COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XII Domenica del Tempo Ordinario (B)

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Anno B)
Marco 4, 35-41

Eugene Delacroix, Gesù sul lago di Genezareth, 1854, Nelson-Atkins Museum of Art, Kansas City, USA

La tempesta sul mare di Galilea
Commento al Vangelo di Enzo Bianchi

35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Dopo aver annunciato ai discepoli e alle folle alcune parabole da una barca appena scostata dalla spiaggia (cf. Mc 4,1-34), Gesù decide di passare all’altra riva del mare di Galilea: si tratta di un’“uscita” dalla terra santa di Israele, per andare verso una terra abitata dai pagani. Perché questa decisione così audace? Perché Gesù, pur sentendosi “inviato prima alle pecore perdute della casa di Israele” (cf. Mt 15,24), vuole annunciare la misericordia di Dio anche alle genti, vuole combattere Satana e togliergli terreno anche in quella terra straniera e non santa. Questa è la ragione che muove Gesù. Giona, chiamato da Dio ad andare a Ninive, città simbolo delle genti pagane, fugge, fa un cammino in direzione opposta (cf. Gn 1,1-3); Gesù invece, inviato da Dio, va tra i pagani.

I discepoli, dunque, iniziano la traversata del lago, “prendendo con sé Gesù” (espressione unica, perché di solito è Gesù che prende con sé i discepoli: cf. Mc 9,2; 10,32; 14,33): egli è stanco per la lunga giornata di predicazione, e sulla barca cerca un pagliericcio su cui distendersi per riposare. Ma alla volontà di Gesù si oppone il mare, che è il luogo dove le forze del male si scatenano in tempesta. Non si dimentichi che per gli ebrei il mare era il grande nemico, vinto dal Signore quando fece uscire il suo popolo dall’Egitto (cf. Es 14,15-31); era la residenza del Leviatan, il mostro marino (cf. Gb 3,8; Sal 74,14); era il grande abisso che, quando scatenava la sua forza, impauriva i naviganti (cf. Sal 107,23-27). Ed ecco che la potenza del demonio si manifesta in una tempesta di vento, che getta le onde nella barca e tenta di affondarla. È notte, è l’ora delle tenebre, e la paura scuote quei discepoli, che non riescono più a governare la barca. Il naufragio sembra ormai inevitabile, eppure Gesù, a poppa, dorme…

I discepoli allora, in preda all’angoscia, al vedere Gesù addormentato si spazientiscono. Decidono dunque di svegliarlo e, con modi non certo reverenziali, gridano: “Maestro, non t’importa nulla che siamo perduti?”. Già questo modo di esprimersi è eloquente: lo chiamano maestro (didáskalos) e con parole brusche contestano la sua inerzia, il suo sonno. Parole che nella versione di Matteo diventeranno una preghiera – “Signore (Kýrios), salvaci, siamo perduti!” (Mt 8,25) – e in quella di Luca una chiamata – “Maestro, maestro (epistátes), siamo perduti!” (Lc 8,24) –. Marco ricorda meglio i rapporti semplici e diretti, finanche poco gentili, dei discepoli verso Gesù…

Di fronte a questa mancanza di fede, Gesù sgrida il vento ed esorcizza il mare, “dicendogli: ‘Taci, calmati!’. E subito il vento cessò e vi fu grande bonaccia”. Questo miracolo operato da Gesù – non sfugge a nessuno – ha soprattutto una grande portata simbolica, perché ognuno di noi nella propria vita conosce ore di tempesta. Anche la chiesa, la comunità dei discepoli, a volte si trova in situazioni di contraddizione tali da sentirsi immersa in acque agitate, in marosi, in un vortice che minaccia la sua esistenza. In queste situazioni, in particolare quando durano a lungo, si ha l’impressione che l’invisibilità di Dio sia in realtà un suo dormire, un non vedere, un non sentire le grida e i gemiti di chi si lamenta. Sì, la poca fede fa gridare ai credenti: “Dio dove sei? Perché dormi? Perché non intervieni?” (cf. Sal 35,23; 44,24; 59,6, ecc.). Dobbiamo confessarlo: anche se magari crediamo di avere una fede matura, di essere cristiani adulti, nella prova interroghiamo Dio sulla sua presenza, arriviamo anche a contestarlo e talvolta a dubitare della sua capacità di essere un Salvatore. La sofferenza, l’angoscia, la paura, la minaccia recata alla nostra esistenza personale o comunitaria ci rendono simili ai discepoli sulla barca della tempesta. Per questo Gesù li deve rimproverare con parole dure. Non solo chiede loro: “Perché siete cosi paurosi?”, ma aggiunge anche: “Non avete ancora la fede?”. Discepoli senza fede, senza adesione a Gesù: lo seguono, lo ascoltano, ma non mettono in lui piena fiducia…

Ed ecco che di fronte a queste parole così critiche di Gesù, ma anche di fronte al prodigio che hanno visto con i loro occhi, affiora nei discepoli una domanda: “Chi è veramente questo rabbi, questo maestro, se anche il vento e il mare gli sono sottomessi?”. Eppure anche da questo evento non sapranno trarre una lezione, perché, quando giungerà per Gesù e per loro la grande tempesta, l’ora della sua passione e morte, verranno meno a causa della loro mancanza di fede. Di fatto, questa prova della tempesta sul mare è annuncio della grande prova che li attende a Gerusalemme; ma allora tutti lo abbandoneranno e fuggiranno (cf. Mc 14,50)…. Poi di fronte a Gesù morto e sepolto, verificheranno un grande fallimento del maestro e del loro gruppo. E solo la tomba vuota e il contemplare Gesù vivente, risorto da morte, genereranno in loro una fede salda, che li porterà a confessare Gesù quale vincitore sul male e sulla morte. Allora, in quanto testimoni del Risorto, diventeranno anche capaci di affrontare, a loro volta, la tempesta che si abbatterà su di loro: la persecuzione a causa del nome di Gesù e della fede in lui.

Quando Marco scriveva il suo vangelo e lo consegnava alla chiesa di Roma, la piccola comunità cristiana nella capitale dell’impero era nella tempesta e regnava in essa una grande paura, tale da impedire a quei cristiani la missione presso i pagani. Così Marco li invita a non temere l’“uscita” missionaria, li invita a conoscere le prove che li attendono come necessarie (cf. Mc 10,30); prove e persecuzioni nelle quali Gesù, il Vivente, non dorme, ma è in mezzo a loro. La tempesta sul mare di Galilea è una metafora della lotta contro le potenze del male, lotta che Gesù Cristo ha vinto. Gesù appare dunque come Giona, ma un Giona al contrario: non riluttante, ma missionario verso i pagani, in obbedienza a Dio. In ogni caso, Giona e Gesù sono due missionari di misericordia, ed entrambi la predicano a caro prezzo: scendendo nel vortice delle acque e affrontando la tempesta (cf. Gn 2,1-11), perché solo attraversandola si vince il male. Ecco perché Gesù dirà che alla sua generazione sarà dato solo il segno di Giona (cf. Mt 12,39-41; 16,4; Lc 11,29-32), ossia la parabola della misericordia annunciata a prezzo della discesa nelle acque di morte, a prezzo dell’andare a fondo.

Quanto è cristiana la frase: “Naufragium feci, bene navigavi”! “Ho fatto naufragio, ma ho navigato bene”, perché sono approdato nel regno di Dio.

Altre rive
Commento al Vangelo di Antonio Savone

Passiamo all’altra riva…

Tutto avrebbe sconsigliato una simile proposta. Ne venivano da una giornata intensa. Aveva subito le calunnie da parte degli scribi, l’essere ritenuto fuori di sé da parte dei suoi. La folla era tanta e Gesù aveva addirittura dovuto farsi mettere a disposizione una barca da cui parlare. Poi, ancora, aveva parlato loro in parabole. Era ormai sera e il buon senso avrebbe suggerito di non avventurarsi. Se a questo si aggiunge poi il rischio di un violento temporale che senz’altro stava per annunciarsi e, da ultimo, la non opportunità di frequentare un territorio, quello della Decapoli, da dove qualcuno gli chiederà addirittura di andarsene (si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio, Mc 5,17) il quadro è completo. Di sera attraversare il lago verso un territorio pagano? Significava proprio andarsela a cercare. Che necessità c’era in quell’avventurarsi un po’ maldestro, superficiale e incosciente? E invece, puntuale giunge l’invito di Gesù: passiamo all’altra riva. Invito ripetuto ogni giorno da allora alla comunità dei discepoli di ogni tempo: passiamo all’altra riva. Invito ripetuto anche l’ultimo giorno della nostra avventura terrena quando saremo chiamati a guardare le cose come le guarda Dio.

Immagino la resistenza dei più che senz’altro avrebbero preferito altri lidi. Quello in cui si trovavano e che già conoscevano era senz’altro più sicuro. A quell’ora, dopo una giornata intensa…. Ma cosa ti viene in mente? Non hai altro a cui pensare? Resistenza che emergerà tutta di lì a poco quando si trasformerà in paura prima e rabbia poi tanto da rimproverare chi aveva preso l’iniziativa di quella sciocca e drammatica traversata: non t’importa che moriamo? Della serie: te l’avevamo detto… Dinamiche che ben conosciamo.

Passiamo all’altra riva…

Non è il diversivo proposto da Gesù al gruppo dei discepoli. C’è un ben preciso intento in quell’invito espresso con autorevolezza in un frangente che forse consiglierebbe di rimanersene tranquilli sulla sponda che già conoscono. Appunto, quel passiamo all’altra riva… è l’invito/comando a lasciare la riva di sempre, le sponde fin troppo frequentate. C’è un’altra postazione da guadagnare e non già per fare proseliti ma per provare a guardare le cose di prima e la riva di prima, come passate. Ne sono nate di nuove. C’è una pasqua da vivere.

Passiamo all’altra riva…

Quanta seduzione in queste parole di Gesù! Quali orizzonti potrebbero dischiudere! Quali territori del cuore ancora da esplorare! Parole da accogliere sulla fiducia, quella di sapere che lui è con noi, sulla stessa barca: non avete ancora fede? E, tuttavia, quelle parole ripetute da Gesù nelle nostre sere se da una parte lasciano presagire possibilità inedite dall’altra marcano al contempo tanta resistenza a far sì che le nostre barche si lascino sospingere verso confini mai valicati prima.

Il passare all’altra riva, infatti, non è mai indolore. Si scatena una vera e propria tempesta dinanzi alla quale la reazione prima è la paura, vale a dire l’incapacità di stare nella bufera senza perdere la pace. In più, come se non bastasse, a colui che ha preso l’iniziativa di buttarci a mare sembra non interessi quello che per colpa sua in qualche modo stiamo vivendo: non t’importa che moriamo? La paura della morte: ecco cosa fa capolino tutte le volte che la vita ci mette dinanzi un’altra riva. La paura di lasciare un mondo, un territorio, un’esperienza di cui conosciamo il codice, un’esperienza che abbiamo imparato a gestire. Avventurarsi come Gesù propone verso un territorio a rischio di contaminazione come poteva essere un territorio pagano scatena tutta una serie di eventi che immediatamente ci fanno perdere il controllo. E a noi par di morire. Già. La posta in gioco è proprio accettare di morire alla vecchia riva, al vecchio modo di guardare le cose. Perché siete così paurosi? È l’invito a dare un nome e un volto alle mie paure. Che cosa mi trattiene?

Il vento e il mare infuriati ci parlano spiegandoci nuove visioni della realtà ma il loro è un linguaggio che non conosciamo perché violento e dunque non sappiamo dominarlo. La furia del vento e del mare ci dicono che è con altri strumenti che sarà possibile compiere quella traversata. I soliti modulati sul ritmo dell’ansia e della paura non portano da nessuna parte. Quanto diversa la reazione di Gesù di fronte a quello stesso linguaggio del vento e del mare: egli se ne stava a poppa, su un cuscino, e dormiva. Sarà lui a mettere a tacere vento e mare quando si troverà costretto a misurare che nel nostro cuore fa fatica a germogliare la fede e la disponibilità a lasciarsi condurre. E intimerà al vento e al mare non di arrestarsi ma di non più parlare.

Perché sono così pauroso? Non ho ancora fede?

Due domande da tenere sempre aperte se voglio accogliere l’opportunità di conoscere altre rive. La paura della traversata non ci impedisca di conoscere nuovi approdi.

Inviato da acasadicornelio

Dio non interviene al posto mio ma con me
Commento al Vangelo di di Ermes Ronchi 

Una notte di tempesta e di paura sul lago, e Gesù dorme. Anche il nostro mondo è in piena tempesta, geme di dolore con le vene aperte, e Dio sembra dormire.

Nessuna esistenza sfugge all’assurdo e alla sofferenza, e Dio non parla, rimane muto.

È nella notte che nascono le grandi domande: Non ti importa niente di noi? Perché dormi? Destati e vieni in aiuto! I Salmi traboccano di questo grido, riempie la bocca di Giobbe, lo ripetono profeti e apostoli. Poche cose sono bibliche come questo grido a contestare il silenzio di Dio, poche esperienze sono umane come questa paura di morire o di vivere nell’abbandono.

Perché avete così tanta paura? Dio non è altrove e non dorme. È già qui, sta nelle braccia degli uomini, forti sui remi; sta nella presa sicura del timoniere; è nelle mani che svuotano l’acqua che allaga la barca; negli occhi che scrutano la riva, nell’ansia che anticipa la luce dell’aurora.

Dio è presente, ma a modo suo; vuole salvarmi, ma lo fa chiedendomi di mettere in campo tutte le mie capacità, tutta la forza del cuore e dell’intelligenza. Non interviene al posto mio, ma insieme a me; non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell’oscurità. Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura. Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce.

L’intera nostra esistenza può essere descritta come una traversata pericolosa, un passare all’altra riva, quella della vita adulta, responsabile, buona. Una traversata è iniziare un matrimonio; una traversata è il futuro che si apre davanti al bambino; una traversata burrascosa è tentare di ricomporre lacerazioni, ritrovare persone, vincere paure, accogliere poveri e stranieri. C’è tanta paura lungo la traversata, paura anche legittima. Ma le barche non sono state costruite per restare ormeggiate al sicuro nei porti.

Vorrei che il Signore gridasse subito all’uragano: Taci; e alle onde: Calmatevi; e alla mia angoscia ripetesse: è finita. Vorrei essere esentato dalla lotta, invece Dio risponde chiamandomi alla perseveranza, moltiplicandomi le energie; la sua risposta è tanta forza quanta ne serve per il primo colpo di remo. E ad ogni colpo lui la rinnoverà.

Non ti importa che moriamo? La risposta, senza parole, è raccontata dai gesti:

Mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante.

Mi importano i passeri del cielo e tu vali più di molti passeri, mi importano i gigli del campo e tu sei più bello di loro.

Tu mi importi al punto che ti ho contato i capelli in capo e tutta la paura che porti nel cuore. E sono qui. A farmi argine e confine alla tua paura. Sono qui nel riflesso più profondo delle tue lacrime, come mano forte sulla tua, inizio d’approdo sicuro.

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 19/06/2015 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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