COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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FP Italiano 4/2015 – Crescita spirituale.

Crescita spirituale: leggi e tappe.
Michel Rondet

deserto
Testo word: FPit 2015-4 Michel Rondet – Crescita Spirituale
Testo PDF:  FPit 2015-4 Michel Rondet – Crescita Spirituale

Parlare di crescita spirituale significa trattare un tema importante. Importante in se stesso, per il posto che occupa in un itinerario spirituale che voglia essere fedele agli appelli ricevuti. E importante nel contesto culturale in cui viviamo. Un contesto che privilegia l’istante rispetto alla durata, l’esperienza immediata, la sua intensità, la sua sincerità rispetto all’esperienza riflessa, preparata, riletta. Ma non si cresce prescindendo dalla durata, dal tempo assimilato, dalla pazienza accettata. E un contesto quindi che favorisce il moltiplicarsi di esperienze svariate più che la crescita.

Questo non è senza conseguenza sul piano spirituale:

  • – si privilegia l’esperienza emotiva, il suo calore, la sua intensità;
  • – si cerca, più o meno coscientemente, la ripetizione di questo tipo di esperienze.

Al limite, si moltiplicano le conversioni, ma non si cresce. E questo è grave perché l’intensità stessa della conversione maschera spesso, per le persone e per i gruppi, il rifiuto di crescere.

E in questo contesto che cercherò di dire qualche cosa sulla crescita spirituale, le sue leggi, le sue tappe, in un giro di orizzonte abbastanza largo per definire il terreno e situare alcuni dei problemi principali del nostro tema.

I.  APPELLO ALLA CRESCITA

La prima parola di Dio all’uomo, quella che rimarrà fondamentale è un appello a crescere: “Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra” (Gn 1,28). Appello che si iscrive nella benedizione di Dio su tutte le cose, benedizione data a tutta la creazione perché cresca. Il primo gesto di Dio è di benedire la vita perché si sviluppi. Sant’Ireneo dirà che Dio ha creato l’uomo bambino perché cresca: “la gloria di Dio è l’uomo vivente”.

Se noi trasferiamo tutto questo in una prospettiva teologica, possiamo dire parafrasando Moltmann: Dio che è tutto ha rinunciato spontaneamente a essere tutto perché un altro esista, perché di fronte a lui ci sia questa alterità, che egli ha voluto libera, chiamata a raggiungerlo nella libertà dell’amore. E si può dire che, nel suo atto creatore Dio ha un solo progetto, un solo desiderio: la crescita dell’uomo nella libertà e nell’alleanza.

Tutta la storia dell’alleanza è segnata dagli interventi di Dio per salvare la vita, farla trionfare sulle potenze di morte. Ad esempio: dopo il diluvio, in occasione dell’esodo e del ritorno dall’esilio Israele è chiamato a crescere nella giustizia e nella fedeltà e mai le potenze di morte potranno soffocare la sua crescita. Dio interverrà:

  • – nell’esistenza di coppie sterili per suscitare la vita: Sara, Anna;
  • – nelle angustie dell’esilio per suscitare un liberatore;
  • – nella notte di Betlemme per dare al mondo la sua luce.

Di Gesù, la prima parola che i vangeli diranno è che cresceva in età e sapienza davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52). Questa frase è molto di più di un’osservazione edificante destinata a fare l’elogio di una famiglia santa, è un annuncio profetico che colloca Gesù nella scia dei fedeli all’alleanza, quei giusti che crescono come palme lungo corsi d’acqua (Ps 1). E i vangeli descriveranno la missione di Gesù, dal battesimo di Giovanni all’ascensione, come il cammino della luce che si è innalzata sul mondo, che è cresciuta, che si è velata un istante, prima di trionfare definitivamente della flotte il mattino di Pasqua.

La Parola di Dio è presentata come un seme gettato in terra, chiamato a crescere e a portare frutto (Lc 8). Il Regno di Dio è paragonato:

  • al lievito che fermenta la pasta,
  • alla messe che matura,
  • alla rete che si riempie,
  • alla sala delle nozze verso cui si dirigono gli invitati,
  • alla città che si costruisce.

Lo Spirito è colui che, nella chiesa, moltiplica il pane, la parola, il perdono, la pace.

Sono altrettante immagini che evocano l’idea di crescita.

La vita che cresce, che porta frutto, che trionfa della morte… è il segno di Dio; e inversamente, tutto ciò che aliena, distrugge, rende sterile è l’opera delle tenebre.

Cosi il primo “si” dell’uomo a Dio, il più fondamentale, è un “si” alla vita, alla crescita.

Crescere è la nostra prima vocazione cristiana: dire “si” a Dio, dicendo “si” alla vita, alla crescita. Ma questa vocazione non ha un esito scontato…

Israele esita davanti alla prova del deserto e comincia a rimpiangere la sicurezza della schiavitù (Nm 14; Es 16).

Pietro esita a camminare sulle acque, ad affrontare le potenze del male in mezzo alle quali è chiamato a essere pescatore di uomini (Mt 14,22).

Nicodemo è turbato di fronte alla chiamata a rinascere nell’acqua e nello spirito (Gv 3).

Il giovane ricco rifiuta di lasciare il bozzolo protettore delle sue ricchezze umane e spirituali per rischiare l’avventura della crescita. Egli resterà con i suoi desideri di adolescente (Lc 18,19).

Uomini e donne attorno a noi moltiplicano gli sforzi per non dover crescere…

Per paura di crescere, si rifugiano nella nevrosi o nella malattia: rimanere un bambino, farsi coccolare, ripetere, ricopiare, i gesti, gli atteggiamenti del bambino o dell’adolescente.

Per paura di crescere, si rifugiano nella legge: gli integrismi, i settarismi, i legalismi sono prima di tutto delle paure di crescere.

Per paura di crescere si rifugiano nel sogno o nella violenza: scordare il reale nel sogno o distruggerlo nella violenza sono due maniere antitetiche di rifiutare b scontro con il reale, di rifiutare di crescere.

Crescere, è sempre un rischio, una scelta; bisogna accettare di lasciare la tappa a cui si è giunti, correre il rischio dell’ignoto. E più frequente di quanto si creda incontrare delle vite che rifiutano di crescere:

  • che si fermano a una tappa della vita senza andare oltre,
  • che approfittano dei cambiamenti per regredire,
  • che travisano il vocabolario e gli atteggiamenti spirituali: spirito d’infanzia, di umiltà… per mascherare un rifiuto di crescere. E dunque, non inganniamoci, un rifiuto di Dio.

II.  LEGGI DELLA CRESCITA

1)  Crescere in una relazione

Non si cresce da soli, si cresce soltanto in una relazione: in risposta a un appello, accordando la propria fede a una parola. Un bambino diventa uomo solo in risposta alla parola dei suoi genitori che lo chiamano a crescere, a entrare in relazione con altri. Solo dando fiducia alla loro parola egli entrerà nella società degli uomini.

Colui che non ha relazioni vere non crescerà; e, parlando di relazioni, io penso tanto alle relazioni interpersonali quanto all’inserimento in gruppi o in comunità costituite. E stato detto che le età della fede coincidono con le età della relazione: capacità di fede adulta e di relazione adulta vanno di pari passo. Ciascuno di noi riproduce nella sua relazione con Dio le caratteristiche della sua relazione con gli altri: possessività o oblatività, aggressività o fiducia.

L’esempio dei santi ci ricorda che si cresce nella fede solo crescendo nell’amore e nella carità. Ora, l’amore cresce solamente se supera lo stadio fusionale e narcisista nel quale nasce. Si voleva, di due, diventare uno… perché si ha paura di rimanere soli. Si ama perché si vorrebbe essere amati. Ma l’amore merita questo nome solo quando tende a oltrepassare questo clima fusionale per diventare amore dell’altro in se stesso, nel rispetto e nell’accettazione della sua differenza.

Lo stesso succede della mia relazione con Dio. Incontrare Dio è sempre un’avventura piena d’imprevisti in cui occorre continuamente accettare di perdere colui che si credeva di aver trovato. Il desiderio stesso di Dio, se è profondo e vivo, mi condurrà a fare l’esperienza dell’assenza di Dio. La fedeltà alle esigenze dell’amore conduce i mistici a fare l’esperienza della notte. Gesù non ha forse detto ai dodici: “E bene per voi che io me ne vada”?

Crescere in una relazione, significa accettare le morti che l’incontro dell’altro mi fa vivere.

2)  Crescere in una storia

La crescita avviene soltanto nel tempo: accettato, riconosciuto, dominato; dunque nel rifiuto dell’immediatezza: nella rinuncia alla pretesa del tutto e subito. Il presente è senz’altro il luogo della conversione: “oggi è il giorno della salvezza”. Ma il presente assume un significato cristiano soltanto se è riferito a un passato di grazia e si apre su un avvenire di promesse. Per crescere nello Spirito bisogna vivere il presente nel ringraziamento e nella speranza; o, se si vuole, bisogna vivere i tre aspetti del tempo — passato, presente e futuro — nel far memoria, nell’accoglienza e nella speranza.

a) Il passato vissuto come memoriale

La tradizione spirituale è unanime nel sottolineare l’importanza della memoria. “Maria conservava fedelmente tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,51). Il memoriale è al centro della fede d’Israele: fare memoria dei doni di Dio, riconoscere Dio come colui il cui amore ci precede sempre, rileggere la propria vita come oggetto della benedizione di Dio, meravigliarsi di esistere nella grazia e nella benevolenza di Dio. Si tratta di scoprire il presente in questa continuità dei doni di Dio per coglierne la verità, la novità, l’originalità.

La crescita comincia con la memoria: è vero per gli individui e per i popoli sul piano culturale, è vero sul piano spirituale. Senza questa volontà di accogliere e di custodire i doni di Dio non c’è progresso spirituale possibile. Lo testimonia la tradizione cristiana che ha fatto nascere un genere letterario originale: l’autobiografia spirituale. Agostino, Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila e molti altri ne sono un esempio. Cedendo a domande o pressioni fraterne, hanno accettato di rileggere la loro vita alla luce di Dio. Hanno spesso incominciato questo lavoro a malincuore, temendo di impiegare male il loro tempo, temendo di soddisfare una vanità nascosta, ma tutti hanno testimoniato che questo sforzo è stato per loro sorgente di un vero profitto spirituale. Il ricordo del passato ha suscitato in loro un profondo senso di gratitudine e ciò che avrebbe potuto essere soltanto una autobiografia personale è diventato un canto di lode alla misericordia di Dio, il magnificat della loro vita.

b) Il presente accolto nella fede

Questo presente, che il memoriale iscrive nella continuità dei doni di Dio, dobbiamo accoglierlo come è, come ci è offerto con i suoi limiti e i suoi condizionamenti. Non c’è nemico più subdolo della crescita umana e spirituale dell’idealismo e dei suoi rifugi immaginari: si sogna la propria vita invece di viverla, si mette l’essenziale altrove e domani. Si sognano dei cambiamenti, di ripartire da zero invece di vivere l’oggi di Dio. La verità della crescita spirituale si riconosce dalla capacità dell’individuo di affrontare il reale quale è. Il reale è ciò che mi circonda con tutte le dimensioni: la mia personalità con tutte le sue componenti, il mio ambiente di vita, la chiesa nella quale sono chiamato ad accogliere il Vangelo…

Il reale, sono anche i miei limiti e il mio peccato. Non si va a Dio “nonostante” i propri sbagli, si va a Dio “con” i propri sbagli. E c’è crescita vera solo se passa attraverso l’umile accettazione dei propri limiti e del proprio peccato. Lo Spirito può raggiungerci nei nostri sogni, ma sarà sempre per condurci al quotidiano della nostra vita. Tutto ciò che ci distoglie dal quotidiano ci distoglie dallo Spirito di Gesù.

Questo significa inoltre che non c’è crescita spirituale in direzione opposta ai segni dei tempi come sono percepiti nella comunione dei santi. Si è talvolta abusato di questa nozione di “segni dei tempi”, dimenticando che si tratta di richiami dello Spirito. Dove riconoscerli meglio che nella familiarità con i santi di un’epoca? Di qui l’importanza, per crescere, di accogliere il presente partendo dalla corrente di santità che caratterizza una generazione e dalle convergenze che essa esprime. Non si potrebbe dire oggi che la santità del nostro tempo si riconosce in uno sforzo particolare per unire lotta e contemplazione, battaglia per la giustizia e testimonianza di fede?

 c) Il futuro atteso nella speranza

L’incontro con Dio apre sempre su una promessa, un avvenire… Ciò significa che esso suppone un rischio e una rottura. C’è crescita soltanto nella accettazione di un rischio, di una partenza. Bisogna lasciare qualche cosa per un avvenire… saper attendere, sperare nella fede. Occorre sempre dire di si a un dono e a un abbandono. Bisogna accettare di perdere la propria vita per trovarla. Ogni esperienza per quanto felice e appagante non è che un punto di partenza per una nuova ricerca, una nuova partenza.

Il Dio che dà un significato alla mia vita, il Dio che è luce e forza… il Dio che ho trovato, diventa il Dio assente che devo cercare ancora per trovarlo meglio. Questa assenza di Dio non sarà un ritorno al di qua dell’incontro, ma sarà un appello ad andare al di là. Ciò significa che c’è crescita solo attraverso crisi e distacchi…, perché in essi e soltanto attraverso essi noi possiamo aprirci all’avvenire di Dio. L’orizzonte delle promesse è sempre davanti a noi, ma noi siamo continuamente tentati di ridurlo all’orizzonte delle nostre speranze o dei nostri desideri, gretti e limitati nella loro stessa generosità.

III.  TAPPE DELLA CRESCITA

La psicologia ci ha resi attenti alle tappe di ogni tipo di crescita e quindi alle età della vita spirituale. La tradizione cristiana, da parte sua, aveva sviluppato uno schema che descriveva la progressione della vita spirituale attraverso delle tappe successive che si chiamavano: via purgativa, via illuminativa e via unitiva.

1)  Le tre vie

Questo schema che poteva essere considerato molto lineare, aveva il vantaggio di mettere in luce dei punti essenziali:

Purificazione. Crescere è diventare libero, liberarsi non tanto dai condizionamenti esterni, il che non è sempre possibile, ma da tutto ciò che può essere legame interiore: ciò che gli autori spirituali chiamavano le passioni dell’anima. Passioni egoiste, passioni tristi (il risentimento, l’invidia…), passioni di dominio (l’orgoglio, la sete di potere). Bisognava purificare il cuore, uccidere l’uomo vecchio con j suoi desideri perché potesse nascere l’uomo nuovo.

Questa ascesi purificatrice è fondamentalmente orientata verso una nuova nascita, una crescita, una risurrezione. Essa libera per la vita, per l’amore, per la pienezza sperata. Essa è fin dall’origine e rimane, nella sua priorità essenziale, ascesi di risurrezione.

Illuminazione. C’è crescita solo in una relazione, in risposta a una chiamata, a una parola. Ogni crescita spirituale suppone dunque la familiarità con Cristo, incontrato nella testimonianza dei Vangeli. Lo Spirito nel quale vogliamo crescere è lo Spirito di Gesù: quello che ha abitato in lui, che si è manifestato nelle sue parole, nei suoi gesti, nei suoi atteggiamenti. E necessario dunque aver contemplato Gesù, essersi impregnati del suo Spirito a tal punto che si possa viverne quasi naturalmente, discernendo in ogni cosa ciò che Gesù avrebbe detto e fatto.

La parola illuminazione esprime bene questo valore trasfigurante della meditazione del Vangelo che configura albo Spirito di Cristo. Non c’è crescita spirituale senza questo sguardo prolungato sul Vangelo in cui il nostro spirito si espone alla luce dello Spirito manifestato nella persona di Gesù.

Unione. Il traguardo della vita spirituale è l’unione nell’amore. Traguardo desiderato, e non mai raggiunto, di tutte le tappe precedenti, e che dà boro un significato, senza per altro sopprimerle, e che le costituisce nella loro verità. Se è perso di vista, ascesi e contemplazione rischiano di degenerare, di diventare delle tecniche di dominio o di coscienza di sé, orientate verso la realizzazione dell’io.

Quando, in contesto cristiano, si parla di unione con Dio, di via unitiva, occorre subito precisare che si concepisce questa unione in una prospettiva trinitaria. Si tratta di una unione di tipo sponsale e non fusionale, nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze. In seno alla comunione mistica più profonda, Dio resta Dio e l’uomo resta uomo. Come nella comunione perfetta delle persone divine, il Padre rimane Padre e il Figlio, Figlio. Ciò vuol dire che questa unione non deve essere pensata sul tipo della fusione, dell’assorbimento come in altri contesti mistici. E importante sottolinearlo al giorno d’oggi in cui vediamo rinascere, sotto diverse forme, delle mistiche unitive che concepiscono l’unione con Dio solo nell’assorbimento dell’uomo da parte del divino.

Presentando questo schema in tre tappe: purificazione, illuminazione, unione, già la tradizione faceva notare ciò che c’era di lineare e di concettuale. Si precisava che si trattava di tappe integrate più che di tappe successive: la purificazione resta presente, ma sotto altre forme, nel cuore stesso dell’unione.

Per quanto classico sia, questo schema non è esclusivo; alcuni mistici gliene preferiranno altri: le sette dimore di santa Teresa d’Avila, le tappe della salita al Carmelo per san Giovanni della croce o le quattro settimane degli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola.

Presentando un percorso non più lineare, ma dialettico incentrato sulla decisione libera, preparata e accompagnata, Ignazio sottolinea il carattere pasquale della crescita spirituale: essa passa attraverso morti e risurrezioni, sempre ricorrenti; e cos’i è crescita nello Spirito.

Altre presentazioni possono ancora aiutarci a cogliere il carattere dialettico di ogni crescita…

2)  Dalla religione alla fede e viceversa

Nati in una tradizione cristiana, la maggior parte di noi abbiamo ricevuto la fede in seno a questa tradizione. Per crescere siamo dovuti passare da questa tradizione a una FEDE personale, all’incontro con Gesù Cristo come colui che si rivolgeva a noi in una chiamata che andava oltre le tradizioni.

Questo incontro ha spesso relativizzato le nostre abitudini e i nostri linguaggi precedenti, che ci sono sembrati inadatti alla scoperta che avevamo fatto. E quanto è potuto accadere in occasione delle esperienze spirituali della nostra adolescenza o nella vita religiosa in un momento di spinta carismatica. La chiesa stessa ha vissuto qualche cosa di analogo in occasione del concilio. Ci sono sempre, nella vita spirituale, delle spinte carismatiche che relativizzano tutto il resto. Ma questa tappa non è l’ultima; la fede adulta è quella che, partendo da questa appropriazione personale del mistero di Cristo, riscopre a un altro livello il loro peso di esperienza e di saggezza.

Un’evoluzione analoga si nota a livello della speranza. E normale ed è bene che io mi attacchi ai doni di Dio, al sovrappiù di significato che Dio apporta alla mia vita, a ciò che la tradizione chiama le consolazioni divine. Ma il progresso spirituale mi condurrà a cercare Dio per Dio, al di là di ogni consolazione sensibile, nell’unica preoccupazione di essere disponibile alla volontà di Dio. Io avrò allora soltanto un desiderio: di potere, in vita e in morte, rimettere tutto nelle mani di Dio, nell’atto di fede più totale possibile.

Questo messaggio, lasciatoci da tutti i mistici, deve essere riaffermato oggi in un contesto culturale che privilegia la ricerca della soddisfazione personale. L’esperienza spirituale può essere desiderata per la sua tonalità emozionale, per le consolazioni che dà: atmosfera calda della preghiera, moltiplicarsi delle testimonianze con intensa colorazione emotiva, impatto delle guarigioni… Un clima di questo genere può essere d’aiuto alla conversione, ma non permette però di crescere spiritualmente; chiude nella ricerca di emozioni analoghe e nella ripetizione delle consolazioni ricevute soffoca la speranza.

Ritroviamo lo stesso movimento di morte e risurrezione a livello della carità. La carità si incarna all’inizio nell’attenzione a un volto particolare: la tale persona, il tal gruppo. L’entrata nella vita religiosa corrisponde a una tappa di universalizzazione: la carità è chiamata a prendere il volto di una missione particolare. Ma questa chiamata comporta un pericolo: il pericolo di fermarsi a un universale astratto, ciò che Tolstoi chiamava l’amore astratto degli uomini. Sappiamo per esperienza di quali perversioni questo amore è capace. Diventa per noi la tentazione di vivere una missione senza volto. Ma solo scoprendo che l’universale si raggiunge nel particolare io crescerà nella carità. E pur sempre quest’uomo che bisogna amare, ma quest’uomo non è più quello che io ho scelto, è un uomo, ogni uomo, quello che Dio ha messo sulla mia strada. E proprio perché io lo ricevo dalla missione che mi è affidata, in lui posso amare tutti gli uomini con l’amore senza frontiere che è quello di Dio.

Così – si tratti della fede, della speranza o della carità – la vita spirituale ci chiama a una crescita pasquale nella quale dobbiamo morire alla tappa raggiunta per ritrovarla a un altro livello.

3) Dalla santità desiderata alla povertà offerta

Se si volesse ancora descrivere in una frase la traiettoria della crescita spirituale secondo il Vangelo, bisognerebbe dire che essa va sempre dalla santità desiderata alla povertà offerta.

Tutto comincia infatti con il desiderio della santità: la conversione, la prima chiamata alla vita religiosa. E questo dinamismo che ci mette in cammino. “Fare quello che hanno fatto san Domenico e san Francesco”: questo fu il primo sogno di Ignazio di Loyola all’epoca della sua conversione. La vita si incarica in seguito di rivelarci la parte di sogno e di illusioni che può comportare un tale desiderio. E allora noi corriamo un rischio gravissimo: dato che non siamo quello che avremmo desiderato, siamo tentati di ripiegarci su noi stessi, di rassegnarci a essere soltanto quello che siamo. Come se, nell’avventura della santità, noi fossimo stati, un momento o l’altro, scaricati, lasciati sulla riva. Vorremmo allora essere solo degli onesti servitori di Dio, umilmente rassegnati a lasciare ad altri la follia della croce.

Ragionare cosi significa confondere la perdita delle nostre illusioni con la morte della chiamata. E dimenticare che questa purificazione dolorosa delle nostre sufficienze e delle nostre illusioni è necessaria perché noi possiamo sentire quello che il padre Voillaume ha chiamato il secondo appello, l’appello alla santità non più desiderata nella ricerca delta nostra perfezione, ma vissuta nell’offerta delta nostra povertà.

Sì, noi non siamo quello che avremmo voluto essere; la vita ci ha rivelato le nostre debolezze e i nostri limiti, le circostanze non ci hanno permesso di sviluppare questo o quest’altro aspetto della nostra personalità. Lo Spirito ci ha condotti per strade che non erano quelle che noi avevamo previsto. Il peccato ci ha fatto trascurare le sorgenti della vita e ci ha condotti alle fontane screpolate presso cui abbiamo indugiato. Dio solo sa quanto tempo e quante grazie abbiamo sciupato! Ma Dio ci resta fedele, e per santificarci ha bisogno solo della nostra umile disponibilità ad accoglierlo. Noi non siamo il discepolo modello che avremmo voluto essere, ma possiamo essere la debolezza, la fragilità in cui rifulge l’amore di Dio, la povertà trasfigurata dalla potenza della grazia. E per questo, occorre e basta che noi offriamo a Dio questa stessa povertà. E proprio qui — i mistici, dopo Gesù, lo confermano — il punto di arrivo di ogni crescita spirituale: “nelle tue mani rimetto il mio spirito” (Lc 23,46).

In La crescita spirituale. Tappe, criteri di verifica, strumenti (supplemento al n° 1 del 15 gennaio 1989 di TESTIMONI), Bologna 1988, pp 11-26.

 

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Combonianum è stata una pubblicazione interna nata tra gli studenti comboniani nel 1935. Ho voluto far rivivere questo titolo, ricco di storia e di patrimonio carismatico.
Sono un comboniano affetto da Sla. Ho aperto e continuo a curare questo blog (tramite il puntatore oculare), animato dal desiderio di rimanere in contatto con la vita del mondo e della Chiesa, e di proseguire così il mio piccolo servizio alla missione.
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