COMBONIANUM – Formazione e Missione

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L’arte cristiana yoruba della Nigeria (3)

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3. Un’arte che è evoluta per vie diverse.

L’eredità di p. Carrol è ancora viva.

Chiude il laboratorio di Oyo-Ekiti, ma continua la feconda creazione artistica. La riflessione teorica e l’esposizione delle opere in musei e collezioni.

I critici dell’atelier sembravano ignorare l’esistenza di un’arte cristiana africana in Etiopia ed Egitto, che durava da 15 secoli. La raffigurazione di Cristo e Maria come africani dalla pelle scura rimane un tema dibattuto nelle pubblicazioni religiose degli anni ‘60, fino a quando il Concilio Vaticano II (1962-1965) indicò in modo autorevole la posizione della Chiesa a sostegno dell’inculturazione, mettendo un terminare al dibattito ufficiale e dottrinale.

Lasciata Oye-Ekiti, i due missionari e i loro due più importanti scultori, George Bandele e Lamidi Fayeke, continuarono la collaborazione in modo decentralizzato (dunque senza la sinergia presente nell’atelier), accompagnando i missionari nei differenti luoghi di missione nello Yorubaland. Per il resto della propria vita, p. Carroll non smise mai di ispirare artisti locali e di promuovere la creazione, la commissione e la vendita dei manufatti yoruba-cristiani nelle comunità cattoliche e anglicane della Nigeria e presso la clientela internazionale in continua crescita in Europa e negli USA.

L’evoluzione del progetto di Oye-Ekiti

carrol%20yoruba%20(1)Fin dagli esordi, il progetto di Oye-Ekiti prevedeva la produzione di opere anche per committenti esterni, in particolare per nigeriani interessati all’arte yoruba tradizionale. Questa produzione non-cristiana dell’atelier e dei suoi artisti merita grande attenzione. Carroll cercò di stabilire una linea di demarcazione teorica tra le opere d’arte prodotte esclusivamente a scopi religiosi tradizionali (che egli proibì) e i lavori autonomi degli artisti.

Uno dei principi fondamentali dei padri Kelly e Carroll era che all’interno dell’atelier si dovesse mantenere la produzione artistica tradizionale yoruba in modo da non perdere la mano, rimanere in contatto con le proprie radici culturali e aiutare a risvegliare la pratica delle arti e dei mestieri della regione. I prodotti non cristiani di questa fruttuosa collaborazione vennero perciò chiamati dagli storici d’arte nigeriani “sculture neo-tradizionali yoruba”.

Per il resto della sua vita, cioè fino agli inizi degli anni ’90, Carroll continuò a patrocinare le arti liturgiche yoruba-cristiane (tra cui musica e architettura), a formare gli artisti più giovani e a difendere in modo efficace l’inculturazione. Il patrocinio, la promozione e l’ispirazione continua di Carrol fornirono a Bandele, a Lamidi e agli altri artisti un flusso piccolo ma costante di commissioni per porte di chiese scolpite, fonti battesimali, altari, statue, tessuti e altro. Il successo dell’atelier nello sviluppare un’ibridazione efficace dell’arte yoruba-cristiana, oltre a mostrare il talento artistico dell’atelier, raccolse riconoscimenti e una domanda crescente per l’arte da esso prodotta.

La carriera internazionale dello scultore Lamidi

Il fermo sostegno di Carroll fruttò a Lamidi frequenti commissioni da parte di agenzie governative e istituzioni (come ospedali e università) che sfociarono in una fonte di patrocinio pubblico, secolare e non conflittuale. Negli anni ’60, Lamidi andrà oltre, assumendo alcuni apprendisti, aprendo uno studio a Ibadan e visitando la Gran Bretagna e poi molte università e musei americani in cicli di conferenze. Dopo aver abbandonato il laboratorio per una rapida carriera internazionale, nel 1960 cominciò a esporre le proprie sculture a Ibadan (Nigeria), dove si era trasferito. Più tardi divenne membro del Dipartimento d’Arte all’Università Obafemi Awolowo di Ife, sempre in Nigeria. Oggi, nonostante sia praticamente in pensione, egli continua a lavorare il legno a Ife, mentre molti membri della sua famiglia allargata proseguono la tradizione creando opere in stile neo-tradizionale, di cui egli fu uno dei primi propugnatori.

L’arte che si sviluppò nell’atelier rappresentò così il primo tentativo istituzionale di inculturazione del Cristianesimo nella cultura africana, e anche un passo fortemente visibile verso la decolonizzazione della Chiesa cattolica e della sua arte in Nigeria, verso la costruzione di un’autonomia culturale e verso l’affermazione del nazionalismo e dell’etnicità alla vigilia dell’indipendenza nigeriana. Nel 1993, al funerale di p. Carroll celebrato a Ibadan, Joseph B. Ojo, un amico di vecchia data di Oye-Ekiti, recitò un significativo inno di lode, che aveva scritto lui stesso secondo i canoni del tradizionale oriki yoruba. L’estratto seguente fa trapelare le speranze e i valori che animavano i missionari coinvolti nell’esperimento di Oye-Ekiti, Kevin Carroll e la sua arte al di sopra di tutti:

Nel mese di novembre dell’anno scorso ero con te a Ilorin. «Sto diventando vecchio» mi disse. Gli chiesi quando gli sarebbe piaciuto tornare alla sua città natale. «Perché dovrei tornarci?» mi rispose «Chi mi conosce oramai nella mia città?» Scossi la testa a lungo e in silenzio. Dalla moschea provenivano i richiami mussulmani, fuori la pioggia scrosciava. Tu sei rimasto con noi così a lungo, da esser diventato uno di noi.

Le ricerche su Kevin Carrol e sull’arte yoruba-cristiana

carrol%20yoruba%20(5)Molto di quello che conosciamo della breve vita dell’atelier di Oye-Ekiti (1947-1954) si basa sugli scritti di p. Carroll (1920-1993), in particolare sul suo primo libro, Yoruba Religious Carving, Pagan and Christian Sculture in Nigeria and Dahomey (1967), scritto una dozzina d’anni dopo la chiusura dell’atelier, e per lungo tempo unica fonte disponibile sull’argomento. Questo libro è un intreccio tra il suo punto di vista di missionario cristiano e il suo profondo desiderio di comunicare alcune sue scoperte sul linguaggio artistico yoruba, e fornisce non solo un breve excursus sulle origini, sullo sviluppo e sulla fine dell’atelier, ma anche un’analisi della cultura, dell’arte, della religione e di altri aspetti yoruba collegati alla missione.

Durante i miei studi sul laboratorio sperimentale di Oye-Ekiti per la mia tesi di Master (2002) alla San Francisco State University in California, USA, mi sono dovuto confrontare con la mancanza di studi sull’arte cristiana africana.

Fortunatamente, ho avuto il privilegio di accedere alle carte dell’atelier in una sezione appena aperta dell’archivio della Provincia Irlandese di Cork, diretto in modo intelligente da p. Edmund Hogan. Non mi ha sorpreso che l’archivio documentasse solo la fase iniziale. Fui così ancora più motivato a tracciare l’intera storia dell’esperimento di p. Carrol. Quello che non avevo previsto era la mia eccitazione nello scovare rare opere d’arte e altre risorse che rischiavano, nella migliore delle ipotesi, un anonimato permanente, e nella peggiore di venir dimenticate o perse. Dopo essermi laureato in storia dell’arte, ho visitato la Nigeria due volte, riuscendo a rintracciare alcuni dei partecipanti originari al progetto dell’atelier (nel 2003 e 2005).

Di questa manciata di artisti sopravvissuti, ex collaboratori di p. Carroll nell’ideazione del nuovo genere cristiano, faceva parte soprattutto l’eminente scultore Lamidi Fayeke, ancora in attività nonostante gli ottant’anni, e grazie al quale ho potuto documentare l’arte yoruba-cristiana da vicino e rintracciare le opere di maggiori dimensioni dell’atelier, come alcuni portali di chiese, ancora in situ nelle aree rurali, nonostante decenni di usura e intemperie. Durante la visita alla cittadina di Oye-Ekiti nel 2005, io e Lamidi abbiamo incontrato, in una commovente riunione organizzata per l’occasione, i pochi artisti sopravvissuti, uomini e donne, inventori, insieme p. Carroll, dell’arte yoruba-cristiana.

La Kevin Carrol Collection di Dormantine (Irlanda del Nord)

Le mie visite alla Provincia SMA irlandese, intrecciatesi con il lavoro sul campo in Nigeria, mi hanno permesso di scoprire una collezione sconosciuta di opere d’arte di Oye-Ekiti a Dromantine, Irlanda del Nord, dove c’era il progetto di fondare una piccola galleria, la Kevin Carroll Collection (KCC). Fu sufficiente un breve contatto con il personale del posto perché mi venisse chiesto un aiuto nella catalogazione del materiale. La stessa Dromantine, una classica villa inglese in stile Regency (1820 circa), situata sulle verdi e dolci colline di County Down, abbellita da un grazioso stagno con cigni, si dimostrò una sorpresa piacevole e affascinante. In questo seminario, trasformato negli anni ’90 in grande centro congressi della SMA, la Provincia irlandese spera di inaugurare la nuova Kevin Carroll Collection.

Il problema principale nell’organizzazione della galleria è la scarsa competenza dei curatori riguardo l’arte africana, nonostante il sincero interesse della SMA per le culture di questo continente che si riflette nella mezza dozzina di piccoli musei e di collezioni di alta qualità in Europa e negli Stati Uniti.

Mi è bastato visitare l’attico di questo bellissimo maniero dove vengono conservate le opere, per afferrare la natura del loro problema: l’arte africana era stata ammassata tutta insieme, dai capolavori raffinati yoruba-cristiani di Carroll a vari pezzi e souvenir provenienti da tutto il continente, acquistati e donati dai missionari irlandesi. Separare e identificare l’inestimabile materiale di Oyo-Ekiti, e iniziare a organizzare il catalogo della collezione, dando il mio piccolo contributo personale alla SMA, è un’opera che mi ha riempito di soddisfazione.

Studio curato da Nicholas J. Bridger
Professore di Arte all’Ohlone College di Fremont, California
Pubblicato da http://www.missioni-africane.org/

 

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Un commento su “L’arte cristiana yoruba della Nigeria (3)

  1. Siempre la Historia nos puede dar una buena mano para conocer todo nuestro ambiente.

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Questa voce è stata pubblicata il 21/08/2015 da in Arte, ITALIANO con tag , , , , , , .

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