COMBONIANUM – Formazione e Missione

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V Domenica di Pasqua (B) Lectio

Lectio della V Domenica di Pasqua (B)
Giovanni 15, 1-8

Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore.
1 “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.

In questo brano/pericope inizia la rivelazione di Gesù circa l’identità e la situazione della sua comunità in mezzo al mondo. C’è una prima affermazione che riguarda l’immagine della vite, figura di Israele. La vite era la pianta che più di tutte le altre (fico) rappresentava il popolo di Israele, come emerge dal cantico d’amore per la vigna nel profeta Isaia (5,1ss.) e dalle dichiarazioni del Signore nel profeta Geremia: “Io ti avevo piantato come vigna scelta…” (Ger 2,21). Una vite che –secondo una corrente nazionalistica- Dio aveva particolarmente curato: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata” (Sal 80,9). Linea teologica contestata dai profeti: “Non siete voi per me come gli Etiopi, figli d’Israele? Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir?” (Am 9,7).

Quel che Israele considera un episodio unico ed esclusivo è posto dal profeta Amos alla stregua delle migrazioni degli altri popoli considerati tradizionalmente i nemici di Israele quali i Filistei. E nel profeta Isaia viene rincarata la dose: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (Is 19,25). Gesù proclama se stesso la vera vite. Il vero popolo fedele a Dio è rappresentato da lui (vite) e dai discepoli (tralci) che gli danno adesione. Il ruolo di agricoltore è svolto dal Padre. Né Gesù, né tanto meno i tralci/discepoli possono subentrare in questo ruolo. Come già si era designato quale vero pane del cielo nei confronti della manna (6,32), quale luce/vita vera (1,4-9) nei confronti della Legge, ora proponendo ancora la sua persona, lascia intravedere quale doveva essere il vero Messia e il vero Israele. È presente in Gesù un disvelamento totale della verità sul profondo del nostro essere, i cui semi sono già sparsi in tutta la storia, ma adesso, nella relazione di adesione intima con Lui, raggiunge il vertice. L’immagine della vite veniva anche usata per rappresentare la Sapienza come viene descritta nel libro del Siracide in un passo che ha una forte analogia con l’espressione formulata da Gesù: “Io come una vite ho prodotto splendidi germogli e i miei fiori danno frutti di gloria e di ricchezza” (Sir 24,17). E nel vangelo Gesù si presenta anche come la vera sapienza di Dio (cfr. Lc 7,35).

2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

Ogni tralcio è chiamato ad una produzione crescente di frutto. Solo al Padre/agricoltore compete l’autorità di valutare la fecondità dei tralci e solo a lui compete la responsabilità dell’utilizzazione dei tralci che considera dannosi/infruttuosi, inutili. Gesù sottolinea che il tralcio è in lui. Il tralcio che pur ricevendo dall’unione con Gesù/vite la linfa vitale non la trasforma in frutto è inutile e il Padre lo elimina. La metafora allude a quanti pur cibandosi del pane di Gesù a loro volta non diventano pane per gli altri interrompendo e rendendo inutile la vita che Gesù ha comunicato e vuole che si espanda. Gesù non ha creato un gruppo ristretto di eletti, ma un gruppo in crescita e in espansione. Ogni membro ha una crescita da effettuare e una missione da compiere. L’importanza di portare frutto – idea essenziale di questo brano – viene sottolineata dall’evangelista che ripete per ben sette volte l’espressione (tre volte in 15,2 e poi 4.5.8.16).

… e ogni (tralcio) frutto portante purifica esso affinché frutto più porti. …e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

Usando un gioco di parole tra il verbo: aírei = togliere e katháirei = purificare l’evangelista sottolinea che l’azione del Padre/agricoltore verso il tralcio che porta frutto è di purificazione (non “potatura”) cioè liberazione da tutti quegli elementi che impediscono di aumentare la capacità di portare frutto. È questa un’azione positiva tesa a favorire le capacità di vita e di dono del tralcio. L’azione di purificazione/liberazione non compete alla vite e tanto meno al tralcio. Il tralcio deve tendere a fruttificare. Il Padre elimina al tralcio ogni preoccupazione che non sia quella di trasformare la linfa vitale dell’amore di Dio in frutto sempre più abbondante. Il tralcio/discepolo non viene invitato a concentrarsi sulla propria perfezione interiore ma sul dono di sé. Compito del Padre è l’eliminazione progressiva di ogni ostacolo all’amore. Questa azione di liberazione/pulizia consente una maggiore trasmissione della linfa/amore di Gesù che conduce il discepolo a liberare tutta la capacità d’amore e di dono.

3 Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

Il termine tòn logon usato dall’evangelista indica tutto l’insegnamento (messaggio) che Gesù ha annunciato ai suoi discepoli. Questo insegnamento che li rende puri/liberi è quello dell’amore che si traduce nel servizio da lui dimostrato nella lavanda dei piedi (cap. 13). Il servizio volontariamente reso agli altri esercita una funzione liberatrice nella persona: lavare i piedi agli altri (servizio di amare = purificare) è quel che rende puri i discepoli.

4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

Il servizio è garanzia di piena comunione (“dimorare” meglio che “rimanere”) con Gesù. Il verbo dimorare/rimanere =méinate da ménō è un verbo caratteristico del vangelo di Giovanni (ben 36 volte contro le 3 di Mt, 2 di Mc e 7 di Lc). In questo capitolo il verbo compare ben 11 volte.

5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.

Ora Gesù esplicita l’immagine di sé come vite e dei discepoli quali tralci. La piena comunione con Gesù e la collaborazione alla sua opera è garanzia di un frutto sempre più abbondante (curiosità: un discepolo di Giovanni, vescovo di Smirne agli inizi del II secolo, si chiama Policarpo = molto frutto). Senza questa comunione il tralcio diventa sterile. L’espressione di Gesù richiama quella pronunciata nella sinagoga di Cafarnao: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56) sottolineando la stretta relazione tra adesione/comunione a Gesù e il portare frutto.

6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Si legge nel profeta Ezechiele: “Figlio dell’uomo, che pregi ha il legno della vite di fronte a tutti gli altri legni della foresta? Si adopera forse quel legno per farne un oggetto? Si può forse ricavarne un piolo per attaccarvi qualcosa? Ecco, lo si getta nel fuoco a bruciare, il fuoco ne divora i due capi e anche il centro è bruciacchiato. Potrà essere utile per farne un oggetto? Anche quand’era intatto, non serviva a niente: ora, dopo che il fuoco l’ha divorato, l’ha bruciato, si potrà forse ricavarne qualcosa?” (Ez 15,2-5). Il legno della vite non serve a nulla se non a fruttificare: la sua cenere non è buona neanche per lavare i panni poiché macchia. Ancora una volta Gesù sottolinea che l’eliminazione del tralcio sterile è esclusiva opera del Padre, e non di Gesù o degli altri tralci. Staccato dalla vite/Gesù il tralcio inaridisce/secca. L’immagine rimanda alle ossa inaridite della visione del profeta Ezechiele (37,11) che rappresentavano il popolo di Israele senza più spirito/speranza.

7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.

Il fatto di dimorare in Gesù non è completo ed efficace se anche le sue parole non dimorano nell’individuo. Sono indispensabili i due aspetti: accoglienza di Gesù e del suo messaggio. Quando questi due elementi sono uniti i discepoli hanno la garanzia che qualunque cosa chiederanno, mi chiedete (cfr. Mc 11,24; Gv 14,13; 16,23-24) verrà loro concessa (nel verbo thélēte= chiedete/volete è insita la tensione/volontà comunitaria di desiderare ciò che desidera Gesù: tutto ciò che realizza veramente l’uomo).

8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

La proiezione delle ambizioni dell’uomo in Dio, considerato come sovrano, aveva fatto sì che glorificare questo Dio consistesse in manifestazioni spettacolari e grandiose (a maggior gloria di Dio). Ma la gloria, manifestazione visibile del Padre, consiste in una visualizzazione del suo amore. Solo diventando discepoli di Gesù e nell’abbondanza di frutto viene glorificato il Padre, cioè si rende manifesta la presenza e l’attività di un Dio-Amore.

Riflessioni…

  • Tre modi di essere, tre ruoli verso la rivelazione-esplicitazione della Gloria di Dio: la vite, i tralci, l’agricoltore: Cristo, i discepoli, il Padre, tutti accomunati nell’esperienza operativa dell’amore.
  • Invito inequivocabile, chiaro, quasi un comando perché condizionante di vita: dimorate/rimanete, avrete la vita, produrrete vita, e… in abbondanza. Permanenza dinamica e vitale, non da ospiti contemplativi, né da dimoranti passivi. Dimorate, non per sopravvivere, ma per vivere l’abbondanza della vita. Nella speranza fondata su una Persona, nella fiducia nella sua parola/messaggio, nell’operosità della missione di spargere vita e gioia di vivere, in ogni direzione.
  • Con i ritmi e le cadenze della sinfonia della vita: dalla purificazione/liberazione allo sboccio dei primi segni di vita, dagli intrecci dei rami teneri a quelli nodosi avvinghiati alla vite, dal carico del frutto al colore invitante della prosperità che si offre. Sono i segni di ogni vita, della vite e dei suoi tralci, della simbiosi che garantisce i molti frutti.
  • La Vigna diventa verdeggiante, ridente, profumata, accogliente ed invitante: è la Vigna di Dio, è la Chiesa di Gesù, popolo di Dio, è la Comunità ecclesiale, è la Famiglia, è il Gruppo di relazioni che si nutre della linfa vitale emergente dalla Vite, che si espande e alimenta tutti i tralci ovunque riposti.
  • È una vita che risale da Colui che sta nel mezzo e pertanto dona pace, una vita che si esprime nelle speranze, negli intrecci di solidarietà e di amore, in una crescita abbondante e continua, che attinge senso dalla Vite vera e trasmette la Sapienza della Parola, certa e liberante, che garantisce salvezza e giura su patti di reciproco amore, che non è gelosa del suo Dio ma apre a tutti le porte dell’accoglienza.
  • Da questa esperienza radicale e coinvolgente scaturiscono testimonianze uniche e convincenti della bontà dell’amore di Dio. Ed è il caso di confermare di non aver paura di avventurarsi in un incontro/permanenza con la Persona di Cristo.
  • E i frutti, come storia ed esistenze rinnovate, speranze che si riaccendono, patti ed impegni che si fanno realtà. Ed ogni cosa prende sapore di vita, inizio ed avvio di tempi senza fine. Sono i frutti di discepoli…che sanno donare ed amare come Dio.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org

 

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2 commenti su “V Domenica di Pasqua (B) Lectio

  1. Luca Zacchi
    01/05/2015

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Preparandosi alla prossima domenica, V di Pasqua, leggiamo il Vangelo della vite e dei tralci

    Mi piace

  2. ISIDRO
    01/05/2015

    Es el gran don de la Vida que Nuestro Padre nos ofrece cada día para que se manifieste en bien de los demás, de todo el mundo.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/04/2015 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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