COMBONIANUM – Formazione Permanente

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FP Italiano 5/2015 – La mezza età secondo Carl Jung.

I problemi della Mezza Età secondo Carl Jung.
Anselm Grün

a metta della strada della vita

Testo word: FPit 2015-5 Grun – I problemi della mezza età secondo Carl Jung
Testo PDF : FPit 2015-5 Grun – I problemi della mezza età secondo Carl Jung

Carl Gustav Jung affronta il problema della mezza età con premesse diverse da quelle di Taulero, che era un mistico e un predicatore. Jung è uno psicologo e come tale si limita ai metodi della scienza empirica. Egli lascia ai teologi il compito di tirare conclusioni filosofiche e teologiche. Tuttavia anche per lo psicologo la religione è un fenomeno in cui egli si imbatte continuamente nel trattare con i suoi pazienti. Non si può esplorare la psiche dell’uomo senza vedere anche i tentativi mediante i quali l’essere umano cerca di dare una risposta alla domanda di senso nei sistemi religiosi e nelle loro immagini.

Jung osserva le offerte di senso che danno le religioni da un punto di vista esclusivamente scientifico, per vedere fino a che punto esse contribuiscono alla salute dell’anima umana. Se dietro le immagini religiose si celi una realtà trascendente, egli non lo può dire in quanto scienziato, ma in quanto persona lo ha riconosciuto abbastanza spesso. Ora è sorprendente come Jung, muovendo dai presupposti della psicologia, giunga a risultati analoghi a quelli di Taulero. Ciò significa che il cammino religioso, rettamente inteso, è giusto anche dal punto di vista psicologico.

La psicologia ci fornisce dei criteri per distinguere all’interno della prassi religiosa le forme errate da quelle sane. Certamente essa non può assurgere al ruolo di essere la misura determinante del cammino religioso. Ma ogni religione deve almeno porsi la domanda psicologica se con i suoi dogmi e la sua prassi religiosa rende l’uomo psichicamente sano o malato. In ultima analisi, infatti,la religione si autocomprende come un cammino che vuol condurre l’uomo alla salvezza e non ad una salvezza intesa puramente nell’aldilà, ma ad una salvezza umana.

Seguendo le orme di Sigmund Freud la psicologia si è concentrata quasi esclusivamente sulle fasi della vita infantile dell’uomo. Si sono studiate accuratamente le diverse fasi dello sviluppo del bambino e del giovane. Se nella vita di un adulto si manifestano crisi o sintomi nevrotici, si fanno ricerche sulla sua fanciullezza per spiegare la situazione attuale e per aiutare la guarigione. L’interesse della psicologia classica per lo sviluppo umano termina col passaggio del giovane dalla pubertà all’adolescenza pressappoco verso i 17-18 anni.

Soltanto con Carl Gustav Jung (1875-1961) lo sguardo della psicologia ha cambiato direzione. Se Freud può essere definito lo psicologo della prima metà della vita, a ragione si può designare Jung come lo psicologo della seconda metà di essa. A lui non interessa di seguire a ritroso i problemi dell’adulto fino alla prima fanciullezza, ma cerca invece di trovare i modi per aiutare le persone qui e ora. Il cambiamento di direzione della ricerca è tuttavia qualcosa che non riguarda soltanto il tempo, ma tocca un problema qualitativamente diverso. Freud vede nei conflitti nevrotici dell’uomo esclusivamente problemi istintuali e questi sorgono prevalentemente nell’infanzia. Jung, al contrario, nella sua attività terapeutica fa l’esperienza che la maggior parte dei problemi delle persone oltre i 35 anni sono di natura religiosa.

  1. Il processo dell’individuazione

Se vogliamo comprendere le osservazioni di Carl Gustav Jung sui problemi della mezza età, dobbiamo brevemente riassumere la sua concezione dello sviluppo della persona, e cioè del processo dell’individuazione. Jung chiama individuazione quel processo “che genera un individuo psicologico, cioè una unità particolare, indivisibile, un tutto”. Questo processo ha due grandi fasi, quella della espansione nella prima metà della vita, e quella della introversione nella seconda metà di essa.

Nella prima metà della vita, per il bambino che vive ancora totalmente nell’inconscio, si tratta di sottrarsi sempre più dall’inconscio e di formarsi un Io cosciente. Con il termine di Io, Jung designa il nucleo cosciente della persona, il centro del suo agire e del suo giudicare. Nella prima metà della vita l’uomo deve rafforzare sempre più il suo Io, deve trovare nel mondo il suo posto stabile e potersi quindi affermare nei confronti degli altri. A tale scopo egli sviluppa e si costruisce una persona (maschera, nel senso etimologico della parola – Ndt), un volto che sia adatto alle attese del mondo che lo circonda, una maschera che lo protegga dal dare in pasto agli altri i suoi sentimenti e i suoi stati d’animo. Alla persona compete il compito di mettere l’Io in relazione con l’ambiente. Dato che nella prima metà della vita l’uomo mette tutta la sua cura nel rafforzare il proprio Io e nel costruirsi una solida persona, trascura così molte altre caratteristiche. Come conseguenza di tutto ciò ha origine l’ombra, per così dire un’immagine riflessa dell’Io, che si compone

delle caratteristiche psichiche dell’uomo, in parte rimosse, in parte poco o per niente vissute, le quali fin dall’inizio, per cause morali, sociali, educative o per altri motivi erano state escluse in modo considerevole dal resto della vita e quindi erano ricadute nella rimozione o nella dissociazione.

L’ombra si compone dunque non semplicemente di aspetti negativi e oscuri, ma vi sono in essa anche aspetti positivi. L’essere della persona umana è polare: ad ogni polo si contrappone un polo opposto. Uno solleva l’uomo nella sfera della vita cosciente, l’altro rimane nella sfera dell’inconscio. Ad ogni qualità ne corrisponde un’altra opposta. Quanto più una persona sviluppa una qualità, tanto più fortemente il suo contrario si ripercuote nell’inconscio. Ciò vale non solo per le virtù, ma anche per le quattro funzioni della coscienza, che Jung così distingue: pensare, sentire, intuire, ricevere. Se l’uomo sviluppa unilateralmente le sue funzioni intellettuali, verrà sommerso nell’inconscio da manifestazioni di sensazioni infantili-istintive (per esempio, sentimentalità). Le qualità che si trovano nell’ombra e i corrispondenti modelli di comportamento vengono nella maggior parte dei casi proiettati su altre persone, soprattutto sul tipo opposto. Questa proiezione, che impedisce la presa di coscienza della propria ombra, è spesso la causa di tensioni nei rapporti interpersonali.

Accanto ad un’ombra personale, l’uomo porta con sé anche un’ombra collettiva, in cui si raccoglie il male universale e il lato oscuro della storia dell’umanità. L’ombra collettiva è una parte dell’inconscio collettivo, in cui sono immagazzinate le esperienze dell’intera umanità, le quali a loro volta trovano espressione nei miti, negli archetipi e nei simboli delle varie religioni. L’inconscio collettivo comprende anche anima e animus, i simboli delle caratteristiche maschili e femminili e le qualità proprie della personalità materna e paterna.

Nella prima metà della vita l’uomo è così tanto occupato con l’affermazione di se stesso, che si identifica col proprio Io cosciente. Senza grossi danni egli rimuove l’ombra, cioè l’anima, l’inconscio. Ma la situazione cambia nella seconda metà della vita. A questo punto infatti si tratta per la persona di integrare la sua ombra, cioè la sua anima o il suo animus (a seconda se è maschio o femmina): deve dunque ritirare le proiezioni che faceva verso l’esterno, e aprirsi invece al proprio inconscio e prendere coscienza degli atteggiamenti e delle qualità che vi si trovano. L’Io deve volgersi verso la sua origine, verso il Sé, per attingervi nuova energia vitale. Lo sviluppo del Sé è la meta del processo di individuazione. Jung definisce il Sé come “la totalità psichica dell’uomo”. Mentre l’Io comprende solo ciò che è conscio e l’ombra solo l’inconscio, il Sé li abbraccia entrambi: conscio e inconscio. L’uomo deve perciò svilupparsi dall’Io verso il Sé. Ciò avviene nel momento in cui diventa sempre più cosciente dell’inconscio e lo integra nella sua personalità.

  1. Problemi della mezza età

La seconda metà della vita, fra i 35 e i 45 anni circa, indica il punto di svolta in cui lo sviluppo dell’Io deve cambiare direzione per favorire la maturazione del Sé.

Il problema fondamentale di questa svolta consiste nel fatto che l’uomo pensa di poter risolvere i problemi della seconda metà della vita con gli stessi mezzi e principi che ha utilizzato nella prima metà. La vita umana si può paragonare al corso del sole. Al mattino sorge e illumina il mondo. A mezzogiorno raggiunge il punto più alto e poi comincia a diminuire i suoi raggi e a tramontare. Il pomeriggio è importante tanto quanto il mattino. Ma segue delle leggi proprio diverse. Per l’uomo ciò significa che deve riconoscere la curva della propria vita, che invece di stare attento alla realtà esterna, a partire dalla mezza età deve rivolgere la sua attenzione alla propria realtà interiore. Al posto della espansione viene richiesta ora la riduzione all’essenziale; si deve percorrere il cammino verso l’interno di se stessi, si esige l’introversione.

Quello che la giovinezza trovava e doveva trovare al di fuori, l’uomo del pomeriggio deve trovarlo al di dentro.

I problemi con cui l’uomo della mezza età deve confrontarsi sono collegati ai compiti che gli vengono richiesti in questa seconda parte della vita e per i quali si deve adattare in modo nuovo: 1. la relativizzazione della sua persona; 2. l’accettazione dell’ombra; 3. l’integrazione di animus e anima; 4. lo sviluppo del Sé nell’accettazione della morte e nell’incontro con Dio.

2.1         La relativizzazione della “persona”

Per conquistarsi un posto nella vita c’è voluto il dispendio di molta forza nell’età della giovinezza e nei primi anni dell’età adulta. La lotta ha richiesto una persona stabile, che permette ad un individuo di affermare se stesso. Ma il rafforzamento della persona passava attraverso la rimozione dell’inconscio. Quando però nella mezza età l’inconscio fa irruzione, l’uomo diventa insicuro. Il suo atteggiamento cosciente crolla, egli si trova disorientato, perde il suo equilibrio. Per Jung la perdita dell’equilibrio è qualcosa di funzionale, perché mira a ricostituire un nuovo equilibrio, in cui anche l’inconscio riceve ora il posto che gli spetta.

Certamente il crollo dell’atteggiamento cosciente può portare anche alla catastrofe. Una reazione che si verifica spesso per proteggersi da questa insicurezza è l’aggrapparsi spasmodico alla propria persona; ci si identifica senza alcun umorismo con l’ufficio che si ricopre, con la propria occupazione, con il proprio titolo. (…) Invece di ascoltare le attese del mondo e di trincerarsi dietro la maschera della sua persona, l’uomo di mezza età dovrebbe ascoltare di più la sua voce interiore e dedicarsi allo sviluppo della sua personalità interna.

2.2         L’accettazione dell’ombra (il problema degli opposti)

Jung vede l’intera vita umana sotto il profilo degli opposti. Al conscio si contrappone l’inconscio, alla luce l’ombra, all’animus l’anima. Il vivere tra gli opposti è essenziale per l’uomo. L’essere umano diventa completo, giunge a sviluppare il Sé solo quando non esclude gli opposti, ma li abbraccia. La prima metà della vita con il rafforzamento dell’Io sottolineava unilateralmente la parte conscia dell’uomo. La ragione si creava degli ideali, che poi l’uomo si sforzava di seguire. Ma a tutti questi ideali corrispondono nell’inconscio degli atteggiamenti opposti. Più l’uomo cerca di escluderli, tanto più essi ritornano a gala nei suoi sogni. Egualmente, ai modelli di comportamento che l’uomo vive in modo cosciente, corrispondono nel suo inconscio gli atteggiamenti contrari. La mezza età esige di prestare attenzione a questi poli opposti, di accettare le ombre non vissute e di confrontarsi con esse.

Qui ci imbattiamo in due comportamenti errati, tipici della mezza età: il primo consiste nel fatto che non si vede il comportamento opposto a quello vissuto coscientemente. Si rimane fermi sui vecchi valori, si affermano con pedanteria i principi, si diventa laudatores temporis acti. Si diventa rigidi, pietrificati, ottusi. Il comportamento secondo quanto è prescritto dalla legge diventa il surro­gato del cambiamento spirituale. In ultima analisi è proprio la paura del problema dell’opposto che fa irrigidire una persona. Si ha paura del proprio inquietante fratello e non lo si vuole riconoscere. (…)

L’altra forma di reazione al problema dell’opposto è quella di gettar via tutti i valori fino a quel momento vissuti. Appena si scopre l’errore nella precedente convinzione, la falsità nella verità prima sostenuta, l’odio nell’amore precedente, si lasciano da parte tutti gli ideali tenuti fino a quel momento e si cerca di continuare a vivere in contrapposizione con il precedente Io.

Si pensa di poter vivere finalmente ciò che finora era stato rimosso. Ma invece di integrarlo, si cade in ciò che non si era vissuto e si rimuove quello che fino a quel momento si viveva. In tal modo la rimozione continua a sussistere, è cambiato soltanto il suo oggetto. E con la rimozione permane il disturbo dell’equilibrio interiore. Si soccombe all’errore di pensare che il valore opposto ha abolito il nostro valore precedente. Non si intuisce che nessun valore e nessuna verità della nostra vita vengono semplicemente negate dal loro opposto, ma che invece sono reciprocamente relativi. “Ogni realtà umana è relativa, perché tutto poggia su di una interiore contrapposizione”. La tendenza a rinnegare i valori precedenti a vantaggio del loro contrario è quindi altrettanto esagerata per eccesso quanto lo era prima la visione unilaterale, poiché davanti ai grandi ideali non si teneva conto delle fantasie inconsce che li mettevano in discussione. (…)

2.3         L’integrazione di “anima” e “animus”

Il problema dell’opposto si rivela ancora in questa svolta della vita nel fatto che l’uomo e la donna assumono ad un tratto le caratteristiche dell’altro sesso.

Specialmente nelle popolazioni meridionali si riscontra che le donne anziane sviluppano una voce rauca, bassa, spuntano loro i baffi, acquistano lineamenti duri nel viso e diverse altre qualità della natura maschile. Viceversa l’habitus fisico maschile si addolcisce mediante lineamenti femminei, come l’aumento della pinguedine e un’espressione più molle del viso.

Jung pensa, così sembra, che l’elemento maschile e quello femminile siano come una determinata provvista di sostanze. Nella prima metà della vita l’uomo consumerebbe gran parte del suo potenziale maschile, cosicché gli resterebbe da utilizzare soltanto sostanza femminile.

Nella mezza età ciò si rivelerebbe, secondo Jung, nel cambiamento psicologico che avviene nell’uomo e nella donna:

Quanto spesso accade, ad esempio, che l’uomo di 45 o 50 anni vada in fallimento e allora è la donna che si mette i pantaloni e apre un piccolo negozio, in cui l’uomo forse fa ancora lavori di manovalanza. Ci sono moltissime donne in cui solo dopo il quarantesimo anno si risveglia il senso di responsabilità e di coscienza sociale. Nella moderna vita degli affari, specialmente in America, il break down, l’esaurimento nervoso, è una realtà che si vive sempre più spesso dopo i 40 anni. Se si studiano le vittime di questi episodi in modo più accurato, si vede che ciò che è crollato è lo stile maschile fino allora esibito ed è rimasto invece un uomo femminilizzato. Viceversa, nella medesima cerchia sociale, si osservano donne che in tali anni sviluppano una straordinaria maschilità e una durezza della ragione, che spingono in secondo piano il cuore e i sentimenti. Molto spesso questi cambiamenti sono accompagnati da catastrofi matrimoniali di ogni tipo, perché non è difficile immaginarsi che cosa accade quando l’uomo scopre i suoi sentimenti delicati e la donna la propria razionalità.

Jung chiama le caratteristiche, le qualità e i principi maschili e femminili animus e anima. Nella prima metà della vita si sviluppa maggiormente solo un aspetto, mentre l’altro viene rimosso nell’inconscio. Se l’uomo sottolinea soltanto la sua maschilità, l’anima, si ritira nell’inconscio e si manifesta poi in umori e affetti violenti. (…)

Nelle donne l’animus rimosso si manifesta in opinioni fisse. Esse poggiano su premesse inconsce e non si lasciano smuovere in nessun modo. Sono principi intangibili, che non vengono messi ulteriormente in discussione, sono opinioni fini a se stesse. (…)

Se l’uomo non dà spazio ai suoi tratti femminili, e cioè ai suoi sentimenti, alla creatività e alla delicatezza che sono in lui, li proietta sulle donne, che quindi lo affascinano. La proiezione produce sempre il fascino. L’innamoramento nei giovani è accompagnato da emozioni così forti proprio perché è sempre legato alla proiezione. Nella seconda metà della vita viene richiesto all’uomo di ritirare le proprie proiezioni. Deve confessare a se stesso e accettare che tutto quello che lo attira nella donna lo porta dentro di sé. Questo riconoscimento, tuttavia, non è semplice per un uomo tutto rivolto alla sua maschilità. (…)

Jung indica molte vie per il confronto con la propria anima. Il primo passo consiste nel non rimuovere gli umori, gli affetti e le emozioni che mi assalgono: non bisogna né trascurarli per le troppe occupazioni, né sminuire il loro valore, né scusarli come debolezze che di tanto in tanto mi vengono. È necessario esaminare attentamente “questo meccanismo di svalorizzazione e di negazione” e prendere sul serio le manifestazioni dell’inconscio negli umori e negli affetti. Devo stabilire un dialogo con gli umori. In tal modo devo dare all’inconscio l’occasione di esprimersi e di giungere nella sfera della coscienza. Nel momento in cui interrogo gli affetti, ascolto ciò che mi dicono, a quali aspetti, desideri e inclinazioni dell’inconscio mi vogliono indirizzare, permetto che in me parli l’anima. Questo dialogo con i propri sentimenti e umori e in essi col proprio inconscio è per Jung una tecnica importante dell’educazione dell’anima. Altre vie ancora sono lo sviluppo cosciente delle energie sentimentali, degli aspetti musicali e artistici che ognuno porta in sé.

L’inconscio, col quale l’uomo s’incontra nella propria anima, non è senza pericoli. Non solo può rendere insicuro colui che ha esperienza del mondo cosciente, ma può anche conquistare e divorare una persona. Perciò l’uomo ha bisogno di una protezione, per poter incontrare il proprio inconscio in modo da ricavarne utilità. E secondo Jung è la religione che con i suoi simboli offre all’uomo questa protezione. La religione riprende gli elementi sentimentali e creativi dell’anima e così è per l’uomo come una madre che gli dona vita, come una sorgente feconda, dalla quale può bere e che lo mantiene vivo e pieno di creatività.

La religione dà all’uomo la sicurezza che cerca presso la madre, ma nello stesso tempo lo conduce a distaccarsi dal legame con la propria madre. Se l’uomo rimane legato alla madre, è esposto, secondo Jung, ai propri affetti ed è compromesso nella sua salute psichica. Il legame con la madre è spesso inconscio e si rivela allora nella proiezione della sua anima su di una donna, che assume per lui il ruolo materno. Precisamente nella mezza età, dato che l’inconscio irrompe con tutta la sua imprevedibilità, l’uomo cerca protezione e sicurezza. L’ansia di fronte all’incognita dell’inconscio lo porta a cercare protezione nella donna. E questa ansia concede alla donna un potere indebito sopra di lui, poiché tale potere va incontro in modo seducente all’istinto femminile di possesso. La religione è allora per Jung un mezzo efficace di sperimentare in se stessi la fecondità dell’anima e per proteggere l’uomo dall’affascinamento in cui può farlo cadere la proiezione della sua anima su donne concrete. Nello stesso tempo la religione gli permette di sperimentare tutte le energie feconde e creative dell’anima, che sono necessarie per la propria vitalità. Infatti, senza le energie dell’anima l’uomo perde in vitalità, flessibilità e umanità.

Di regola si instaura una precoce rigidità, se non addirittura una sclerosi, una mentalità stereotipata, una fanatica unilateralità, una ostinazione, una pedanteria, oppure il contrario: rassegnazione, stanchezza, sciatteria, mancanza di responsabilità e infine un “rammollimento” infantile con tendenza a rifugiarsi nell’alcol.

Quello che l’uomo è chiamato a fare trattando con la sua anima altrettanto lo deve imparare la donna nei confronti del suo animus. Dovrebbe utilizzare l’animus come porta d’ingresso per entrare nel proprio inconscio, come possibilità di conoscere meglio la sua vita inconscia. Dovrebbe esaminare criticamente le sue opinioni, che spesso assumono il carattere di convinzioni solide e incollabili e di principi assolutamente intangibili, per vedere quale sia la loro origine. In tal modo potrà far emergere le premesse inconsce delle sue opinioni, che sembrano fondate su motivi apparentemente di pura razionalità. L’animus diventa così un ponte verso l’inconscio, dove giacciono energie feconde e creative, che sono necessarie alla donna per raggiungere il suo Sé.

La religione svolge nella donna una funzione diversa da quella dell’uomo in ordine all’inte­grazione del suo animus. Per la donna sono importanti soprattutto le esigenze ascetiche e morali, per uscir fuori dall’essere materno, protettivo e rassicurante, e assumere l’impegno nella responsabilità e nell’azione. L’animus deve dare forma all’anima, lo spirito esigente del padre deve fecondare l’anima. La religione può quindi fornire all’anima forma e struttura in cui la sua vita possa crescere e svilupparsi.

Un aiuto ulteriore per l’integrazione di animus e di anima è la comunità, che può offrire sicurezza, come pure esigerla e darle forma. Chi si chiude nei confronti della comunità si taglia fuori dalla corrente della vita. Jung vede la causa del chiudersi in se stessi di fronte alla comunità nella volontà di nascondere i propri affetti come pure le proprie insufficienze. La solitudine e l’isolamento non sono quindi in ultima analisi un problema di una scarsa capacità di contatti, ma di una mancanza di umiltà. Chi è troppo orgoglioso per aprirsi ai suoi simili si isola da solo. Chi è sufficientèmente umile non rimane mai solo. Chi dunque accetta che le energie di anima e di animus spezzino continuamente con la loro messa in discussione la maschera (persona) che ci siamo costruiti verso l’esterno, chi si confronta onestamente con la propria contraddittorietà, chi continua a esaminare criticamente le proprie opinioni e i propri stati d’animo, chi è abbastanza umile per aprirsi agli altri troverà nella comunità un valido aiuto per integrare animus e anima e raggiungere così l’equilibrio della propria anima.

2.4         Lo sviluppo del Sé mediante l’accettazione della morte e nell’incontro con Dio

Il vero problema che l’uomo deve affrontare a metà della sua vita è in definitiva il suo atteggia­mento davanti alla morte. La curva psicologica della vita, ormai inclinata verso il basso, tende verso la morte. Solo se l’uomo crede che dopo la morte esiste un’altra vita, la fine della sua vita terrena, la morte, è una meta ragionevole. Solo allora la seconda metà della vita ha in se stessa il suo senso e il suo compito. Per Jung la sopravvivenza dopo la morte non è per nulla una questione di fede, ma della realtà psichica. L’anima trova ragionevole la sopravvivenza: nell’orientarsi verso di essa, rimane sana.

A metà della propria vita l’uomo deve entrare in familiarità con la sua morte. Deve accettare coscientemente il declinare della curva biologica della sua vita, per far sì che la sua linea psicologica continui a salire verso l’individuazione. Sostiene Jung: “A partire dalla metà della vita, resta vivo solo colui che vuole morire insieme con la vita”. Jung vede l’angoscia di fronte alla morte in connessione con l’angoscia di fronte alla vita:

Come c’è una grande quantità di giovani che in fondo hanno un timore panico di fronte alla vita, pur desiderandola grandemente, così c’è forse un numero ancora più grande di persone che, diventando vecchie, hanno la medesima paura di fronte alla morte. Sì, ho fatto l’esperienza che proprio quei giovani che temevano la vita, più tardi soffrono altrettanto per l’angoscia della morte. Se sono giovani, così si dice, dovrebbero avere resistenze infantili contro le normali esigenze della vita; se sono vecchi, si dovrebbe dire ugualmente lo stesso, che cioè hanno paura di una normale esigenza della vita. Ma si è talmente convinti che la morte è semplicemente la fine di un percorso, che di regola uno non arriva a considerare la morte in modo analogo a una meta e a un compimento, come si fa invece senza alcun dubbio per gli scopi e le finalità della vita giovanile in ascesa.

La vita ha una meta. Nella giovinezza questa meta consiste nel far sì che l’uomo si inserisca nel mondo e vi raggiunga qualcosa di concreto. Nella seconda metà della vita la meta cambia, Non si trova più su di una vetta, ma nella valle, là dove era incominciata la salita. Si tratta ora di muoversi verso questa nuova direzione. Chi non lo fa, chi si aggrappa spasmodicamente alla sua vita, perde la connessione tra la curva biologica e quella psicologica della sua vita. “La sua coscienza si perde nelle nuvole, mentre sotto di lui la parabola della vita discende con aumentata velocità”. In definitiva la paura di fronte alla morte è questo: non voler vivere. Infatti vivere, rimanere vivo e giungere a maturazione è possibile solo a colui che accetta la legge della vita, che si dirige verso la morte come la sua meta.

Invece di guardare verso il traguardo della morte, molti guardano indietro verso il passato. Mentre tutti noi deploriamo un giovane uomo di 30 anni che continui a guardare la sua infanzia, rimanendo bambino, la nostra società ammira invece i vecchi che fanno mostra di essere giovani e si comportano di conseguenza. Jung definisce così questi atteggiamenti:

Sono entrambi perversi, incongruenti e contrari alla natura psicologica. Un giovane che non combatte e non vince, ha perduto il meglio della sua giovinezza; e un vecchio che non capisce di dover ascoltare il segreto dei ruscelli che dalle vette scrosciano verso le valli, è privo di senso, è una mummia spirituale, un passato pietrificato e nulla più. È tagliato fuori dalla vita, simile ad una macchina che si ripete meccanicamente, in modo estremamente trito e ritrito. Che civiltà è mai questa, che ha bisogno di simili fantasmi?

(…) Invece di prepararsi a invecchiare, si diventa giovani in eterno, il che, secondo Jung, “è un surrogato miserevole della illuminazione del Sé”, che viene richiesta all’uomo nella seconda metà della vita. Gli uomini di mezza età non sono oggi preparati al compito che li aspetta in questo periodo della loro vita. Come motivo Jung adduce il fatto che, mentre abbiamo scuole per i giovani, non ne abbiamo alcuna per i quarantenni, che li educhi ad affrontare le prove della seconda metà della vita. Fin dall’antichità simili scuole erano costituite dalle religioni, che preparavano gli uomini al mistero di tale età. E anche oggi Jung non è in grado di proporre agli uomini nessuna altra scuola se non quella delle religioni, che incamminano l’uomo verso la morte, perché lo conducono oltre l’affermazione di se stesso nel mondo in un nuovo ambito, in cui l’uomo diventa veramente uomo.

Secondo Jung l’uomo può sviluppare il proprio Sé solo se sperimenta il divino dentro il proprio essere. L’idea di Dio in noi, come dice san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, esprime per Jung l’esperienza di un uomo che ha trovato se stesso. E nella mezza età giunge per l’uomo l’occasione di lasciare il suo Io angusto, per abbandonarsi a Dio. Chi rifiuta di affidarsi a Dio, non raggiunge mai la propria interezza e alla fine quindi non perviene alla salute dell’anima. Per molte persone dunque, nella seconda metà della vita, il vero problema è di natura religiosa. Jung afferma:

Fra tutti i miei pazienti che hanno superato la mezza età, che sono cioè oltre i 35 anni, non ce n’è uno il cui problema non fosse in definitiva quello dell’atteggiamento religioso. Sì, ogni paziente in ultima analisi soffre perché ha perduto quello che le religioni vive hanno donato in ogni tempo ai loro fedeli, e nessuno è veramente guarito se non riacquistando nuovamente il suo atteggiamento religioso, il che naturalmente non ha niente a che fare con una particolare confessione o con l’appartenenza ad una chiesa.

Per realizzare l’incontro con l’immagine di Dio, che è necessaria per la sua salute psichica, Jung offre all’uomo gli stessi mezzi metodi che troviamo anche presso gli scrittori spirituali. Jung parla del sacrificio, col quale l’uomo si abbandona nelle mani di Dio e sacrifica qualcosa del proprio Io, per trovare se stesso. L’introversione che Jung domanda all’uomo di mezza età si realizza nella meditazione e nell’ascesi. La solitudine e il digiuno intenzionale sono per lui “mezzi conosciuti fin dalla antichità per sostenere quella meditazione che deve aprire l’accesso all’inconscio”. Questa entrata nell’inconscio, l’approfondimento di se stesso, significa per l’uomo rinnovamento e rinascita spirituale. Il tesoro di cui parla Cristo giace nascosto nell’inconscio e solo i simboli dimezzi della religione rendono l’uomo capace di scavare questo tesoro. Come Cristo morendo discese negli inferi, così anche l’uomo deve passare attraverso la notte dell’inconscio, deve portare a termine il viaggio negli inferi per incontrare il proprio Sé e per essere rigenerato a vita nuova dalla forza dell’inconscio. Jung riassume in questi termini il risultato dell’esperienza compiuta da coloro che hanno saputo percorrere fino in fondo la crisi della mezza età e si sono lasciati trasformare da Dio grazie a tale crisi:

Queste persone si incontrarono con se stesse, furono capaci di accettare se stesse, poterono riconciliarsi con se stesse e in tal modo ebbero anche la possibilità di rappacificarsi con situazioni e circostanze avverse. Questo è quasi identico a ciò che un tempo veniva espresso con le parole: “Ha fatto pace con Dio, ha offerto il sacrificio della sua volontà, sottomettendosi alla volontà di Dio”.

La rinascita spirituale, il lasciarsi trasformare da Dio è il compito che spetta alla seconda metà della vita umana, un compito pieno di pericoli, ma anche pieno di promesse. Esso non richiede tanto conoscenze psicologiche, quanto piuttosto ciò che chiamiamo devozione o pietà, la prontezza cioè a rivolgersi verso l’interno di noi stessi, per metterci all’ascolto di Dio che è presente dentro di noi. Con tutte le sue energie spirituali, così conclude Jung, l’uomo di mezza età deve dedicarsi al compito di diventare se stesso, un compito certamente che non portiamo a termine con le sole nostre forze, ma che ci viene dato di realizzare solo concedente Deo.

Anselm Grün, 40 anni. Età di crisi o tempo di grazia?,

Ed. Messaggero di Sant’Antonio – Padova 2004, pp. 41-63

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Questa voce è stata pubblicata il 17/06/2015 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , , , , .

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