COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA – Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION – A missionary look on the life of the world and the church

Luoghi dell’Infinito (4)

L’arte della tavola.

Come in una sorta di seguito dello speciale di maggio dedicato a Expo, “Luoghi dell’Infinito” di giugno – tanto è importante il tema – allarga la riflessione su “l’arte della tavola”. È dunque la dimensione culturale e spirituale del cibo al centro dello speciale del numero in edicola da martedì 2.  Pierangelo Sequeri nel suo editoriale riflette sulla convivialità come una necessità dell’uomo, che però la cultura estetizzante del cibo sta depauperando dei valori più profondi: «La convivialità trasforma il cibo che ci passiamo affettuosamente l’un l’altro nel simbolo di un nutrimento reciproco. Fa riaffiorare in noi il gesto con il quale siamo stati accolti nella vita. E fa rivivere il desiderio di trattenerci in essa, conquistandoci l’ospitalità dell’amore». Enzo Bianchi affronta invece un viaggio nella Bibbia, ricca di riferimenti al cibo e all’atto di mangiare. Il priore di Bose sottolinea la libertà concessa da Dio nell’alimentazione e nell’uso della natura, sia subordinata a un patto: «Dio fa dunque questo dono di creature buone e salutari, un dono che certo chiede all’uomo responsabilità, consapevolezza di ciò che mangia, rispetto per il cibo e condivisione, perché tutte le creature sono destinate a tutta l’umanità, non ad alcuni privilegiati o rapinatori».

Puro e impuro sono interpretazioni proiettate dall’uomo sul cibo e quindi sulle persone: separazioni che Gesù, amante della tavola, cancella per sempre. Due ampi servizi di Franco Cardini esplorano ambiti che hanno tra loro diversi punti di contatto: la lenta presa di coscienza dei gusti “degli altri”, ossia l’incontro, spesso choccante, con le tradizioni legate all’alimentazione delle civiltà non occidentali, e il legame tra cibo e monoteismi: i riti, le consuetudini, i tabù alimentari, le ricette e le tavole imbandite. In apertura della sezione dello speciale dedicata alle arti, Timothy Verdon offre un’ampia panoramica sull’iconografia dell’Ultima Cena, con una particolare lettura della sua funzione in ambito liturgico. Antonio Paolucci analizza la prima “natura morta” della storia: un magnifico mosaico pavimentale in cui un artista greco ha rappresentato a grandezza naturale i resti di un banchetto. Un’opera tra illusionismo spettacolare e melanconica riflessione sul fuggire della vita. Le fotografie di Pepi Merisio sull’Italia del convivio offrono il destro a Ulderico Bernardi per un’analisi di come il boom economico abbia rivoluzionato le abitudini alimentari degli italiani, cancellando la fame atavica ma scardinando anche il tempo della famiglia attorno alla tavola. Sono invece le nature morte alla fiamminga scattate da Mauro Davoli il corredo di immagini dell’antologia poetica, da Omero a Derek Walcott, curata da Roberto Mussapi. Alessandro Zaccuri, infine, racconta come attorno al cibo e ai suoi significati ruotino grandi capolavori del cinema.

L'arte della tavola 1. Conviviali perché nessuno basta a se stesso

1. Conviviali perché nessuno basta a se stesso
di Pierangelo Sequeri

Pranzare o cenare insieme non è la stessa cosa che mangiare contemporaneamente. Se questa differenza sbiadisce, la convivialità è persa. E guardate che non c’è altro posto in cui può andare. Sarà persa, e basta. Ma c’è un’altra soglia a rischio. È quella in cui il piacere del cibo e l’apprezzamento della sua preparazione, che ci arrivano come un dono aggiunto della sua condivisione, si armonizzano con il piacere della convivialità che autorizza, anche fra estranei, a commentare la vita in termini reciprocamente ospitali, confidenziali, gentili.

La cultura del nutrimento esibisce oggi un grado di sofisticazione e di estetizzazione, che tende a sequestrare tutto il valore della convivialità, incoraggiando a coltivare la nostra competenza sull’arte del cibo, svuotando quella del convivio. Stare insieme per mangiare o mangiare per stare insieme? Non sarebbe un’alternativa, ma lo sta diventando. Le trasmissioni dedicate alla preparazione del cibo si moltiplicano, con grande successo a quanto pare. L’orizzonte della convivialità non ne riceve il minimo apporto.

Esso potrebbe tuttavia ricevere il suo compenso (accettiamo pure la divisione dei compiti) nell’esemplarità di esperienze di conversazione che non rimangano inchiodate alla bassa cucina della politica e del gossip. Non ce ne sono quasi più, di conversazioni che nutrono. Lo standard medio dei cosiddetti talk show impone di rivalutare i proverbiali discorsi del bar sport e della bocciofila. Il piacere della conversazione ci è diventato un oggetto ignoto. Il piacere del cibo si sottrae e ce ne distrae.

I legami famigliari e quelli dell’amicizia dovranno ridiventare intransigenti, su questo punto. Reinsediare e allargare i tempi e gli spazi dell’habitat – ironizzando quanto basta sul bivacco fast food e sulle cene di corporazione che l’hanno sostituita – alla felice alleanza dell’arte della conversazione con il miracolo della convivialità. La convivialità trasforma il cibo che ci passiamo affettuosamente l’un l’altro nel simbolo di un nutrimento reciproco. Fa riaffiorare in noi il gesto con il quale siamo stati accolti nella vita. E fa rivivere il desiderio di trattenerci in essa, conquistandoci l’ospitalità dell’amore.

Il nutrimento è il grado zero di quella promessa, la sua radice irrevocabile: ma contiene molto altro che vi deve essere coltivato. La cultura della convivialità restituisce al simbolo del nutrimento il suo contesto più proprio, che è quello dell’umanità ospitale, senza il quale nessuno viene al mondo e nessuno ci può rimanere. La convivialità rafforza anche il giusto sentimento della dipendenza reciproca, che siamo fatalmente tentati di rimuovere. Ma nello stesso tempo, ci riconcilia con il fatto che, non appena prendiamo coscienza di non bastare a noi stessi, riceviamo doni insostituibili di fraternità: e siamo messi in grado di farne a nostra volta. La convivialità accende l’esperienza – altrimenti incredibile – di un legame al quale non possiamo sottrarci, come il pane quotidiano. E la trasforma in un’esperienza di libertà alla quale non potremmo rinunciare, senza perdere l’anima.

Il legame con il Signore, non per caso fu affidato al contesto della Cena con gli amici: che grazie al miracolo del pane e del vino, non dovranno sentire nemmeno la morte come una perdita del legame. Consumare la Cena con Lui per imbandire la propria vita come un nutrimento e rimanere gli uni per gli altri come un nutrimento: questo il suo comandamento. Ripetere questa convivialità, scambiando sempre di nuovo parole con Lui, crocifisso e risorto, è il modo per non rendere vano il suo sacrificio e custodire il sacramento nel quale esso ci nutre per la vita eterna.

La convivialità del Signore ci tiene in vita, già ora, letteralmente. Miracolo di Dio nel miracolo dell’umana ospitalità, come a Emmaus. Miracolo che riscatta il tradimento consumato nel segno del mangiare insieme, che fa lampeggiare la sua pura perversione. Perdere la convivialità affamerà il pianeta: del pane come della parola. Tradirla, rende gli uomini spregevoli. Ma se la custodiamo, tutto ridiventa possibile.

Cena in Emmaus, Caravaggio, Merisi Michelangelo, detto il Caravaggio

2. E Dio disse: buon apetito
di Enzo Bianchi

Puro e impuro sono interpretazioni proiettate dall’uomo sul cibo e quindi sulle persone. Separazioni che Gesù, amante della tavola, cancella per sempre

Nel libro della Genesi, al momento di creare l’umano Dio dice: «Facciamo l’umano a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra» (Gn 1,26). Poi, dopo la famosa affermazione: «E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gn 1,27), si torna a ribadire: «Dio li benedisse e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra”» (Gn 1,28). Ma di quale dominio si tratta? Subito dopo, infatti, sta scritto: «Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero il cui frutto produce seme: saranno il vostro cibo”» (Gn 1,29). Parallelamente, agli animali della terra e del cielo Dio «dà come cibo ogni erba verde» (cf. Gn 1,30): la verdura. L’uomo dunque sarà solo pastore, non predatore. Vegetariano, rispetterà gli animali, sui quali dovrà sì dominare ma con dolcezza, senza essere mai per loro una minaccia né dare loro la morte.

È la catastrofe del diluvio (cf. Gn 6,5-8,14) che segna un cambio di comportamento. Proprio perché gli esseri umani si sono mostrati violenti come Caino, che si era spinto fino all’uccisione del fratello, allora Dio, tenendo conto di tale violenza, consente a che l’uomo si nutra anche di animali, nella speranza che almeno cessi la violenza dell’uomo sull’uomo. Dio afferma: «Quanto si muove sulla terra e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. Ogni essere che si muove e ha vita vi servirà di cibo» (Gn 9,2-3). Ma significativamente pone un preciso limite: «Soltanto, non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue» (Gn 9,4). È un chiaro segno della necessità di rispettare la vita: bere il sangue dell’animale è incorporare in sé la sua vita e ciò non è possibile, è oltre il limite!

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3. Così scoprimmo i gusti degli altri

La dimensione culturale del cibo è stata una lenta presa di coscienza, non priva di incontri choccanti

L’alimentazione, la qualità del cibo, i modi per procacciarselo, prepararlo, conservarlo e consumarlo, i rapporti tra alimentazione e altri aspetti della vita di una civiltà, le arti, le tecniche e le scienze che con tutto ciò hanno attinenza, il rapporto tra cibo, medicina e salute, sono stati a lungo oggetto solo di una “storia minore” che confinava con la curiosità e l’erudizione e che nella migliore delle ipotesi riguardava i folkloristi, gli “storici delle tradizioni popolari”. Nella cultura di derivazione “classica”, cioè greco-romana, i cinque sensi erano rigorosamente ordinati in una gerarchia di differente dignità a seconda della loro “spiritualità” o “corporeità”: pertanto ai due sensi più nobili, la vista e l’udito, venivano accostate le arti, la poesia e la musica, mentre tatto, gusto e olfatto venivano collegati a un più basso gradino, corrispondente alla materialità e alla corporeità delle sensazioni che provocavano e delle attività nelle quali erano coinvolti. Michail Bachtin ha coniato l’espressione “basso-materiale-corporeo” per tutto quello che riguarda il cibo, le attività sessuali, le funzioni corporee, le sensazioni a ciò in vario modo connesse. Questa lunga, tenace catena di pregiudizi estetici e culturali cominciò a mostrare delle crepe concettuali nella seconda metà del secolo scorso con la Nouvelle Histoire di Fernand Braudel e della sua scuola. In quell’ambito si inaugurarono – in un clima di interdisciplinarità tra scienze storiche e scienze umane, con riguardo particolare all’etnologia e all’antropologia culturale – nuove discipline che toccavano i campi, ad esempio, della “storia delle mentalità” e della “storia materiale”. In questo crocevia si situarono esperienze innovative di storie “dei cinque sensi”, con sviluppi sorprendenti, ad esempio nella direzione della “storia dei profumi e degli odori” inaugurata da Henri Corbin, e della storia non tanto “del gusto alimentare”, della gastronomia, della tavola e della tassonomia delle vivande quanto delle vere e proprie “strutture del gusto”, nelle quali fu maestro il geniale Jean-Louis Flandrin, affiancato da studiosi di straordinario valore quali Odile Rédon e Massimo Montanari……

Judaisme : une famille reunie pour celebrer la Paques juive Miniature tiree d'un Mahzor (livre de prieres en hebreu) 15eme siecle Parme, Biblioteca Palatina ******** ******** *** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

4. Dimmi cosa mangi, ti dirò cosa credi

Alla fine del Duecento Marco Polo notava a proposito dei cinesi che «mangiano ogni tipo di carne, anche di cane, e in generale di tutti gli animali»; oggi, scherzando ma non troppo, sono i cinesi a dire di se stessi che si nutrono di tutti gli animali che si muovono; e così sottolineano una millenaria mancanza di tabù alimentari, magari non totale, ma comunque molto ampia se messa a confronto con gli ambiti religiosi cui siamo maggiormente abituati. I monoteismi abramitici sono infatti densi di indicazioni e prescrizioni sulla ritualità legata al cibo: non solo proibizioni ma anche feste in cui si coagulano tradizioni su cosa sia opportuno o meno mangiare. Ci sono in particolare alcune fra queste celebrazioni che è difficile immaginare (se non per il nostro presente privo di norme, certamente per il passato anche prossimo) slegate da determinate preparazioni. La Pasqua è certamente la regina delle feste se si guarda alla ritualità alimentare.

«Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto: (…) Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: il 10 di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. (…) Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. (…) Osservate gli azzimi, perché in questo stesso giorno io ho fatto uscire le vostre schiere dal paese d’Egitto; osserverete questo giorno di generazione in generazione come rito perenne». Su questi passi dell’Esodo si fonda l’istituzione del Pesach, ossia della Pasqua ebraica, e la spiegazione del suo significato di “passaggio”. Pesach vuol dire infatti “passare oltre”; originariamente gli ebrei festeggiavano riti a carattere agro-pastorale nel plenilunio del primo mese lunare dopo l’equinozio di primavera (oggi la data è fissata al 14 nisan, equivalente del nostro aprile), sacrificando un animale del quale consumavano ritualmente la carne e spargendone il sangue a protezione dell’abitato. La festa passò poi a ricordare l’episodio biblico in cui Iahweh risparmia i primogeniti ebrei, uccidendo invece quelli egiziani, e “saltando oltre” le loro case grazie al sangue dell’agnello che ne contrassegna le porte.

di Franco Cardini

L'arte della tavola 5. L’Italia del convivio - Pantagruelica Italia

5. L’Italia del convivio – Pantagruelica Italia

Il boom economico ha placato la fame atavica e rivoluzionato le abitudini alimentari

Era ancora l’Italia dei negozietti, del pizzicagnolo sotto casa, della latteria e del macellaio. A una sola generazione dal cataclisma della seconda guerra mondiale il costume degli italiani non era mutato un gran che, almeno dal punto di vista della tavola e dei comportamenti alimentari. Ma già un gran movimento di emigrazione dal Sud al Nord annunciava, mescolando bisogni e stili di vita, che il mondo aveva fatto un nuovo giro. C’era nell’aria la voglia di togliersi tutti gli sfizi che la penuria bellica aveva represso. Quando il dramma, come nelle antiche età contadine delle carestie, era la mancanza di grassi. Che al nord voleva dire lardo e strutto per la minestra, e a sud olio d’oliva da versare su pane e cipolla. Nelle case degli italiani entrava prepotentemente la carne, ricchezza bramata dei giorni di festa.

Nei ristoranti si servivano porzioni abbondanti di pietanze tradizionali. Minestroni ben conditi, gnocchi e fiorentine da un chilo. Era il trionfo della quantità. Un risarcimento per i miserevoli pasti magri degli anni crudi. In quegli anni tra Cinquanta e Sessanta, il menù proponeva il tris di primi, con risotto dove non si lesinava il burro, pasticcio di lasagne che navigava nella besciamella, e a completare il tutto ravioloni alla panna. Per poi procedere sulla stessa linea di arrosti grassi e bolliti misti senza risparmio.

In altre epoche solo la gran mangiata nuziale (spesso ininterrotto pasto, mezzogiorno e sera, senza soluzione di continuità) era occasione straordinaria per rimpinzarsi. Un’esibizione di abbondanza a scopo propiziatorio. Ora, in quell’Italia del “miracolo italiano”, in pieno fervore di ricostruzione, l’enfasi mangereccia toccava il colmo. C’erano da scordare gli anni della cinghia tirata, le tessere annonarie, la borsa nera.

Se nel 1951 un cittadino italiano consumava in un anno 625 chili di alimentari, dieci anni dopo ne metteva in dispensa 850 e 1052 nel 1971, che salivano a 1100 chili negli anni Ottanta. Quando la sazietà, e la sicurezza di trovare larga disponibilità di cibo anche l’indomani, era infine raggiunta……

di Ulderico Bernardi

L'arte della tavola 6. Il canto regale del pane

6. Il canto regale del pane

Dal greco Omero a Derek Walcott, i poeti hanno esaltato il senso di profonda condivisione insito nel cibo

La scena dell’Odissea con cui si apre questa piccola antologia esprime pienamente, potentemente il senso del cibo a livello archetipico, il suo inscindibile legame con la vita dell’uomo. Nutrimento, necessità primaria, innanzitutto. Ma anche simbolo di comunione: il Simposio di Platone, Cristo che siede a tavola con i discepoli e spezza il pane da condividere, la felicità leggera, giovanile, con cui moltiplica il pane e i pesci alla festa nuziale. Il cibo è nutrimento non solo del corpo. Per questo chi ne abusa ne perde il significato, e Dante lo confina senza esitazione nell’inferno. Non fraintendiamo: Alighieri segue la logica (anche teologica) del poema, il che non significa che il goloso sia un peccatore infernale. Ma certo è un uomo che ha perso una percezione equilibrata della realtà, come il suo opposto, l’anoressico. L’amore per il cibo è amore per la vita: l’anoressia inizia con un rifiuto di una cosa, che adombra, e purtroppo spesso poi manifesta, un rifiuto più generale, se non assoluto. Una malattia che esige non solo cure, ma profonda affettività verso la vittima che si allontana, per cause misteriose, dalla vita.

Qui, in uno sfavillio compiutamente primitivo e moderno, quale è la meraviglia dell’Odissea nel suo insieme, vediamo il significato trionfale del cibo nella sfera più alta dello spirito. Ulisse, naufrago e morente, è trovato e soccorso da Nausica, la principessa dell’Isola dei Feaci, popolazione magica, leggera, ridente, immortale, ed è accolto alla reggia del padre, il re Alcinoo. Lo hanno lavato, unto, vestito e ora lo nutrono: come accede alla sala del trono Ulisse, bevuto il vino offerto copiosamente, taglia un pezzo della carne appena arrostita che gli è stata offerta e lo dona al cantore: anche se sono misero e sventurato, prima di toccare cibo ne offro a colui che con il canto e la poesia accompagna questo convito. A colui che dà senso al banchetto, al banchetto della vita, facendo sì che sia un rito di ospitalità, comunità, fraternità, e non una tavolata……

di Roberto Mussapi

Avvenire

 

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 12/06/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , , , , .

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San Daniele Comboni (1831-1881)

COMBONIANUM

Combonianum è stato una pubblicazione interna di condivisione sul carisma di Comboni. Assegnando questo nome al blog, ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e patrimonio carismatico.
Il sottotitolo Spiritualità e Missione vuole precisare l’obiettivo del blog: promuovere una spiritualità missionaria.

Combonianum was an internal publication of sharing on Comboni’s charism. By assigning this name to the blog, I wanted to revive this title, rich in history and charismatic heritage.
The subtitle
Spirituality and Mission wants to specify the goal of the blog: to promote a missionary spirituality.

Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
I miei interessi: tematiche missionarie, spiritualità (ho lavorato nella formazione) e temi biblici (ho fatto teologia biblica alla PUG di Roma)

I am a Comboni missionary with ALS. I opened and continue to curate this blog (through the eye pointer), animated by the desire to stay in touch with the life of the world and of the Church, and thus continue my small service to the mission.
My interests: missionary themes, spirituality (I was in charge of formation) and biblical themes (I studied biblical theology at the PUG in Rome)

Manuel João Pereira Correia combonianum@gmail.com

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