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Storia delle esposizioni universali

Da Londra 1851 a Expo Milano 2015.
Storia delle esposizioni universali.

“Nutrire il pianeta – energia per la vita” è il tema di Expo 2015 che apre oggi a Milano (dal 1º maggio al 31 ottobre). E l’energia per la vita è il cibo. Il cibo come diritto, piacere, cultura, innovazione, identità. Il mondo del cibo si incontra a Milano perché l’Italia – sul cibo – è un modello per il mondo. L’Expo sarà il luogo delle scelte consapevoli, il più grande evento globale sull’alimentazione.
Questo evento è un’occasione opportuna per ricordare le Expo precedenti: dalla prima a Londra del 1851, passando per Philadelphia, Parigi, Chicago, New York… fino a quella di Shanghai del 2010, che ha passato il testimone a Milano.

È da tener presente anzitutto che le expo sono nella storia una novità che ha inizio nel 1851 e che continua ancor oggi. Esse si distinguono dalle fiere precedenti che erano perlopiù fenomeni locali, e anche dalle manifestazioni finalizzate a far conoscere gli oggetti esposti. Mentre le expo ebbero fin da subito lo scopo di far progredire: inizialmente si trattò dell’idea di progresso dell’industria e delle manifatture, e in breve anche di altre questioni: il lavoro, il benessere, la cultura, fino ai grandi tempi globali che caratterizzano le expo degli ultimi anni. Agli oggetti esposti si accompagnarono fin dalle prime expo congressi e dibattiti su temi importanti: temi che in parte rispecchiavano il mondo in cui si svolgevano, in parte lo anticipavano, in parte si trovavano invece a non comprenderlo: temi sul lavoro, la salute, la Dichiarazione dell’indipendenza americana, la presa della Bastiglia, la costruzione del Canale di Panama, le colonie. E molto presto, già a Vienna nel 1873, vennero inclusi i divertimenti e in seguito oggetti non industriali.

Un tratto comune a tutte le esposizioni fu quello di sottolineare l’immagine nazionale: di qui l’apporto finanziario pubblico. Ancora possiamo dire, scorrendo l’elenco delle expo, che inizialmente si trattò di un fatto europeo, poi nella prima metà del Novecento, molte sono le expo negli Stati Uniti, e infine dopo la Seconda Guerra Mondiale il ventaglio si allarga all’Oriente.

Infine per quanto riguarda delle strutture per ospitare le expo, esse furono inizialmente temporanee: l’effimero è un elemento comunicativo efficace e persuasivo. Realizzazioni effimere si accompagnavano al potere: archi, drappi, panneggi, ecc. Effimero implica spesso l’uso di strutture smontabili, e perciò di grande libertà espressiva. Anche la Tour Eiffel (Expo di Parigi 1889) era nata per essere effimera e poi è rimasta ed è diventata l’emblema di Parigi; effimero il padiglione della Germania di Ludwig Mies van der Rohe, tra i maestri del Movimento Moderno, per l’Expo di Barcellona del 1929: fu demolito, ma poi ricostruito nel 1986 da un gruppo di architetti spagnoli. In altri casi all’effimero si sostituisce un’architettura stabile: tale all’Expo di Genova del 1992 la soluzione di Renzo Piano che prevedeva un nuovo assetto della città, rimasto anche dopo l’expo. Passiamo ora a illustrare alcune delle principali expo e a mostrarne le caratteristiche, cercando di collegarle sia tra loro sia con il contesto storico all’interno del quale si svolsero.

L’interno del Crystal Palace (The Crystal Palace and its contents, 1851)

La prima expo: Londra 1851

Era stato il principe consorte Alberto che nel 1849 nel suo ruolo di presidente della Royal Society of Arts aveva deciso di promuovere l’organizzazione di una grande esposizione universale dell’industria. L’area sarebbe stata quella del prato di Hyde Park in Kensington Street. Le difficoltà iniziarono subito: fu indetto un concorso, nessun progetto fu giudicato adatto, tanto che l’idea del principe Alberto di attirare a Londra tutte le ricchezze e le industrie del mondo e soprattutto mostrare la ricchezza e la grandezza delle industrie britanniche sembrava fallire. La soluzione venne infine dal progetto di un giardiniere, John Paxton, che progettò molto rapidamente un edificio provvisorio come sede dell’esposizione, il Crystal Palace che riprendeva la forma di una serra. Nel giro di pochi mesi fu montato un edificio di tre livelli: l’intelaiatura era in ferro, la copertura in vetro. Era l’emblema della vittoria del ferro, ossia dell’industria, e però nello stesso tempo la forma della serra ricordava quanto ancora la produzione manifatturiera fosse legata alla natura. Il palazzo fu smontato alla fine dell’expo.

Ad attirare l’attenzione furono soprattutto i padiglioni esotici: quelli legati agli esploratori e alle colonie, mondi immaginati per i visitatori europei, di cui per la prima volta potevano farsi una visione, ancorché piuttosto approssimativa. E naturalmente il ristorante, chiamato Gastronomic Symposium of all Nations, dove si potevano gustare cibi provenienti da tutti i paesi del mondo. Anche questa era una novità per i visitatori europei.

Parigi 1867

Diversa l’esposizione di Parigi del 1867 che si tenne nel Palazzo ovale di vetro e ferro (il vetro era con le manifatture Saint Gobain la vera gloria francese) del Champ de Mars. A fianco dello scopo industriale, vi era quello di decretare il trionfo di Napoleone III. E inoltre il tema della pace e dell’armonia universale per il genere umano. Si noti il termine universale che ci rimanda agli enciclopedisti. I più eminenti scrittori francesi, tra i quali Victor Hugo che scrisse l’introduzione alla Guida, contribuirono con le loro penne a inneggiare alla gloria di Francia. Intorno al palazzo era stato allestito un parco per i divertimenti illuminato fino a mezzanotte, i concerti, un pallone che permetteva di vedere l’expo dall’alto e naturalmente ristoranti internazionali di ogni genere. Parigi era prospera e l’imperatore vittorioso. Ma le nubi si addensavano su questa expo trionfale che non seppe né rispecchiare né prevedere i tempi: erano in arrivo la guerra prussiana, l’esilio di Napoleone III, i massacri della Comune.

La presenza dei regnanti fu molto alta: i visitatori furono circa 15 milioni L’expo ebbe un grandissimo successo, pari a quello di Londra. Napoleone III si dimostrò interessato al bene del suo popolo con due padiglioni sulle condizioni di igiene e di benessere, presentando anche un progetto di abitazioni operaie.

Dal punto di vista produttivo, l’elemento che regnò incontrastato fu il vetro, come si è visto la vera gloria delle manifatture francesi. E numerose furono le serre che, con le loro piante esotiche alimentari e non, segnavano l’epopea della concentrazione in Europa delle ricchezze della natura di tutto il globo, iniziata dopo la scoperta dell’America.

Sull’altro fronte, a contraddire il progetto di armonia e di pace universale troneggiavano i cannoni di Krupp della Prussia: un monito alla guerra franco-prussiana del 1870.

Vienna 1873

L’esposizione successiva si tenne a Vienna nel 1873. Essa ebbe luogo a Prater nell’edificio appositamente costruito, la Rotunde, e fu inaugurata alla presenza di Francesco Giuseppe con lo scopo di festeggiare il suo venticinquesimo anniversario di regno e anche con quello di ridare splendore all’immagine indebolita dell’Impero austro-ungarico.

Furono presenti e destarono stupore India e Giappone, più ancora della Gran Bretagna e della Francia. L’Italia fu presente soprattutto con opere d’arte. L’expo ebbe un buon successo: i visitatori furono più di 7 milioni anche se l’ingresso e i ristoranti erano carissimi. Tra i divertimenti vi era un’orchestra di Strauss che ininterrottamente intratteneva con musica, operette, walzer. E intorno alla Rotunde un grande parco divertimenti per quando i visitatori erano stanchi: giostre, caroselli, altalene.

La Germania ripresentò i cannoni di Krupp, che questa volta non si limitavano a una minaccia, ma che si erano dimostrati arma reale e letale. L’Italia fu presente con il grande plastico della Galleria Vittorio Emanuele II, la più imponente del mondo. Sembrava che ormai il ferro avesse sostituito in tutto il legno. In parte era così, soprattutto nei paesi che come Regno Unito, Francia e Germania erano ricchi di miniere di carbone. E però non per altri: si pensi all’Italia, che nonostante il plastico della Galleria Vittorio Emanuele II, stentava ad avviare la propria industrializzazione per l’alto costo del combustibile che veniva importato via mare dalla Gran Bretagna. La legna era ancora utilizzata (con tutti i danni legati al diboscamento) e anche l’acqua che muoveva i mulini, consentendo la possibilità di alcune manifatture.

Philadelphia 1876

Passiamo ora a Philadelphia dove nel 1876 si svolse la prima esposizione statunitense. Essa aveva per tema il Centenario dell’indipendenza americana. Si svolse a Fairmount Park, ancora oggi il cuore del sistema dei parchi municipali di Philadelphia che comprende anche uno zoo. È il più grande parco cittadino del mondo.

I lavori tardarono a finire e nelle ultime settimane gli operai lavorarono giorno e notte sotto la pioggia. Ma alla fine il risultato fu splendido. Il giardino era pieno di piante esotiche. Un grande richiamo alla natura. È l’epoca in cui gli scritti di Thoreau, Perkins Marsh ed Emerson cominciavano a penetrare nella cultura americana. Il meraviglioso parco di Fairmount e la successiva attenzione e cura al suo incremento e abbellimento sono un esempio della sensibilità di un largo settore dell’opinione pubblica verso la natura.

Parigi 1889

Un altro centenario fu festeggiato a Parigi nel 1889, quello della Presa della Bastiglia, e, nella tradizione delle expo, anche questa non era pronta per il giorno dell’inaugurazione.

Qui, a differenza che a Philadelphia, non trionfò la natura, ma la costruzione. In primo luogo la Tour Eiffel, eretta dall’ingegnere Alexandre-Gustave Eiffel, specialista in strutture metalliche, per essere smontata, ma che ebbe un tale successo (per salire fino in cima si pagava) che non solo rimase, ma divenne da allora l’emblema di Parigi.

Di grande rilievo, ma non ancora trionfale, fu la presentazione della prima automobile a benzina: una Benz costruita dall’ingegnere tedesco Carl Friedrich Benz. L’invenzione era rivoluzionaria: alla macchina a vapore si sostituiva il motore a scoppio, e cioè al carbone si sostituiva il petrolio. Una nuova fonte energetica destinata a ridisegnare la vita dell’umanità intera. La Benz, a ben guardare, rappresentava il nuovo, il petrolio, il futuro, mentre la Tour Eiffel il carbone e il ferro: un presente destinato a passare il testimone. La Tour Eiffel ebbe successo. La Benz lo avrebbe avuto in seguito, ancora maggiore. Altra grande novità fu la presentazione dell’elettricità in tutti i suoi usi. Edison stesso si presentò con un suo padiglione. Il pubblico ne fu molto attratto.

Milano 1906

E arriviamo finalmente in Italia: a Milano nel 1906, quando fu organizzata l’expo per festeggiare il traforo del Sempione che significava commercio, ferrovia, apertura all’Europa. Si era in piena Belle Epoque e il mondo guardava con fiducia al nuovo secolo.

Caratteristica di Milano fu l’effimero. Tutti i padiglioni furono costruiti per non durare oltre il tempo dell’expo, tranne l’Acquario realizzato su progetto dell’architetto Sebastiano Locati e situato accanto all’arena, di cui riproduce l’architettura ellittica. Era allora il padiglione dedicato alla piscicoltura. Oggi è uno dei più significativi edifici liberty di Milano.

L’expo fu sistemata in due luoghi distinti: il primo fu il Parco situato tra il Castello e l’Arena, il secondo la Piazza d’Armi, collegati da un treno elettrico. Fu una mostra ferroviaria importantissima, ma il nuovo si era fatto strada rispetto all’expo di Parigi del 1889: apparvero le automobili di varie case costruttrici con i loro primi modelli e la Daimler Benz. Dietro al petrolio e al motore a scoppio avanzava anche l’elettricità, la fonte energetica che aveva consentito e stava consentendo, con le dighe che si stavano realizzando in Valtellina e nel Bergamasco, il processo di industrializzazione della Lombardia.

Di grande rilievo anche il padiglione dell’industria serica, importantissima per l’economia lombarda: tutto il processo manifatturiero della seta diventò spettacolo con la ricostruzione di una filanda e l’esposizione di una grande varietà di tessuti. Ma non solo: prevalsero le arti grafiche, le industrie della carta, della ceramica e del vetro.

San Francisco 1915

Dall’Europa torniamo negli Stati Uniti: a San Francisco che celebra nel 1915 l’apertura del Canale di Panama, la cui costruzione era stata resa possibile dal medico dell’esercito statunitense William Crawford Gorgas che era riuscito a prevenire la diffusione della malaria intervenendo sulle acque stagnanti, affumicando le abitazioni e rendendo obbligatorio l’uso delle zanzariere. Il suo sistema fu controverso e costoso, ma, una volta messo in atto, portò a un rapido abbassamento, e infine ad un totale annullamento del rischio di contrarre la malaria per le migliaia di operai, ingegneri, tecnici che lavorarono alla costruzione del canale.

L’expo ebbe molto successo: si contarono 18 milioni di visitatori. La maggior attrazione, oltre ai congressi, ai ristoranti e all’illuminazione, fu il modello funzionante del Canale di Panama. L’expo mostrò l’importanza ormai assunta dalla California e dal West americano lungo tutta la costa pacifica.

Intanto il numero di paesi che aspiravano ad essere sede di un’expo aumentava, al punto che si rese necessario fondare un ente che esaminasse e valutasse le richieste. Così venne fondato il Bureau International des Expositions, organizzazione intergovernativa istituita tramite la Convenzione concernente le esposizioni internazionali conchiusa a Parigi nel 1928.

Parigi 1931

La prima expo che seguì fu quella di Parigi del 1931. Fu l’expo delle Colonie. La Prima Guerra Mondiale aveva cambiato la carta geografica del mondo, in particolare dell’Africa che era stata spartita quasi interamente fra Francia e Regno Unito. La fiera rappresentò il nuovo ordine coloniale.

Gli inglesi non parteciparono, pertanto l’expo fu mutilata del grande affresco dell’impero britannico: si temeva che la manifestazione potesse trasformarsi in terreno di coltura per i germi anticolonialisti. Le altre potenze coloniali parteciparono tutte. Ma nessuna con un impegno forte come l’Italia. Al centro del grande padiglione costruito dall’architetto Armando Brasini era stata posta la Venere acefala rinvenuta nel 1913 a Cirene, oggi tornata in Libia. Altre sculture classiche scandivano il perimetro della sala.

Ogni colonia aveva il suo spazio e i visitatori compivano il giro del mondo, dai mari del Sud, ai Caraibi, dall’Africa, al Madagascar, al Tonchino. E a ricordare il ruolo delle missioni nel programma di civilizzazione del colonialismo furono costruite due chiese una protestante e una cattolica. Anche qui, come a Milano per l’acquario, un edificio fu costruito per durare: il Palais de la Porte Dorée, oggi Cité nationale della storia dell’immigrazione, situato a est di Parigi e aperto al pubblico nel 2007.

La sinistra aveva attaccato l’expo su “L’Humanité” con una dura requisitoria sui suoi significati, invitando a non visitarla e a visitare invece la contro-esposizione organizzata in una sede del sindacato.

Chicago 1933

Arriviamo così all’Expo di Chicago del 1933, ideata per la celebrazione dei cent’anni della creazione della municipalità di Chicago e nello stesso tempo per infondere allegria e speranza in quegli anni bui della Grande Depressione. Le difficoltà indotte dalla crisi sconsigliarono a molti governi di affrontare le spese per presentarsi a Chicago. Non fu così per l’Italia che decise di impegnare il meglio delle sue forze per mostrare che gli italiani erano non solo artisti, ma anche scienziati.

L’aviazione fu il fulcro della fiera: in cielo si svolsero competizioni ed esibizioni aree di ogni tipo. Molto ammirate le evoluzioni dell’aereonautica italiana di Italo Balbo.

A monito di un futuro tutt’altro che allegro stavano però il dirigibile tedesco Zeppelin con le svastiche e l’assenza dell’Unione Sovietica.

Parigi 1937

Le minacce che si avvicinavano al mondo furono ancora più tangibili a Parigi nel 1937. Questa expo fu infatti l’ultimo atto del rituale della pace e del progresso prima del disastro.

I padiglioni dominanti furono quelli della Germania e dell’Unione Sovietica che si fronteggiavano l’un l’altro. In una posizione infelice si trovava invece il piccolo padiglione repubblicano spagnolo, opera dell’architetto Josep Luis Sert, rifugiatosi a Parigi per sfuggire alla guerra civile, che ospitava il dipinto Guernica di Picasso, eseguito appena dopo i bombardamenti tedeschi e italiani sulla cittadina. Guernica, che Picasso non volle andasse in Spagna prima della fine della dittatura di Franco, fu ospitato al Moma di New York dove rimase fino alla morte di Franco (1975), quando fu portato in Spagna.

Roma (1941)

Torniamo ora in Italia, a Roma, per l’expo che non ebbe luogo. Nel 1935 la delegazione italiana presso il Bureau International des Expositions chiese di poter organizzare l’expo a Roma nel 1941. L’idea era di fare una esposizione fuori della città, su un terreno da recuperare, tra Roma e il mare, il polo dell’espansione a sud ovest della città. Si voleva il primato della vastità e un’esposizione non effimera, bensì stabile: ovvero edifici costruiti in materiali durevoli. In proposito ricordo che il progetto di esposizione durevole verrà ripreso dopo la Seconda guerra mondiale: a cominciare soprattutto dalle esposizioni di Genova 1992 e Lisbona 1998.

A Roma i lavori procedettero a ritmo sostenuto. Ma l’expo venne spostata al 1942, e infine sospesa per la guerra. L’area interessata prese il nome di EUR e agli edifici costruiti se ne aggiunsero altri dopo la guerra. Attualmente l’EUR è zona residenziale e sede di uffici pubblici e privati, tra cui il Ministero della Salute, quello delle Comunicazioni, quello dell’Ambiente, la Confindustria, la sede centrale dell’Eni e quella delle Poste Italiane.

Bruxelles 1958

Situazione incerta, al pari di quella dell’Expo di Roma, sembrò avere l’Expo di Bruxelles che avrebbe dovuto tenersi nel 1955, ma che fu spostata al 1958 a causa della Guerra di Corea e della prima fase della Guerra fredda. Tema dominante dell’Expo fu l’energia atomica, l’energia che, utilizzata contro il Giappone in guerra, avrebbe dovuto diventare energia di pace. Era un’illusione che durò qualche decennio (atom for peace, atomo per la produzione, per uso economico, produttivo), illusione che portò alla costruzione di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, soprattutto negli Stati Uniti, in Unione Sovietica, nel Regno Unito e in Francia. Una forma energetica molto discussa fin dall’inizio e ancor più oggi, dopo i gravi incidenti di Cernobyl nel nord dell’attuale Ucraina e di Fukushima.

Washington 1974

E ora vale la pena di soffermarsi su di un’expo di grande interesse, quella di Spokane, Washington del 1974: la prima che abbia avuto per tema l’ambiente. Era uscito due anni prima il Rapporto dell’MIT per il Club di Roma, i limiti dello sviluppo, che prevedeva un declino per l’umanità entro cento anni nel caso in cui non fossero stati ridimensionati tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento e delle risorse. E nello stesso 1972 le Nazioni Unite avevano decretato il 5 giugno giornata mondiale dell’ambiente. Si tenga presente che la decisione della cittadina di Spokane di tenere l’expo era stata fatta prima dell’uscita del volume del Club di Roma e che fu il comune di Spokane a sospingere le Nazioni Unite a decretare il 5 giugno giorno dell’ambiente. L’Expo di Spokane dunque si pose all’avanguardia per quanto concerne le questioni ambientali. Lo studio del Club di Roma è stato aggiornato nel 2004 da Donella e Denis Meadows che ne hanno confermato le previsioni, mettendo in particolare risalto il degrado ambientale e la finitezza delle risorse.

L’expo si tenne sulle rive del fiume Spokane che era stato disinquinato allo scopo. Nel corso dei numerosi congressi sull’ambiente che ebbero luogo fu messa per la prima volta in discussione la concezione, fino ad allora predominante, che “bigger is better”.

Okinawa 1975

I temi ambientali furono ripresi all’Expo di Okinawa nel 1975. L’expo fu organizzata per la difesa del mare e della fauna marina e nello stesso tempo per ricordare la riconsegna dell’isola di Okinawa al Giappone da parte degli americani (1972), restituzione che avrebbe dovuto placare l’inimicizia tra i due paesi, inimicizia che invece durò ancora a lungo: un esempio di come le questioni legate alla Seconda guerra mondiale continuavano ad agitare il mondo, e come intanto si affacciassero, e non certo timidamente, quelle dell’ambiente e della finitezza delle risorse. Come si può immaginare i padiglioni dell’expo furono un susseguirsi di fauna marina, navi, barche, scienza e tecnologia. Il successo maggiore lo ebbe Aquapolis, la futura città sul mare, la più grande struttura galleggiante del mondo.

Genova 1992

I temi dell’ambiente non furono invece i principali a Genova nel 1992, sebbene ormai fossero questione ampiamente dibattuta in tutto il mondo: si pensi al Rapporto Brundtland (dal nome della signora norvegese Gro Brundtland presidente della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo), pubblicato nel 1987 con il titolo Our common future. Nel rapporto Brundtland venne per la prima volta formulato il concetto di sviluppo sostenibile, ossia un concetto relativo non solo all’ambiente ma anche, meglio soprattutto ai rapporti tra uomini e ambienti. Il concetto di sviluppo sostenibile metteva in luce un significativo principio etico: la responsabilità delle generazioni di oggi nei confronti di quelle future, toccando quindi almeno due aspetti dell’ecosostenibilità: il mantenimento delle risorse e l’equilibrio ambientale. Il 1992 fu pure l’anno del Summit di Rio de Janeiro, la prima Conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente. Rio siglò un accordo sui cambiamenti climatici che portò, a sua volta, alla stesura del Protocollo di Kyoto, sottoscritto nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005.

Genova fu soprattutto la celebrazione del cinquecentenario della scoperta dell’America, anche se portava un messaggio ambientale: proteggere le acque del mondo. Tutti i paesi esposero imbarcazioni o modelli di imbarcazioni, antiche carte nautiche, sottomarini. L’expo si svolse al Porto antico e permise la ristrutturazione della zona e della parte retrostante, su progetto dell’architetto genovese Renzo Piano. Le due principali attrazioni furono l’acquario e il grande bigo che fu inteso con una duplice funzione: da un lato di immagine e dall’altro strutturale (sostiene il tendone della piazza delle feste, situata nelle vicinanze). Il recupero dell’area è poi continuato negli anni seguenti.

Siviglia 1992

Un’altra expo in occasione del cinquecentenario della scoperta dell’America si tenne a Siviglia.

Lisbona 1998

Alle questioni ambientali tornò invece a rivolgersi l’Expo di Lisbona 1998 che toccò, al pari di quella di Genova, anche la risistemazione di parte della città e la costruzione di molte infrastrutture. Il sito fu scelto nella parte orientale di Lisbona. Rappresentò un passaggio dall’uso del territorio a scopo industriale a quello residenziale e ricreativo. La concezione di effimero che, come abbiamo visto, aveva dominato a lungo nelle expo precedenti, veniva ora sostituita da quella della stabilità. Il tema ufficiale fu: un patrimonio per il futuro, con lo scopo di celebrare gli oceani nel mondo e però anche il ruolo storico del Portogallo nell’età delle scoperte e l’arrivo in India di Vasco da Gama.

Molte delle infrastrutture costruite per l’expo sono state riconvertite. L’area utilizzata da Expo ha assunto il nome di Parco delle Nazioni, all’interno del quale è stato costruito un parco fieristico internazionale. Rimasto è l’Oceanario formato da 5 ambienti marini, la Torre di Vasco da Gama e infine un complesso di reti di trasporto. Queste strutture hanno modificato la città, dotandola di un profilo più internazionale e avvicinandola al mercato globale, rispecchiando così un nuovo aspetto del mondo moderno: quello della globalizzazione.

Aichi 2005

Grande successo ebbe anche l’expo di Aichi, 2005, dove si aspettavano 15 milioni di visitatori, e ne vennero 22 milioni, tra i quali moltissimi giapponesi. Il tema scelto era formulato in modo semplice e lineare: la saggezza della natura. Fu un’expo verde, all’insegna del ridurre, riutilizzare, riciclare. Le attività organizzate furono perlopiù ambientali e globali e diedero la conferma definitiva dell’importanza del Giappone in Oriente. Questo da un lato, dall’altro si facevano notare per la loro mole i due padiglioni del gruppo Toyota e del gas in netta contraddizione con il tema di expo verde.

Shangai 2010

Restiamo in Oriente con l’expo di Shangai, 2010. È quello che precede Milano, 2015. Anche nel caso di Shangai, come ad Aichi, abbiamo un tema formulato in modo semplice: better city better life, ovvero migliorare la qualità della vita in ambito urbano. L’intento era di discutere del problema della pianificazione urbana e dello sviluppo sostenibile nelle nuove aree cittadine, nonché quello del come effettuare le riqualificazioni nel tessuto urbano esistente. La tematica partiva dal presupposto che dal secolo scorso ad oggi la popolazione che vive nelle città è aumentata dal 5% a più del 50%. Alcuni padiglioni particolarmente attraenti furono quello degli Emirati arabi, le cui forme curvilinee riprendevano le dune del deserto; quello del Regno Unito fatto di migliaia di fili acrilici trasparenti che di giorno incanalavano la luce verso l’interno, e di notte verso l’esterno; e il Padiglione italiano costruito in cemento trasparente.

Da sottolineare ancora che a Shangai, come ad Aichi, si è trattato di un tema solo, a differenza di quello di Expo 2015 Milano, che è duplice e molto complesso (“nutrire il pianeta-energia per la vita”) e che si propone di includere tutto ciò che riguarda l’alimentazione e l’energia, dal problema della mancanza di cibo per alcune zone del mondo, a quello dello sfruttamento delle risorse naturali e dell’inquinamento dei suoli e dell’acqua, a quello dell’educazione alimentare, fino alle tematiche legate agli Ogm, nonché quelle legate alla finitezza delle fonti energetiche fossili, alla ricerca nel settore delle energie rinnovabili. Forse troppo. Si vedrà.

di Agnese Visconti

(tratto da: Agnese Visconti, “Da Londra 1851 a Milano 2015. Riflessioni sulle grandi esposizioni universali”, in Scienze e Ricerche n. 1, novembre 2014, pp. 40-44)

December 13, 2014

http://www.scienze-ricerche.i

 

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Un commento su “Storia delle esposizioni universali

  1. giuma56
    01/05/2015

    L’ha ribloggato su girobloggandoe ha commentato:
    http://girobloggando.blogspot.it/

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Questa voce è stata pubblicata il 01/05/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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