COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Expo 2015: mondi svelati.

Expo: mondi svelati.

“Luoghi dell’Infinito”, speciale di “Avvenire” (maggio ).

0 Expo - mondi svelati.

Si intitola “Expo: mondi svelati” lo speciale di maggio di “Luoghi dell’Infinito”. Il mensile di “Avvenire”, in edicola il 5,  punta l’attenzione sul grande evento milanese, raccontandone i risvolti culturali, etici e religiosi. Ad accogliere il lettore è il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che nel suo editoriale ricorda come solo attraverso dono e condivisione il cibo sa diventare davvero vita: “L’essere insieme è indispensabile alla vita quanto le proteine e calorie che alimentano il corpo. Inoltre nutrirsi, per gli esseri umani, è legato alla convivialità e all’ospitalità, aspetti costitutivi della comunità umana e, prima ancora, alla bontà, alla solidità e all’equilibrio delle relazioni primarie. Si comprende bene, allora, che il “pasto comune” – come, d’altra parte, il “digiuno” – siano qualcosa di prezioso e proprio di tutte le esperienze religiose. Essi esprimono, da una parte, la convivialità e l’ospitalità per così dire in modo orizzontale e diventano simbolo efficace della condivisione col divino”.

Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura, spiega poi, con un duplice viaggio attraverso il significato del cibo e del digiuno nella Bibbia, i motivi e il senso della presenza della Chiesa nei sei mesi dell’evento, “testimoniando – scrive – la volontà di partecipare ai dibattiti sulle questioni cruciali come quelle della custodia del creato e della disponibilità universale delle risorse del nostro pianeta. L’impostazione del padiglione della Santa Sede sarà, perciò, squisitamente ideale e sociale, fondata sul rilievo simbolico del nutrire e sulla dimensione antropologica e teologica del tema. Siamo, dunque, sulla scia del messaggio costante di papa Francesco che ribadisce spesso, come ha fatto nel Messaggio per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 2013, che «la sfida della fame e della malnutrizione non ha solo una dimensione economica o scientifica (…) ma ha anche e soprattutto una dimensione etica e antropologica»”.

Parlare di cibo significa però anche guardare in faccia al dramma della fame, che per il missionario Piero Gheddo (il cui testo anticipiamo in parte in questa pagina) resta la vera grande domanda. Tra gli altri spunti dello speciale c’è anche la dimensione architettonica di Expo: se Maria Antonietta Crippa racconta come la storia delle Esposizioni universali abbia coinciso con una sperimentazione che ha investito la dimensione urbana e l’immaginario degli abitanti, Leonardo Servadio ci conduce attraverso i padiglioni più scenografici di questa edizione. Expo 2015, infine, vuol dire Milano: ecco il servizio di Alessandro Gandolfi su una città che ha fondato la propria fortuna sull’acqua, e l’antologia a cura di Roberto Mussapi di poeti contemporanei che hanno cantato la metropoli “piantata” nel mezzo della pianura.

Beatrice Buscaroli racconta la mostra che a Brescia fa il punto sul rapporto tra arte e cibo. Infine Franco Cardini segue le trame, anche di sapori, della via della seta.

1. Dono e condivisione, solo così il cibo è vita.

Expo - mondi svelati 2. Spezzare il pane con il mondo

Cucinare è proprio della famiglia umana, prendere cibo insieme è uno dei momenti alti del vivere comune. Ogni tradizione e cultura ne ricevono un valore e un sapore che “nutrono” la persona in modo reale. L’essere insieme è indispensabile alla vita quanto le proteine e calorie che alimentano il corpo. Inoltre nutrirsi, per gli esseri umani, è legato alla convivialità e all’ospitalità, aspetti costitutivi della comunità umana e, prima ancora, alla bontà, alla solidità e all’equilibrio delle relazioni primarie.

Si comprende bene, allora, che il “pasto comune” – come, d’altra parte, il “digiuno” – siano qualcosa di prezioso e proprio di tutte le esperienze religiose. Essi esprimono, da una parte, la convivialità e l’ospitalità per così dire in modo orizzontale e diventano simbolo efficace della condivisione col divino. Dall’altra, segnano il cammino ascetico dell’uomo verso Dio, la sua volontà di abbandonare ogni affetto disordinato. Egli diventa in tal modo anche più solidale e sollecito col prossimo. Questi significati fondamentali si trovano, evidentemente secondo modalità specifiche, sia nella Pasqua ebraica, come gesto di memoria dei mirabilia Dei con il suo popolo, che nella prassi del digiuno propria del Ramadan, che nell’Eucaristia cristiana.

Per quanto riguarda il pasto comune come “convivio”, possiamo dire che in esso l’uomo compie, in modo paradigmatico, l’esperienza del bisogno, che si apre al desiderio, e della condivisione della fragilità e nell’ospitalità. Simbolo concreto di socialità giusta e di festa salvifica, nel convivio troviamo una sintesi dell’esperienza comune a ogni uomo che rispecchia l’ampiezza di senso dell’esistenza nelle sue ricche espressioni culturali e religiose.

La convivialità è, infatti, uno dei tratti essenziali dello stile di vita, che trova il suo fondamento proprio nella dinamica del riconoscimento e della reciproca narrazione. La figura omerica del ciclope Polifemo, che non riconosce la legge dell’ospitalità e perciò vive in modo ferino fuori dal consorzio umano, diviene paradigma d’ogni dissoluzione barbarica della convivenza umana. Questa, al contrario, ha alla sua radice la relazione come legame costitutivo, religioso (religio, re-ligatio), e ha la fiducia come attitudine fondamentale. Bene l’ha compreso la nostra tradizione lombarda che trova nelle pagine del capolavoro manzoniano una particolare espressione emblematica: «Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: “Padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d’amicizia”. E si mise per servirlo prima d’ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, – queste cose, disse, – non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire d’aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono» (I promessi sposi, IV).

È alla scuola del Vangelo che abbiamo imparato il legame tra il cibo, i fratelli e Dio stesso. È stato lo stesso Gesù, infatti, a educare i suoi discepoli alla percezione della misura compiuta del loro bisogno di cibo: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà (…) il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. (…) I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,27.33-34.49-51). Il dialogo tra il Signore e i discepoli non può non rinviare alla risposta di Gesù al tentatore: «Non di solo pane vivrà l’uomo» (Lc 4,4). Di che vive allora? La risposta di Gesù è la sua Eucaristia, il dono totale di sé: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Il pane che l’uomo desidera è Dio stesso che gli si offre in dono. Solo così egli può essere definitivamente saziato. I cristiani, partecipando ogni domenica all’Eucaristia, sono introdotti nella logica del dono come legge della vita. L’esistenza umana acquista allora una forma eucaristica, il culto umanamente conveniente (Rm 12,1).

di Angelo Scola

cardinale, arcivescovo di Milano

2. Spezzare il pane con il mondo

Expo - mondi svelati 1. Dono e condivisione, solo così il cibo è vita.

La Santa Sede è presente a Expo per ricordare il valore spirituale del cibo ma anche del digiuno.

Si chiamava allora “Great Exhibition of the Works of Industry of All Nations” ed era il 1851: in quella Esposizione internazionale a Londra l’allora Stato Pontificio, regnante Pio IX, era già presente con un suo padiglione che ricevette persino un premio. Da allora si dipanò un ideale filo costante che attraversò tutte le Esposizioni universali spesso con presenze imponenti e con opere d’arte straordinarie: si pensi che a quella di New York del 1964 fu inviata nientemeno che la Pietà di Michelangelo, che per la prima volta lasciava la basilica di San Pietro (per tutelarla da ogni eventuale rischio fu realizzata una “controfigura” in marmo di Carrara che poi rimase a New York, nel St. Joseph’s Seminary). Anche sotto Benedetto XVI nel 2008 la Santa Sede allestì un suo padiglione all’Expo di Saragozza sul tema dell’acqua.

È quindi naturale che essa sia presente anche all’Expo di Milano, testimoniando la volontà della Chiesa cattolica di partecipare ai dibattiti sulle questioni cruciali come quelle della custodia del creato e della disponibilità universale delle risorse del nostro pianeta. L’impostazione del padiglione sarà, perciò, squisitamente ideale e sociale, fondata sul rilievo simbolico del nutrire e sulla dimensione antropologica e teologica del tema. Non per nulla un duplice motto biblico farà da insegna alla struttura vaticana e ai molteplici eventi che si celebreranno durante i mesi dell’Expo: «Non di solo pane», frase anticotestamentaria (Dt 8,3) citata anche da Gesù (Mt 4,4), e «Dacci oggi il nostro pane», dal Padre nostro. I quattro punti cardinali tematici derivanti da quel motto saranno così espressi: un giardino da custodire, un cibo da condividere, un pasto che educa, un pane che rende presente Dio nel mondo.

Siamo, dunque, sulla scia del messaggio costante di papa Francesco che ribadisce spesso, come ha fatto nel Messaggio per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 2013, che «la sfida della fame e della malnutrizione non ha solo una dimensione economica o scientifica (…) ma ha anche e soprattutto una dimensione etica e antropologica». Inoltre, con l’eucaristia il cibo acquista un significato ulteriore di natura trascendente e religiosa….

di Gianfranco Ravasi

3. Fame, la grande domanda.

Expo - mondi svelati 3. Fame, la grande domanda.

I problemi, le tragedie, le responsabilità. Eppure garantire a tutti accesso al cibo è il vero senso del progresso.

Perché 800 e più milioni di uomini soffrono la fame? È la domanda che molti si fanno, ma non c’è una risposta semplice e univoca. Nei miei numerosi viaggi in paesi extra-europei ho visto quanto è difficile risolvere questa tragedia. Nel 1969 a Moroto, capitale della regione dei Karimojong nel nord dell’Uganda, nella vasta area cintata dei Comboniani si erano rifugiati più di mille indigeni, seduti per terra in attesa di avere acqua e cibo. Un anno di siccità e quasi senza raccolto li aveva portati a soffrire fame e sete. I pozzi della missione davano acqua e le riserve di mais e grano permettevano di sfamarli. Centinaia di uomini, donne e bambini scheletriti e sconvolti da dolori atroci, fino a non aver quasi più aspetto di persone umane. Ho pensato a Gesù crocifisso. Tutti quei miei fratelli e sorelle, quei bambini per i quali le mamme non avevano più latte, erano crocifissi e io mi sentivo impotente, quasi colpevole. Ricordo indimenticabile, come anche in India, Bangladesh, Somalia, Namibia, Mozambico, Burkina Faso… Pregavo e mi chiedevo: perché, o Signore?

Due sono le cause del sottosviluppo africano. Innanzitutto l’arretratezza dell’agricoltura e la corruzione delle élites locali. I paesi poveri non producono abbastanza cibo. Il senegalese Jacques Diouf, segretario della FAO, nel 2008 affermava: «Servono circa 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame». Ma poco prima avevo intervistato a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) l’arcivescovo cardinal Paul Zoungrana che diceva: «I soldi sono necessari, ma dati a un popolo che non ha la mentalità e la capacità di produrre con tecniche nuove, non creano sviluppo ma corruzione». Infatti, molti paesi africani hanno più del 50% di analfabeti, spendono il 2% del bilancio nazionale nell’agricoltura e il 20% nelle armi. In Africa sono aumentati gli abitanti (oltre un miliardo), ma in proporzione non la produzione agricola. Europa e Stati Uniti producono troppo cibo di base e le leggi limitano la produzione, ma l’Africa nera produce troppo poco cibo. I due motori dello sviluppo sono l’agricoltura e l’educazione……

di Piero Gheddo

4. Architettura per il futuro.

Expo - mondi svelati 4. Architettura per il futuro.

I padiglioni esplorano simboli e identità, ma soprattutto vogliono comunicare il meglio di ogni nazione.

Un intreccio di fasce bianche più o meno dense, come lembi di variato spessore, avvolgono l’insieme che poggia leggero, trasparente. Potrebbe essere un immenso bozzolo. E chissà che nel segreto della mente dei progettisti di Palazzo Italia per l’Expo 2015 (lo studio Nemesi di Roma, insieme con Proger di Pescara e Bms di Milano) non albergasse, oltre a quella esplicita dell’albero, anche quest’altra immagine: il guscio intessuto dal baco da seta. In questo caso il padiglione italiano si porrebbe come esempio di come la tendenza alla “globalizzazione” abbia sempre fatto parte della storia: infatti la seta giunse in Europa dalla Cina. A Firenze la coltura del gelso (l’albero su cui albergano i bachi) divenne fonte di ricchezza per molte famiglie nel basso medioevo e nel Rinascimento, quando l’Arte della Seta fu tra le più potenti. In quell’epoca lontana affonda la sue radici il prestigio che nel mondo gode il design tessile italiano, l’industria della “moda”. E, in coerenza col tema di Expo, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, nella bachicoltura si incontrano l’agricoltura e la capacità di trasformare i prodotti della natura per farne oggetto di cultura, di industria, di commercio…

Palazzo Italia resterà: simbolo e memoria di Expo 2015 nel tempo futuro, gli altri padiglioni saranno smontati e ricollocati altrove: riciclati, così da non generare scarti – come vuole l’attenzione ecologica che si sta imponendo nel mondo, quale parte significativa della cultura universale che proprio l’Expo, come “istituzione”, intende promuovere tra le nazioni……

di Leonardo Servadio

5. Laboratori urbani.

Expo - mondi svelati 5. Laboratori urbani. Padiglione Spagnolo a Expo Milano 2015

La cronologia delle Esposizioni segna tappe importanti della storia dell’architettura e della progettazione del territorio.

Di Expo 2015 a Milano subito si disse che sarebbe stata una Esposizione universale diversa dalle precedenti, meno concentrata sulla celebrazione aprioristica del progresso e attenta al rapporto finora problematico – nella concatenazione delle fasi di innovazione soprattutto tecnologica in cui siamo inseriti – tra nutrimento e vita. Come indica il tema “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”, il mondo intero si misurerà con le attuali urgenze ecologiche e con la volontà di contrastare l’ingiustizia globale che ha il volto di una fame, in senso letterale innanzi tutto, che attanaglia uomini, donne e bambini in più parti del pianeta. Il carattere, eminentemente espositivo e di pubblicizzazione di Expo, impone tuttavia, in ogni caso, la realizzazione di costruzioni che ospitino le diverse nazioni aderenti, impegnate nella comunicazione di significati non facilmente rappresentabili e tuttavia imperdibili, nei loro padiglioni. Nuove architetture, per lo più provvisorie, e ridisegno di ambiti territoriali saranno fattori importanti, oltre che occasione di incontri e scambi tra popoli, anche per l’Expo 2015. Com’è noto, l’Italia e Milano hanno già affrontato questo evento, benché con stimolo e sfondo ideologico diverso: l’Esposizione universale milanese del 1906, come del resto quelle europee e americane che l’avevano preceduta, a partire dalla prima londinese del 1851, ambivano a fornire l’immagine di un mondo nuovo in formazione, esito di un progresso che si riteneva globale, intrinsecamente positivo e aperto a inedite avventure. In esse, i contributi all’architettura, nel singolo edificio e a scala urbana, sono stati rilevanti: le Esposizioni hanno sempre occupato, infatti, vasti settori delle città e sono state occasioni eccezionali per costruzioni a carattere sperimentale, concepite come provvisorie ma poi, in qualche caso, conservatesi fino a oggi……

di Maria Antonietta Crippa

6. Milano città liquida.

Milano, a detail of Sforzesco Castle with water from the fountain

Storie della metropoli che fondò la sua fortuna sull’acqua

«Non si preoccupi, poi le trote le ributto dentro» sorrideva il signor Riccardo seduto sul suo sgabellino pieghevole. Qualche anno fa, all’alba, il pensionato milanese scendeva sempre a pescare nella darsena. Chissà se potrà mai tornarci, dopo che i lavori in corso l’avranno trasformata in una «nuova piazza, con meno auto – ha assicurato Maria Carmela Rozza, assessore ai Lavori Pubblici della giunta Pisapia – e più spazio per barche, alberi e pedoni». Un tempo il decimo porto più trafficato d’Italia, la darsena è un luogo del divertimento da decenni: il commercio ha portato bar e osterie, e poi mercatini, mostre di pittura, turisti in vicolo dei Lavandai e musica dal vivo sui barconi ormeggiati lungo il Naviglio Pavese, quegli stessi barconi che fino agli anni Settanta scaricavano sabbia. «Bisognerebbe scoperchiare i Navigli e tornare ai tempi di Stendhal» suggerisce da tempo Dario Fo, ricordando una Milano che non esiste quasi più. La Milano descritta da Montanelli «delle fosse, delle darsene, degli scricchiolanti ponti di legno». I Navigli vennero coperti in gran parte agli inizi del Novecento e in molti, poi, se ne sono pentiti. Perché Milano è una città d’acqua, anche se non è attraversata da un fiume. «È un paradosso – esordisce l’architetto Pietro Lembi, autore del libro Il fiume sommerso (Jaca Book, 2006) – perché pure essendo lontana dai grandi fiumi, la città è ricca d’acqua. In fondo il toponimo deriva da mid-land, “terra di mezzo”, in mezzo ai fiumi Adda e Ticino. E poi un fiume che attraversa Milano in realtà esiste. È sommerso, alimentato da una falda profonda che mescola le acque dei ghiacciai con quelle rimaste intrappolate milioni di anni fa, quando l’Adriatico arrivava fin qui»……

di Alessandro Gandolfi

7. La tavolozza è imbandita.

Expo - mondi svelati 7. La tavolozza è imbandita.

Il rapporto tra cibo e arte investe il senso che la storia ha dato all’alimentazione. Una mostra a Brescia lo racconta.

L’universo esiste soltanto per la vita, e tutto ciò che vive si alimenta, scrisse nel 1825 Anthelme Brillat-Savarin, politico, magistrato e gastronomo francese, nella sua Fisiologia del gusto. Il cibo parla, è in grado di raccontare la natura dei rapporti sociali, di spiegare la loro evoluzione all’interno di un universo simbolico che è eminentemente legato alla comunicazione e in particolare alle nostre azioni del vedere e del gustare. Nei sensi coinvolti dal cibo, infatti, si confrontano insieme un’azione a distanza (la visione) e una di controllo, di relazione fisica tra i corpi (il gusto). Le parole del cibo sono costituite dunque tanto dalla sua composizione, ossia da quella sua “architettura” che è la presentazione, quanto dalla loro trasformazione, dalla consumazione, dall’articolazione con la quale la cerimonia del nutrirsi si esplica.

Se Claude Lévi-Strauss ha indagato l’alimentazione come momento costitutivo della rappresentazione sociale, elemento basilare dell’antropologia culturale, occorre tener presente che, oltre a questo, il cibo è il terreno sul quale si confrontano ideologie dell’alimentazione e strumenti del suo consumo, ed è anche referente di un processo di comunicazione che, nel corso degli ultimi duecento anni, si è enormemente complicato. Brillat-Savarin, infatti, scrive la sua Fisiologia dopo la Rivoluzione francese, allorché cominciano a delinearsi due alternative, due modalità dell’idea alimentare: da un lato il cibo inteso come superfluo, dall’altro il cibo inteso come insignificante. Nel primo caso, il cibo è vissuto come rappresentazione, o come autorappresentazione, indicazione di uno status ma insussistente al gusto: è dunque come oggetto che viene visto e osservato. Nel secondo, viene invece inteso come pura necessità. Anche in questo caso non conta – alla lunga – ciò che si mangia, ma la funzionalità del consumo: il cibo altro non diventa, almeno tendenzialmente, che carburante per la macchina del corpo……

di Beatrice Buscaroli

8. Michelangelo, la morte è una madre.

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Michelangelo Buonarroti, Pietà Rondanini (1552-1564), marmo. Dal 2 maggio la scultura è visibile nella nuova collocazione nell’ex Ospedale Spagnolo del Castello Sforzesco, a Milano (Scala).

La Pietà che stava nel romano Palazzo Rondanini e che il Comune di Milano comprò nel 1952 per destinarla al Castello Sforzesco, è l’ultima opera di Michelangelo. A lei il Maestro dedicò gli ultimi pensieri e le ultime ore della sua vita. La testimonianza è di Daniele da Volterra, che gli fu vicino alla vigilia della morte. È il febbraio del 1564, l’ottantanovenne Michelangelo è solo nella casa-studio di Macel de’ Corvi mentre fuori, per le strade di Roma, infuria il Carnevale e Daniele da Volterra così scrive: «Egli lavorò tutto il sabato, che fu inanti al lunedì che si ammalò; lavorò tutto il sabato della domenica di carnevale, e lavorò in piedi, studiando sopra quel corpo della Pietà». “In piedi” e “studiando”: le due espressioni non sono scelte a caso. “In piedi” perché il confronto con l’arte è, appunto, un duello, un indomito affrontamento; “studiando”, a significare che per Michelangelo l’espressione figurativa è stata sempre, fino all’ultima vigilia, ricerca, rovello mentale, strenuo sperimentalismo.

La prima interpretazione critica documentata della Rondanini ci arriva da una fonte del tutto imprevedibile. L’autore non è un artista e neppure uno storico dell’arte ma un oscuro burocrate, un piccolo funzionario del Tribunale di Roma. Il 19 febbraio 1564, il giorno dopo la morte di Michelangelo, per mandato del governatore, viene stilato l’inventario delle cose esistenti nello studio dell’artista. Si capisce perché. Il personaggio appena defunto era l’artista più celebre d’Italia e d’Europa. Le sue opere, anche quelle non finite, al pari dei bozzetti e dei disegni, avevano un alto valore di mercato, collezionisti e amatori di gran rango si contendevano le testimonianze della sua arte. L’adempimento ordinato dal Tribunale, niente più che un elenco a uso giudiziario e quindi veloce e sintetico come sempre in questi casi, era dunque necessario. Ma ecco come l’impiegato in questione descrive la Rondanini: «Un’altra statua principiata per un Christo con un’altra figura di sopra, attaccata insieme, sbozzata e non finita».

Il funzionario del governatore è così sommario nella descrizione (e forse così imperito) che non arriva neppure a definire correttamente l’iconografia, eppure scrive che quelle figure, sbozzate e non finite, sono “attaccate insieme”. Il cuore poetico della Rondanini sta tutto qui, in quel corpo di Cristo che si “attacca” alla Madonna come per annullarsi in lei, come per rientrare nel grembo materno. La faticata elaborazione della scultura oggi a Milano puntava a questo obiettivo, un obiettivo al quale Michelangelo si è avvicinato per gradi, attraverso un lungo numero di anni, procedendo per mutilazioni crudeli, per drastici rifacimenti, assottigliando e scarnificando il gruppo plastico fino a dargli l’aspetto che conosciamo.

Ancora alla vigilia della morte Michelangelo “studiava” (per usare l’espressione di Daniele da Volterra) affinché quell’idea (il Cristo che fa tutt’uno con la Madre, le due figure l’una all’altra attaccate) arrivasse all’ultima perfezione.

Il rapporto della Madre con il figlio è un argomento costante nella poetica dello scultore. Lo aveva affrontato per la prima volta nella Pietà di San Pietro, firmata e datata al 1499, quando aveva ventiquattro anni. Ci torna sopra nei suoi anni tardi, dominato dal furore e dalla “incontentabilità”, nella Pietà oggi nel fiorentino Museo dell’Opera del Duomo.

Ora, al termine della vita, torna per l’ultima volta sull’argomento. Si dice che quando un uomo sta per morire ritorni miracolosamente bambino. Nel flashback vertiginoso della vita che si consuma, le ultime immagini appartengono all’infanzia remota, gli ultimi pensieri sono per la madre. Il pensiero semplice e antico della morte come ritorno alle origini e quindi alla madre, occupava la fantasia del quasi novantenne Michelangelo: vicino a morire e solo, nell’inverno del 1564, di fronte alle due figure “attaccate insieme”.

Questo non esclude il pensiero religioso profondo, vera e propria teologia d’avanguardia, che abita la Pietà Rondanini. Più che mostrare il sacrificio, l’ultima scultura di Michelangelo mostra lo stato spirituale che dal sacrificio di Cristo discende. L’umana sensazione, consolante e pietosa, della morte come ritorno alla madre, non contraddice la riflessione sul cristiano transito «dalla orribil procella in dolce calma».

di Antonio Paolucci

9. Gelato, una storia da brivido.

ANTICHI SAPORI.

Esistono infinite leggende sulle origini del gelato: ma in fondo il mischiare neve o ghiaccio con succhi di frutta doveva apparire abbastanza facile. Acqua ghiacciata e sciroppi di frutta raffrescati con la neve erano gli ingredienti di una bevanda diffusa in tutto il Vicino Oriente, detta in persiano sharbat e in turco sherbet (dall’arabo sharba, “bibita”, e shariba, “bere”).

Furono probabilmente gli arabi di Siria, di Spagna e di Sicilia a giocare un ruolo fondamentale nell’invenzione e nella diffusione di questa bevanda-alimento. Il Saladino, dopo la vittoria di Hattin del luglio 1187, offrì a un prigioniero illustre vino, o sciroppo d’uva, rinfrescato nella neve. I sorbetti di arance e limoni mischiati alla neve dell’Etna e addolciti col miele erano ben noti, come quelli all’estratto di “scursunera”, il gelsomino. La neve e il ghiaccio raccolti durante l’inverno venivano immagazzinati in depositi sotterranei e ricoperti da strati isolanti di paglia, per attingervi nella stagione calda.

Il gelato moderno nasce comunque dal morbido composto del sorbetto con il latte. Si dice lo inventasse, nel Cinquecento, il fiorentino Bernardo Buontalenti; sarebbe stato esportato nella corte di Francia da Caterina de’ Medici, che nel 1533 aveva sposato Enrico II di Valois. Fu un altro italiano, il palermitano Francesco Procopio dei Coltelli, a trasformare un’abitudine di corte in una moda sociale: trasferitosi a Parigi intorno al 1660 vi fondò il celebre e tuttora esistente Café Procope, in cui si consumavano sorbetti e gelati dai gusti vari.

Nel Nuovo Mondo il gelato fu diffuso fra le élites del secondo Settecento sembra grazie alla genovese famiglia Bosio. La prima gelateria fu aperta a New York nel 1776. Più tardi nel New England Nancy Johnson inventò e brevettò fra il 1846 e il 1848 il freezer, che sarebbe stato perfezionato da Clarence Vogt negli anni Venti del secolo successivo; nel 1851 Jacob Fussell fondò uno stabilimento per la produzione industriale di gelato a Baltimora.

Nella sua versione industriale il gelato fece ritorno in Europa grazie all’Esposizione universale di Parigi del 1900. L’italiano Vittorio Marchionni nel 1903 brevettò il “cono” da passeggio: un cestino di pasta biscottata da riempire di gelato. È invece americano il gelato “sullo stecco”, o eskimo-pie. Originariamente chiamato I-scream-bar (più o meno “barretta da urlo”: un gioco di parole con ice cream), venne inventato da Chris Nelson, dello Iowa, negli anni Venti. La glassa nacque dall’intenzione di unire al gelato una barretta di cioccolato.

di Franco Cardini

10. Virgilio a Milano

PARTENZE.

Scoprii Milano nel cuore di una primavera infinita. O così mi sembrava in quell’anno intenso, in cui cominciai finalmente a vedere con occhi nuovi questa grande città del Nord, verso la quale – in modo un po’ provinciale – nutrivo una certa timorosa diffidenza. Avevo girato Parigi a piedi e in metropolitana con molto fervore, e anche abitato ad Amburgo; Roma mi era familiare, ci vivevano i nonni, e aveva così tante facce, tante strade, tante sorprese. Milano mi era più estranea. La immaginavo monocroma, avvolta nei vari toni del grigio.

Ma quella volta ci andavo con uno scopo e una meta: occuparmi dell’archivio privato di Neera, la più milanese delle scrittrici italiane, conservato con cura attenta dal nipote Corradino Martinelli. Lei, la bella signora dagli occhi nerissimi che amava la nebbia e le piogge del Nord, orgogliosa della sua città che descrisse con amorosa ironia, e lui, l’ottantenne custode delle memorie di lei, intrecciate a quelle della stessa amata città.

Diventammo presto grandi amici. Lui fu per me il vispo Virgilio che conosceva a memoria il percorso di tutti i tram, autobus, linee della metropolitana. Insieme ci muovevamo da un mezzo all’altro, e lui non si perdeva e non sbagliava mai: io mi lasciavo trasportare e mi divertivo pazzamente. Seduti vicino, parlavamo fitto fitto di quello che si vedeva e di quello che lui vedeva con gli occhi della memoria, oltre i bombardamenti e le distruzioni del dopoguerra. Faceva apparire come in un rilievo la nervatura antica della città, e poi il suo ampliarsi di capitale. Da San Simpliciano a Porta Romana, dalle facciate liberty alle piccole chiese nascoste, alla maestà del Duomo, dagli angoli segreti della Galleria, un po’ troppo vistosa nel suo orgoglio umbertino, alla mole assira della Stazione Centrale, mi fece scoprire le cento nascoste bellezze delle strade, dei giardini e dei palazzi di Milano.

E poi mi raccontò, in lunghi pomeriggi davanti a tè molto leggeri, come ci si viveva alla fine dell’Ottocento, com’erano mescolate le classi sociali, e come ogni casa signorile fosse circondata da abitazioni popolari, nella varietà di tanti mestieri, dal fabbro alle lavandaie, dal panettiere al verduraio. Parlava spesso in un dialetto limpido e difficile, usando con naturalezza espressioni e proverbi che mi ricordavano Carlo Porta: ma non erano citazioni, quello era proprio il suo modo di esprimersi, alternando le lingue per ottenere la massima efficacia.

Abitava vicino a via San Vittore: e man mano che passavano i mesi e io ritornavo all’archivio, quella zona cominciai a sentirla come casa, da Sant’Ambrogio a piazzale Baracca, e un po’ alla volta la città divenne ai miei occhi colorata e vivace, nel flusso costante del suo instancabile respiro.

di Antonia Arslan

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Questa voce è stata pubblicata il 06/05/2015 da in ITALIANO con tag , .

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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