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India e Nepal: Maternità surrogata. La grande fabbrica!

Daksha, 37 anni, Renuka, 23 anni e Rajia, 39 anni, nel centro Akanksha IVF di Anand, in India, il 27 agosto 2013. Tutte e tre sono madri surrogate.

L’Osservatore Romano: Pubblichiamo stralci da un articolo sulla maternità surrogata apparso il 30 luglio sul sito della rivista «Internazionale».
(Martí Caparrós) È un classico: quando vogliono distrarti da una crisi ti dicono che ogni crisi è un’opportunità e ti fanno degli esempi, storie più o meno antiche. Sicuramente non ti racconteranno di come il Nepal è diventato un produttore di bambini per ricchi. La grande fabbrica, chiaramente, resta l’India. Il Paese trabocca di cliniche che assumono donne poverissime da usare come ventri. Madri e padri del mondo ricco mandano fin lì i loro embrioni, e dottori del posto li impiantano nell’utero di una donna locale che, mettendo il suo corpo a produrre a tempo pieno per nove mesi, guadagna quello che non riuscirebbe a guadagnare in molti anni di lavoro, se ne avesse uno: circa 4.000 euro. Per lo stesso lavoro una donna statunitense ne può guadagnare 40.000, e il prezzo totale di un bambino made in Usa si aggira sui 90.000 euro; in India se ne può avere uno per 12.000 euro.
Le loro cliniche somigliano sempre di più a una catena di montaggio. La donna che affitta il suo ventre riceve un embrione fertilizzato da un ovulo che può essere della madre (o no) e sperma che può essere del padre (o no). Se ci sono donatori, sono chiaramente anonimi, ma uno non vale l’altro: il contributo di un professionista modello o di una modella professionale costa molto di più di quello di una persona qualunque, perché produrrà bambini più belli o più intelligenti. Il design arriva ovunque.
Le leggi sulla maternità surrogata sono confuse. Imprenditori e utenti sfruttano i vuoti legislativi. Ci sono delle particolarità: in questo mestiere, le operaie danneggiano il business se si alimentano o vivono male, per questo sono tutte ricoverate in case comuni dove possono concentrarsi esclusivamente sulla gestazione, ben controllate e ben nutrite. E quando partoriscono, chiaramente, firmano un foglio in cui dichiarano che non cercheranno mai di sapere cosa ne è stato del loro prodotto.
I prezzi indiani hanno aperto il mercato. Quella che era nata come una tecnica per coppie eterosessuali con problemi di fertilità è diventata una via d’uscita per chi prima non ne aveva una: uomini e donne single, coppie omosessuali. Il rapporto tra la tecnica e gli usi e i costumi è stato sempre intricato: si influenzano reciprocamente. Le leggi sulle madri surrogate sono confuse. Imprenditori e utenti sfruttano i vuoti legislativi di una prassi troppo nuova per essere ben regolata dalla legge.
Ma più di un anno fa il governo indiano ha proibito ai single e alle coppie gay di ricorrere alla maternità surrogata, e questa crisi è diventata un’opportunità per il Nepal: un mercato, una nicchia. Sarebbero diventati specialisti dei genitori 2.0. Un nuovo mercato umiliante. A Kathmandu, le fabbriche di maternità per conto terzi sono spuntate come funghi: ce ne sono già più di una decina. Il governo non si intromette se la transazione avviene tra stranieri, e le cliniche assumono donne indiane o bengalesi per usare i loro ventri. Le «Nouvel Observateur» definisce così questa espressione della globalizzazione: «I neonati sono puzzle composti da tasselli che provengono da tutto il mondo. Ovulo messo a disposizione da una polacca o da un’ucraina, perché il bambino sia caucasico; sperma americano, svedese o giapponese; embrione congelato in India e impiantato nell’utero di una bengalese in una clinica del Nepal».
La tendenza è in aumento ma non esistono cifre globali: molti di questi bambini non sono registrati in modo chiaro all’anagrafe e nessuno sa quanti se ne producano ogni anno nel mondo. Sorgono anche i dubbi e le domande su cosa significhi essere madre o padre, fino a che punto sia tollerabile comprare dei corpi per compiere certe funzioni. E si è creato un nuovo mercato, uno dei più umilianti che si possano immaginare. Quasi duecento anni fa un tedesco recuperò una rara parola latina e la rimise in circolazione. Proletario era colui che era talmente povero da poter contare solo sulla sua prole. Il tedesco non poteva sapere che la sua parola sarebbe stata così azzeccata.
L’Osservatore Romano, 5 agosto 2015.

2 commenti su “India e Nepal: Maternità surrogata. La grande fabbrica!

  1. Cada uno estamos llamados a ser lo que el Buen Dios nos ha llamado, y por lo tanto no podemos ser instrumentos o instrumentalizados por nadie.

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  2. Luca Zacchi
    05/08/2015

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Già ribloggato, ma meglio ricordare!

    "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 05/08/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , .

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