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L’arte cristiana yoruba della Nigeria (1)

L'arte cristiana yoruba della Nigeria.

1. La nascita dell’arte cristiana yoruba.

Le intuizioni di p. Kevin Carrol.

60 anni fa, a Oyo-Ekiti, nel sud della Nigeria, alcuni missionari sperimentano l’adattamento del Vangelo alla cultura africana per mezzo delle arti plastiche.

Nel 1947, in pieno periodo coloniale, missionari cattolici irlandesi e artisti yoruba diedero vita, nell’area rurale sud-occidentale della Nigeria, a un esperimento rivoluzionario: un laboratorio che aveva lo scopo di promuovere le attività artistiche tradizionali di intaglio del legno, tessitura, lavorazione del cuoio e delle perline.

Questa iniziativa, il cui obiettivo era di incoraggiare una nuova forma d’arte yoruba-cristiana, durò sette anni e costituì un cambiamento radicale rispetto sia alle abituali attività missionarie della Chiesa, sia alle arti tipiche dello Yorubaland.

L’imposizione del dominio coloniale da parte delle potenze europee fu causa di trasformazioni che intaccarono la tradizione e travolsero drammaticamente gli africani in tutti gli aspetti della vita, compreso quello religioso. Nella speranza di vincere l’insicurezza e le pressioni dello shock culturale e tecnologico, i seguaci dei culti tradizionali, infatti, sotto l’influenza dei missionari europei, si convertirono sempre più spesso al Cristianesimo.

Sfida all’atteggiamento europeo verso l’Africa

Considerata erroneamente come il prodotto dell’intrusione coloniale nel contesto nigeriano, l’arte dell’atelier di Oye-Ekiti (1947-1954) segnò al contrario un cambiamento significativo, sfidando gli atteggiamenti tipicamente europei verso le usanze locali e promuovendo un apprezzamento delle attività artistiche tradizionali. L’atelier di Oye-Ekiti diede vita a un’originale arte ibrida yoruba-cristiana, che rappresentò un nuovo modello di espressione religiosa e culturale nel panorama della moderna Nigeria e dell’Africa.

Un breve excursus sulla storia del laboratorio artistico di Oye-Ekiti e del suo principale direttore, padre Kevin Carroll (1920-1993) della Società delle Missioni Africane (S.M.A.), fornisce un esempio del primo tentativo istituzionale missionario di adattare il Cristianesimo al contesto culturale indigeno africano.

Quando, in occasione della seconda Mostra internazionale di «Arte Sacra proveniente dalle missioni» tenutasi durante l’Anno Santo del 1950, venne chiesto a padre Kevin Caroll di mandare a Roma alcuni pezzi provenienti dal suo atelier d’arte, egli selezionò oggetti di cuoio lavorato, tessuti, ricami, perline e sculture lignee degli artisti del laboratorio di Oye-Ekiti. Tra queste opere, spiccava una Natività cristiana, o presepe, di cui facevano parte la Sacra Famiglia e i Tre Re Magi. Il presepe della mostra del 1950 mescola alle antiche suggestioni artistiche della regione yoruba di Ekiti nuove idee europee, in una fusione nigeriana di impronta cattolica.

A causa del grande investimento in termini di tempo e di energia creativa, tali presepi venivano progettati con cura dagli artisti e dai loro committenti. La realizzazione dei pezzi avveniva con mezzi espressivi diversi, come intaglio del legno, perline, ricamo, lavorazione del cuoio e tessitura. Le opere mandate a Roma nel 1950 e 1951 rispecchiavano il tentativo dei missionari di rendere le forme d’arte yoruba un efficace mezzo di comunicazione delle idee cristiane a un pubblico africano. Nello stesso tempo, rappresentavano il desiderio consapevole degli artisti di assecondare le aspettative innovative dei missionari, rimanendo però in linea con l’aspetto iconografico delle proprie tradizioni.

Magi con l’aspetto di oba, sovrani dell’etnia yoruba

Se nell’abbigliamento e nei tratti i Magi hanno l’aspetto di oba (re dell’etnia yoruba), la Sacra Famiglia presenta un’identità culturale molto meno definita, che si differenzia sia per la pelle più chiara, sia per la scelta degli abiti, scolpiti o dipinti, che rientrano nel solco della tradizione iconografica europea. Nonostante questo, i tratti fisici dei suoi membri sono abbastanza compatibili con un’identità africana.

In un articolo del 1950 sul Nigeria Magazine, in cui venivano presentate le prime fotografie delle sperimentazioni yoruba-cristiane del laboratorio, padre Kevin Carroll, ideatore dell’atelier e da sempre mecenate dell’arte yoruba, negava essenzialmente alla Sacra Famiglia un’identità africana, sia pure simbolica: «[Maria] non è raffigurata con la pelle scura perché, come tutti sanno, non era africana, ma ebrea».

Visto in retrospettiva, Carroll sembra aver contestato questa inevitabile interpretazione africana della Sacra Famiglia nel tentativo di evitare sicure critiche. Aspettandosi, a ragione, una reazione fortemente negativa all’immagine di un Gesù e di una Maria dalla pelle scura, probabilmente volle frenare la corsa verso la piena africanizzazione di questo suo esperimento artistico. Tuttavia nel 1967, cioè solo diciassette anni dopo, commentando alcuni aneddoti per descrivere lo sguardo attento dei patrocinatori e la loro insistenza affinché gli artisti seguissero alla lettera i dettagli biblici, Carrol faceva trasparire una piena e tranquilla accettazione dell’africanizzazione di Gesù e Maria nell’arte yoruba-cristiana da lui difesa e promossa.

In apparenza, nessuna delle parti coinvolte in questo progetto di arte sperimentale e di adattamento culturale aveva una chiara idea delle regole o dei limiti della sua evoluzione nel tempo, e durante i sette anni di vita del laboratorio e nei decenni successivi entrambe non smisero mai di lottare per sviluppare questa nuova forma di espressione artistica e religiosa. I presepi del laboratorio presentavano le idee cristiane di base, rielaborate dagli africani in contrapposizione al diffuso eurocentrismo coloniale e religioso. Nonostante l’inevitabile resistenza e criticismo all’interno della Chiesa, il nuovo genere artistico incarnò un cambiamento radicale per quell’epoca, sia di prospettiva, sia di modalità di rappresentazione.

Durante la ricerca di documenti per la mia tesi di laurea, il ricco materiale proveniente dalla Collezione di Kevin Carroll degli Archivi Provinciali della S.M.A. di Cork in Irlanda mi ha fornito le basi per ampliare e approfondire le notizie sul laboratorio, conducendomi a interpretarlo come un audace esperimento pionieristico nell’arte e nell’inculturazione cristiana, soprattutto in riferimento alla sua origine teorica negli anni ’30, al suo iniziatore, padre Patrick M. Kelly (1904-1988), alla sua sperimentazione artistica, alla sua innovazione religiosa e alla reazione negativa della Chiesa, che provocò la chiusura dell’atelier nel 1954.

Oltre ad essermi imbattuto in numerose prove della profonda influenza di p. Kelly sull’arte di Oye-Ekiti, ho individuato tre delle sue fonti ispiratrici: l’influenza della teoria di adattamento del Cardinale Celso Costantini (che noi oggi chiamiamo inculturazione) sviluppata a Roma negli anni ’30, l’influenza anticipatrice su Oyo-Ekiti dei primi progetti di sviluppo comunitario sperimentati dall’istituto missionario di Kelly nello Yorubaland alla fine dell’800, e, terzo, i suoi tentativi infruttuosi di riformare le scuole S.M.A. esistenti, prima di essere eletto Provinciale dell’Istituto.

Il mio lavoro presenta anche, per la prima volta, l’arte yoruba-cristiana come un esperimento che, nonostante la continua opposizione, riesce a svilupparsi nel corso della carriera di padre Carroll, dalle fasi iniziali teoriche a un’esperienza concreta e positiva di fusione tra arte africana e Cristianesimo.

Time, un settimanale americano molto conosciuto, una ventina d’anni fa ha sottolineato il carattere sempre attuale dell’argomento:

L’Africa è un continente devastato dalle carestie e dalle guerre, dalle pestilenze e dalla povertà… Per il Cristianesimo è tuttavia terra di resurrezione, la cui forza spirituale ispira (ed è ispirata da) una profusione di creazioni artistiche… Era dai tempi del Rinascimento che non veniva prodotta una così grande e variegata arte cristiana.

Questo articolo di copertina attribuiva giustamente al laboratorio di Oyo-Ekiti il punto d’inizio del successo dell’arte africana. Tuttavia, mentre l’adozione del cristianesimo da parte dei popoli africani è un tema di rilievo negli studi di storia dell’Africa, l’evoluzione di un’arte cristiana africana nel XX secolo è ancora poco studiata e approfondita.

Missionari e pluralismo culturale

Se si riflette sul cambiamento dei rapporti di potere e di conoscenza tra Africa e Euro-America, si comprende che un po’ di questo disinteresse verso la cultura africana cristiana e la sua arte è forse il risultato del lungo declino del Cristianesimo e della sua produzione artistica nell’Europa moderna, a causa della secolarizzazione che ha permeato il mondo accademico euro-americano. Molti osservatori e studiosi non compresero i cambiamenti, anche determinanti, rappresentati dall’esplosiva espansione verso sud (cioè verso l’Africa, l’Asia e l’America Latina) del Cristianesimo e dalla sua globalizzazione nel XX secolo: nella sola Africa, il numero di cristiani è passato dai 9,5 milioni del 1900 ai 400 milioni del 2000. Questo fenomeno faceva presagire la trasformazione del Cristianesimo in una religione prevalentemente non occidentale, non bianca, eterogenea e globale, “un Cristianesimo sempre più determinato dai continenti del sud del mondo”.

A causa del bagaglio culturale del colonialismo (eurocentrismo), molti missionari non furono in grado di onorare la culturale locale a cui avevano dedicato la propria vita. Spesso, al contrario, avversarono le tradizionali espressioni artistiche africane, perché strettamente associate con le religioni tradizionali da loro condannate, e ad esse opposero modelli europei di arte cristiana. In concomitanza con la perdita di vitalità di sistemi di pensiero millenari, anche le arti locali iniziarono a declinare. In genere i missionari non si preoccuparono di adattare il proprio immaginario cristiano al nuovo contesto africano. Il Gesù dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, così diffuso nelle immagini devozionali europee, dominava anche nell’iconografia di matrice europea presente negli opuscoli cristiani rivolti a un pubblico africano.

Il cardinale delle arti indigene

Il primo che mostrò interesse per le culture delle «terre di missione», fu l’arcivescovo (più tardi cardinale) Celso Costantini (1876-1958), una delle figure più importanti di Propaganda Fide, il «ministero delle missioni» del Vaticano nel mondo. Nel 1937, nella speranza di stimolare lo sviluppo dell’arte indigena cristiana in Asia, Africa e nelle Americhe, Costantini convinse con successo Pio XI a promuovere l’inculturazione nelle arti, proponendo una mostra vaticana che s’incentrasse in modo specifico sull’arte delle missioni. Secondo le intenzioni del curatore, la mostra avrebbe dovuto essere inaugurata nel 1940 e durare tre anni.

La morte di Pio XI, che più tardi Costantini chiamò «il grande papa missionario», e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale costrinsero a rimandare l’inaugurazione. Il pontefice che gli succedette, papa Pio XII (1939-1958), fu pure favorevole alla mostra, e alla fine essa si tenne a Roma durante le celebrazioni dell’Anno Santo del 1950.

In quanto risposta a questo palese incoraggiamento da parte delle più alte gerarchie della Chiesa Cattolica, il laboratorio di arte cristiana di Oyo-Ekiti, sorto nel 1946, rappresentò uno sviluppo significativo del Cristianesimo europeo nel suo iniziale sforzo di africanizzazione. O detto in altri termini, esso aiutò i credenti a capire che si poteva essere allo stesso tempo cristiani e africani.

Studio curato da Nicholas J. Bridger
Professore di Arte all’Ohlone College di Fremont, California
Pubblicato da http://www.missioni-africane.org/

 

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Un commento su “L’arte cristiana yoruba della Nigeria (1)

  1. El Señor va marcando los pasos, basta que con generosidad y valentia sepamos seguirlo, y continua la marcha, en especial con el empujón del Vat.II.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/08/2015 da in Arte, ITALIANO con tag , , , , , , .

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