma dobbiamo pregare per la riconciliazione dei popoli. So anche che c’è buona volontà da ambedue le parti – così credo – e dobbiamo aiutare perché che questo si faccia. L’anno prossimo sono previsti tanti atti commemorativi di questo centenario, ma speriamo che si arrivi su una strada di piccoli gesti, di piccoli passi di avvicinamento».

Negare contro l’evidenza i fatti del 1915, sebbene anche in Turchia vi siano intellettuali e storici che riconoscono quanto avvenuto, intervenire diplomaticamente quasi che la discussione sui fatti storici rappresentasse un vulnus inferto alla nazione turca, è la strada che il governo di Ankara ha deciso di imboccare. Come dimostra la dura reazione di ieri dopo le parole del Papa. Tensioni che certo non aiutano in un momento delicatissimo dal punto di vista geopolitico, dato che la Turchia ha ai propri confini l’autoproclamatosi Califfato islamico, ed è il Paese dove negli ultimi anni i cattolici hanno pagato un tributo di sangue: don Andrea Santoro è stato ucciso a Trebisonda nel 2006, e il vescovo Luigi Padovese è stato ucciso a Iskenderun nel 2010.

http://vaticaninsider.lastampa.it 13/04/2015 

Ecco il testo del saluto di Papa Francesco
all’inizio della celebrazione eucaristica di ieri per i fedeli di rito armeno:

Cari fratelli e sorelle armeni,
In diverse occasioni ho definito questo tempo un tempo di guerra, una terza guerra mondiale ‘a pezzi’, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Purtroppo ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi –, oppure costretti ad abbandonare la loro terra.

Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: “A me che importa?”; «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9; Omelia a Redipuglia, 13 settembre 2014).

La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001); essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. E più recentemente altri stermini di massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia. Eppure sembra che l’umanità non riesca a cessare di versare sangue innocente. Sembra che l’entusiasmo sorto alla fine della seconda guerra mondiale stia scomparendo e dissolvendosi. Pare che la famiglia umana rifiuti di imparare dai propri errori causati dalla legge del terrore; e così ancora oggi c’è chi cerca di eliminare i propri simili, con l’aiuto di alcuni e con il silenzio complice di altri che rimangono spettatori. Non abbiamo ancora imparato che “la guerra è una follia, una inutile strage” (cfr Omelia a Redipuglia, 13 settembre 2014).

Cari fedeli armeni, oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito. Ricordarli è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!

Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra testimonianza.

Saluto e ringrazio per la sua presenza il Signor Serž Sargsyan, Presidente della Repubblica di Armenia.

Saluto cordialmente anche i miei fratelli Patriarchi e Vescovi: Sua Santità Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di Tutti gli Armeni; Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia; Sua Beatitudine Nerses Bedros XIX, Patriarca di Cilicia degli Armeni Cattolici; e i due Catholicossati della Chiesa Apostolica Armena e il Patriarcato della Chiesa Armeno-Cattolica.

Con la ferma certezza che il male non proviene mai da Dio, infinitamente Buono, e radicati nella fede, professiamo che la crudeltà non può mai essere attribuita all’opera di Dio e, per di più, non deve assolutamente trovare nel suo Santo Nome alcuna giustificazione. Viviamo insieme questa Celebrazione fissando il nostro sguardo su Gesù Cristo Risorto, Vincitore della morte e del male!

Basilica Vaticana II Domenica di Pasqua (o della Divina Misericordia), 12 aprile 2015

 

Un commento su “Genocidio armeno: ostinato negazionismo turco

  1. Luca Zacchi
    13/04/2015

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazione.

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 13/04/2015 da in Attualità ecclesiale, Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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