COMBONIANUM – Formazione e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Luoghi dell’Infinito (3)

L’uomo della sindone.

“Luoghi dell’Infinito” dedica l’intero numero di aprile alla Sindone, in occasione dell’ostensione in programma dal 19 aprile al 24 giugno prossimi.

L’uomo della sindone - Daniela Alfarano, Il sacro Sguardo (2015), opera realizzata per “Luoghi dell’Infinito”

Un numero speciale dedicato alla Santa Sindone, distribuito in edicola il 19 aprile in occasione dell’apertura a Torino dell’ostensione del Sacro Lino. È il lenzuolo più famoso e discusso del mondo. Tutti conoscono l’immagine dell’uomo morto in seguito a una serie di torture culminate con la crocefissione. Giovanni Paolo II l’ha definita “specchio del Vangelo” e “sfida all’intelligenza”.

«La Sindone non è “reliquia” – scrive l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia nel suo editoriale – rimane una realtà per molti versi inesplicabile con gli strumenti della scienza e della storia. Ma le migliaia di pellegrini che verranno a Torino ci dicono che questo viaggio ha un senso nella prospettiva della fede. Una fede che ha bisogno di mistero quanto di bellezza». Mistero e bellezza che caratterizzano l’amore trinitario – come spiega il denso testo del teologo e arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte – disvelato nella Passione, morte e resurrezione di Gesù. Tre servizi, realizzati dai massimi esperti del tema, consentono di osservare da vicino la Sindone. Il biblista Giuseppe Ghiberti scende nel significato spirituale del velo sindonico: «Proprio perché racconta le cose del Vangelo – scrive il presidente emerito della Commissione diocesana per la Sindone – il velo sindonico può essere chiamato anche, in verità, “eco del Vangelo”. Specchio o eco sono richiami a una funzione di segno che è propria di questa realtà benedetta. È questo il titolo di nobiltà e l’indicazione del limite della Sindone: segno in funzione del segnato, al suo servizio, nel quale esaurisce tutta la sua funzione». Gian Maria Zaccone, direttore scientifico del Museo Diocesano della Sindone e vice-direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, ripercorre le letture e le polemiche che il sudario ha suscitato fin dal suo apparire a oggi.

Bruno Barberis, docente di fisica all’Università di Torino e presidente del Centro di Sindonologia, esamina lo stato della ricerca scientifica: i punti fermi – come le qualità dell’immagine (caratteristiche inspiegabili e tridimensionalità), le macchie ematiche, le ferite – e quelli oggetto di dibattito, come la datazione al C14 e la formazione dell’immagine. La meditazione di papi e poeti davanti alla Sindone è al centro del testo di Roberto Gottardo, presidente della Commissione diocesana per la Sindone; mentre il fascino della storia irrompe con Franco Cardini, che affronta il complesso scenario degli “altri” volti santi, la cui storia si accompagna a guerre e visioni. Maria Antonietta Crippa racconta il “miracolo” della cappella della Sindone di Guarino Guarini, architettura dove si sposano fede e ragione. Marco Bonatti, già direttore del settimanale di Torino “La Voce del Popolo”, racconta, attraverso le ostensioni più recenti, la devozione popolare e il significato pastorale e “civile” del Sacro Lino. Spetta infine a Riccardo Maccioni ripercorrere la grande tradizione della santità sociale nella città della Sindone, vera e propria “metropoli della Carità”. Anche la consueta sezione dedicata ad Arti&Itinerari ruota attorno al tema. Giovanna Parravicini affronta le immagini acheropite, ossia non dipinte da mani d’uomo, fondamentali per lo sviluppo e il culto delle icone. Timothy Verdon entra invece nelle pieghe dell’iconografia del Compianto sul Cristo morto, dal Beato Angelico (la cui tavola è esposta per l’occasione nelle sale del Museo Diocesano torinese) fino a Michelangelo. Antonio Paolucci fa risuonare gli echi sindonici della Deposizione di Caravaggio. La Passione di Cristo, uomo e Dio, nell’ottica dell’arte occidentale è infine al centro del testo che Andrea Nante dedica ai crocefissi di Donatello, in mostra nel Museo Diocesano di Padova.

1. Trinità, una eterna storia d’amore

Nella Croce non solo si compie la salvezza ma si rivela per intero la gloria del Dio uno e trino

L’uomo della sindone 1 - Bramantino, Cristo risorto (1490 circa), olio su tavola. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza (Scala)

La rappresentazione della Trinità nell’iconografia cristiana offre una vera e profonda teologia per immagini. Lo si coglie anzitutto nella tradizione occidentale della raffigurazione della Croce, dove la Trinità è spesso rappresentata mediante l’immagine del Crocifisso sostenuto dalle mani del Padre, mentre la colomba dello Spirito separa e unisce al tempo stesso l’Abbandonante e l’Abbandonato (si veda ad esempio la Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella a Firenze e il motivo del Trono delle Grazie – Gnadenstuhl nella tradizione germanica). Quest’immagine è la traduzione iconografica della profonda idea teologica che vede nella Croce il luogo della rivelazione della Trinità, idea presente sin dagli inizi del cristianesimo come dimostra non solo il grande spazio dato al racconto della Passione nell’annuncio delle origini, ma anche la struttura teologica che soggiace alle sue stesse narrazioni.

È possibile cogliere questa struttura nel ritorno costante, certamente non casuale, del verbo “consegnare” (“paradídomi”, in greco): le ricorrenze consentono di distinguere due gruppi di “consegne”. Il primo è costituito dal succedersi delle “consegne” umane del Figlio dell’uomo. Il tradimento dell’amore lo mette nelle mani degli avversari: «Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù» (Mc 14,10). Il Sinedrio, custode e rappresentante della Legge, consegna colui che considera il bestemmiatore al rappresentante di Cesare: «Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato» (Mc 15,1). Questi, pur convinto dell’innocenza del prigioniero – «Che male ha fatto?» (Mc 15,14) – cedendo alla pressione della folla, sobillata dai capi (15,11), «dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso» (15,15). Abbandonato dai suoi, ritenuto un bestemmiatore dai signori della Legge e un sovversivo dal rappresentante del potere, Gesù va incontro alla morte: se tutto si fermasse qui, la sua sarebbe una delle tante ingiuste morti della storia, dove un innocente rantola nel suo fallimento di fronte all’ingiustizia del mondo. La fede della Chiesa nascente sa, però, che non è così: per questo essa ci parla di altre tre misteriose consegne

di Bruno Forte
teologo, arcivescovo di Chieti-Vasto

2. L’impronta che interroga la storia

La Sindone è una guida che ci conduce fin sulla soglia della morte per mostrarci come oltrepassarla.

L’uomo della sindone 2Su di un colle che si erge alle porte della città, in posizione esposta a chi guarda dalle mura e a chi giunge da lontano, si levano tristi trofei di morte. Il Golgota, “luogo del cranio”, è scelto per l’esecuzione capitale inflitta per crocifissione. Nella Pasqua di quell’anno, probabilmente il 30 del calcolo cristiano, vengono crocifissi tre uomini: due sono rei confessi di gravi delitti, uno è vittima di un complotto ordito tenacemente da membri autorevoli dell’autorità religiosa locale, nonostante la scarsa convinzione del governatore romano, che però si lascia indurre a emanare la sentenza e a portarla a esecuzione. La regione si chiama Giudea ed è amministrata da un alto funzionario dipendente direttamente da Roma, che gestisce il potere in dialogo non facile con la classe sacerdotale locale, e da una ricca oligarchia che trae i suoi proventi da agricoltura, commercio e introiti provenienti da un flusso di pellegrini costante, diretto al centro religioso della vecchia capitale. L’esecuzione della condanna avviene secondo un rituale fisso, rivissuto ogni volta con nuovi apporti di fantasia. Il procedimento messo in atto per la crocifissione di Gesù di Nazareth è riassunto nel racconto che ne fanno alcuni documenti, ognuno con proprie caratteristiche. I principali sono indubbiamente i cosiddetti “vangeli canonici”.

Parlare di crocifissione è cosa assai triste. Già l’antichità aveva coniato appellativi estremi, come summum supplicium (Cicerone) e mors turpissima crucis (Origene). La sua realizzazione fu varia: comprendeva sempre una sospensione del condannato, per lo più in rapporto con un palo o con due pali, uno verticale e uno orizzontale. Più spesso la sospensione avveniva a braccia congiunte oppure, normalmente, a braccia allargate e fissate a una trave, agli stipiti di una porta, a un architrave o semplicemente inchiodati a un muro. Per fissare le braccia al sostegno si ricorreva a corde o a chiodi: nel primo caso la sofferenza era inizialmente minore ma più duratura. A questo trattamento potevano aggiungersi tormenti di ogni tipo. Era abbastanza frequente la flagellazione, spettacolare e particolarmente debilitante, al punto che la si doveva controllare, perché il condannato non morisse anzitempo

di Giuseppe Ghiberti
biblista, presidente emerito della Commissione diocesana per la Sindone

3. L’immagine a microscopio

Le ferite, i pollini, la tridimensionalità: i punti certi e gli elementi controversi delle analisi scientifiche.

L’uomo della sindone 3 - particolare delle mani (arcidiocesi di Torino, Giandurante 2010)

Gli studi scientifici sulla Sindone ebbero inizio nel 1898 con la prima fotografia della Sindone, scattata da Secondo Pia. Le ricerche effettuate in questi anni hanno consentito di giungere ad alcune conclusioni certe. La negatività dell’immagine. L’immagine ha caratteristiche simili a quelle di un negativo fotografico, ossia presenta una distribuzione di luminosità opposta a quella che percepiamo nella realtà; pertanto è sul negativo che possiamo osservare il vero aspetto dell’uomo della Sindone, come se si trovasse di fronte a noi.

L’analisi delle ferite. La lettura “topografica” dell’immagine, effettuata dai medici legali, ha messo in evidenza numerose ferite e lesioni visibili in modo anatomicamente perfetto: dalle tumefazioni al volto alle ferite da punta sulla fronte e sulla nuca dovute ad aculei, dalla ferita da punta e taglio all’emitorace destro inferta a morte già avvenuta a quelle ai polsi e ai piedi provocate dalla penetrazione di oggetti appuntiti simili a chiodi, da quelle al dorso, ai glutei e alle gambe caratteristiche del supplizio della flagellazione alle escoriazioni sulle spalle dovute al trasporto di un oggetto pesante e così via. Questi studi hanno consentito di provare che si tratta dell’immagine lasciata dal cadavere di un uomo dapprima flagellato e poi crocifisso.

Le macchie ematiche. Le macchie di colore rosso sono realmente macchie di sangue umano di gruppo AB prodotte da ferite di origine traumatica, come è stato dimostrato da due équipe di studiosi in seguito agli esami effettuati sui campioni prelevati nel 1978.

Le microtracce biologiche. Nel 1973 e nel 1978 vennero effettuati sulla Sindone, mediante l’applicazione di nastri adesivi, alcuni prelievi di microtracce, rinvenendo granuli di polline provenienti da cinquantotto piante fiorifere. Poiché alcuni di essi provengono da piante che crescono solo in Palestina e in Anatolia si può concludere che è altamente probabile la permanenza prolungata della Sindone, oltre che in Europa, anche in tali regioni.

di Bruno Barberis
direttore del Centro internazionale di Sindonologia di Torino

4. Guerre e visioni. Gli altri volti santi.

Tra Oriente e Occidente sono molti i teli con i tratti di Cristo: tutti con storie avventurose e affascinanti.

L’uomo della sindone 4 - La Sainte-Chapelle a Parigi, fatta costruire tra il 1246 e il 1248 da Luigi IX per custodire le

«Il palazzo Bocca di Leone era tanto ricco e così ben costruito come vi descriverò. Dentro quel palazzo ci saranno state almeno trenta cappelle, grandi e piccole, e ce n’era una che chiamavano la Santa Cappella. Dentro quella cappella si trovavano molte ricche reliquie (…). C’erano infatti due ricchi recipienti d’oro che pendevano in mezzo alla cappella da due grosse catene d’argento. In uno di questi recipienti c’era una tegola e nell’altro un pezzo di tela: ora vi racconteremo da dove erano giunte quelle reliquie. Un buon uomo aveva indosso un pezzo di tela e Nostro Signore gli disse: “Su, dammi quel pezzo di tela”. E l’uomo glielo diede e Nostro Signore se lo avvolse intorno al viso in modo che la sua fisionomia vi restasse impressa, poi glielo ridiede e gli disse che lo prendesse e lo facesse toccare ai malati, e chiunque avesse avuto fede sarebbe guarito da qualsiasi infermità. E il buon uomo lo prese e lo portò via, ma prima di portarlo via, non appena Gesù gli ebbe reso il pezzo di tela, l’uomo buono lo prese e lo nascose sotto una tegola fino al tramonto. Al tramonto, quando stava per andarsene, prese il suo pezzo di tela ma, come sollevò la tegola, si accorse che il volto divino era impresso sulla tegola così come sulla tela; allora prese il pezzo di tela e insieme la tegola e da allora guarirono molti ammalati».

Con queste parole il cronista piccardo Robert de Clari descriveva il tesoro di reliquie che gli imperatori bizantini avevano raccolto nella Santa Cappella di Pharos, presso il Grande Palazzo. Ed è probabilmente l’ultima descrizione che se ne fece, dal momento che Robert aveva visitato il luogo poco prima del saccheggio di Costantinopoli del 1204, quando veneziani e “crociati” distrussero o rubarono l’intero patrimonio di reliquie sul quale riuscirono a mettere le mani. Pochi decenni più tardi Luigi IX il Santo, re di Francia, avrebbe fatto costruire la Sainte-Chapelle di Parigi per accogliere le reliquie di Pharos ch’era riuscito ad acquistare. Tra queste, la più celebre era quella contenuta (con la sua copia su tegola, il keramidion) nel vaso d’oro che pendeva dal soffitto: il mandylion di Edessa, che alcuni hanno voluto mettere in rapporto con la Sindone, sebbene si tratti di oggetti molto differenti tra loro

di Franco Cardini

5. Un velo dalle mille trame

Religione, politica, scienza: la Sindone fin dal Trecento è stata oggetto di letture (e polemiche) sempre diverse.

L’uomo della sindone 5 - Peter Paul Rubens, Deposizione (1616-1617), olio su tela. Lille, Musée des Beaux-Arts (Scala).

Ricostruire dal punto di vista documentario la storia della Sindone è possibile solo a partire dal XIV secolo, quando compare in Francia, a Lirey, nelle mani di un cavaliere di grande fama, Geoffroy de Charny. Da allora a oggi una soddisfacente catena di eventi documentati consente di ricostruire una storia articolata e interessante. Prima di quel momento emergono notizie che attestano la venerata conservazione di oggetti che si pensava potessero essere appartenuti al corredo funerario di Gesù – tra cui la Sindone citata dai Vangeli – e di immagini “miracolose” raffiguranti quello che si riteneva essere il vero ritratto di Gesù – per la verità con una iconografia molto vicina al volto sindonico. Nel 1204 un cavaliere della quarta crociata ha descritto un lenzuolo con una immagine di Gesù che sembrerebbe accostabile alla nostra Sindone e che in ogni caso dimostra come non estranea all’epoca la possibilità dell’esistenza di una immagine di Cristo impressa in un telo. Tuttavia da un punto di vista strettamente documentale non abbiamo elementi tali da dare per dimostrato un legame tra questi oggetti e il lenzuolo comparso a Lirey. Sono state fatte molte ipotesi, alcune più interessanti, altre fantasiose come le teorie che vorrebbero coinvolti i Templari. Il silenzio delle fonti tuttavia non si può considerare come un verdetto definitivamente negativo sulla possibilità che la Sindone sia parte del corredo funerario di Gesù. Occorre privilegiare i dati emersi dallo studio diretto dell’oggetto o per avere risposte ai vari interrogativi

di Gian Maria Zaccone
direttore scientifico del Museo della Sindone

6. La prima icona

Sulla tradizione del mandylion, il Volto Santo acheropita, ossia non dipinto da mano umana, si radica e si sviluppa il culto dell’immagine di Cristo.

L’uomo della sindone 6 - Scuola di Novgorod, Volto Santo (XII secolo). Mosca, Galleria Tret’jakov (Scala)

«Siate santi come santo è il Padre vostro»: ogni santità ha inizio dalla contemplazione della santità di Cristo, immagine visibile del Padre, che fin dai suoi inizi la Chiesa ha riconosciuto vivo e presente attraverso i sacramenti, le scritture e le immagini sacre. La scoperta del “volto” dell’Uomo della Sindone, compiuta attraverso il negativo della prima fotografia scattata nel 1898, sembra superare d’un balzo i secoli per ricongiungersi allo sguardo penetrante e ai lineamenti modellati a encausto del Volto di Cristo del VI secolo custodito nel monastero di Santa Caterina, sul Sinai. In queste immagini non è semplicemente fissata la memoria storica di un personaggio vissuto duemila anni fa, ma è resa presente per tutte le generazioni la Salvezza incarnata nel Figlio di Dio che assume la natura umana per innalzarla fino al Padre.

In questa prospettiva si inseriscono le icone acheropite, cioè “non dipinte da mano d’uomo”: immagini della fede della Chiesa nel Mistero dell’Incarnazione, in cui Dio stesso si offre quale icona vivente e restaura nell’uomo – creato a sua immagine e somiglianza – l’icona di Dio, che era stata sfigurata nel peccato originale. Fra le tante leggende e tradizioni alla base delle acheropite ne esistono due, caratteristiche rispettivamente dell’Oriente e dell’Occidente: l’una si rifà alla prodigiosa guarigione di re Abgar di Edessa mediante un lino (mandylion) su cui era impressa l’effigie di Cristo, l’altra al gesto pietoso della Veronica, lungo la via dolorosa del Calvario.

In Oriente la tradizione del mandylion origina una tipologia iconografica in cui il volto di Cristo, raffigurato sullo sfondo di un telo occupa quasi tutta la superficie della tavola; nel nimbo è inscritta la croce, memoria della Passione, mentre lo sguardo dei grandi occhi spalancati vuol rendere l’immagine di Cristo glorioso. L’icona si trasforma così in una sorta di stendardo, attestazione della Resurrezione attraverso la Passione. Non è un caso che l’icona acheropita di Cristo fungesse tradizionalmente da vessillo innalzato sulle porte delle mura delle città o sulle truppe in battaglia, così come la croce di Cristo è l’arma della vittoria sul male e sulla morte

di Giovanna Parravicini

7. Il pianto della Redenzione

Il tema del compianto sul Cristo morto attraversa tutte le arti, non solo quelle figurative, ed è un invito a entrare in empatia con la storia sacra e le sue verità.

L’uomo della sindone 7 - Beato Angelico e Lorenzo Monaco, Deposizione (1432-1434 circa), tempera su tavola. Firenze, Museo di San Marco

Per l’ostensione della Sacra Sindone del 2015, il Museo di San Marco di Firenze ha prestato al Museo Diocesano di Torino un’opera nata dalla stessa fede intensa che caratterizza il pellegrinaggio sindonico: il Compianto sul Cristo morto del Beato Angelico. Realizzato tra la fine del quarto e l’inizio del quinto decennio del XV secolo, il dipinto appartiene al periodo in cui la Sindone cominciò a essere conosciuta fuori della Francia, e forse a essa allude il telo bianco finissimo che si vede sotto il corpo del Salvatore. Eseguito su tavola, il Compianto era in origine una pala d’altare, e sotto questo telo dobbiamo immaginare la tovaglia della mensa eucaristica, come sotto il corpo di Cristo raffigurato dobbiamo immaginare l’ostia e il calice del vino: il Corpus Christi sacramentale in cui la fede vede realmente presente il Figlio di Dio e di Maria. Celebre tra i teologi del Sacramento fu il domenicano Tommaso d’Aquino, la cui idea viene tradotta qui in immagine da un altro celebre domenicano, frate Giovanni da Fiesole, noto già nel Quattrocento come il “pittore angelico”.

Chi era l’Angelico? Vasari lo presenta come modello per «gli ecclesiastici»: un religioso di «somma e straordinaria virtù», «di santissima vita», «semplice uomo e santissimo ne’ suoi costumi», «umanissimo e sobrio», il quale «non avrebbe messo mano ai pennelli, se prima non avesse fatto orazione» e «non fece mai crocifisso che non si bagnasse le gote di lagrime». Sempre secondo il Vasari – tanto più attendibile qui quanto meno era abituato a parlare in simili termini, attinti probabilmente dalla tradizione interna del convento del frate – l’Angelico soleva dire «che chi faceva quest’arte, aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri; e che chi fa cose di Cristo, con Cristo deve stare sempre»

di Timothy Verdon

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

  • 304.251 visite
Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 586 follower

San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
Pereira Manuel João (MJ)
combonianum@gmail.com

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d’autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all’immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: