COMBONIANUM – Formazione e Missione

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L’arte cristiana yoruba della Nigeria (4)

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4. Opere d’arte perdute e ritrovate.

L’arte cristiana yoruba celata in Itália.

Inseguendo le tracce di due preziose Natività giunte in Italia nel 1950, fino al loro avventuroso ritrovamento ad Assisi e a Roma.

«Mi dispiace moltissimo, ma proprio non ho tempo, signor Bridger» mi aveva ripetuto la voce vigorosa e gentile del cardinale nigeriano Francis Arinze, a quel tempo una delle più importanti figure del Vaticano (Prefetto della Sacra Congregazione della Liturgia), e indicato dai media come papabile durante il conclave del 2005. Nonostante il sincero dispiacere che trapelava dalla sua voce, non fui sorpreso della risposta.

Io, docente di Storia dell’Arte negli Stati Uniti, privo di contatti di un certo peso, avevo fatto questa telefonata consapevole che era un atto senza speranza. L’anno che stava volgendo al termine, il 2005, però mi avrebbe riservato una fortunata serie di sorprese che avrebbero dato un forte impulso ai miei studi sull’ignorata e perduta arte dell’atelier di Oye-Ekiti. Dopo la Nigeria e l’Irlanda, fu la volta della fase italiana della mia ricerca, compressa nelle due settimane di vacanze natalizie in cui non insegnavo.

Gli indizi portano in Italia

Nella mia ultima mattinata passata al Centro SMA di Dromantine in Irlanda del Nord, incontrai per caso il segretario generale della SMA. Conosceva il lavoro di Carroll e quando gli parlai di quei pezzi perduti della mostra del 1950, mi incoraggiò a focalizzare la mia ricerca a Roma. Oltre all’articolo scritto in quegli anni lontani da p. Carroll, la sola fonte di informazione sull’argomento era la bellissima serie di fotografie del raro libro di Pia Bruzzichelli, Arte, Africa e Cristo (1962), nel quale alle immagini era stata associata solo la parola «Nigeria».

L’editore, la Pro Civitate Christiana, è una piccola organizzazione laica con sede ad Assisi che si dedica a promuovere le arti cristiane e la spiritualità presso la società civile. Farfugliando nel mio italiano stentato via e-mail e al telefono, riuscii a scoprire qualcosa dell’autrice di quel libro vecchio di quarant’anni, ma molto meno sulle foto riprodotte. Un esame approfondito delle foto rivelò alcune piccole differenze, prova dell’esistenza di una seconda Natività di quel periodo, di cui, dopo questo testo del 1962, si erano perse le tracce. Secondo la logica, questi tesori nigeriani, esposti alla Mostra di arte cristiana dell’Anno Santo, sarebbero dovuti arrivare al Museo Missionario Etnologico del Vaticano.

Giunto a Roma qualche giorno prima di Natale, visitai direttamente i Musei Vaticani nell’ultimo giorno prima della chiusura natalizia. Fermai un custode in divisa blu, gli spiegai rapidamente quello che cercavo e gli chiesi del Museo di Missiologia e Etnologia. Mi disse che dovevo rivolgermi al direttore dopo le festività e cercò il numero di telefono. Ma poi gli venne l’idea geniale di suggerirmi di parlare a un meraviglioso e cordiale uomo con cui aveva frequenti contatti, il cardinale Arinze, che dopo tutto era nigeriano e probabilmente molto più utile in questo caso. Nonostante un certo scetticismo, acconsentii, osservandolo mentre trascriveva ben tre numeri di telefono e lo ringraziai generosamente per la sua disponibilità.

Nascosto in bella vista

Il giorno dopo, Natale, io e mia moglie prendemmo un treno per Assisi, dove alloggiammo in un grazioso albergo situato in una delle piazze principali, di fronte al tempio romano di Minerva. Il mattino seguente il portiere mi informò che Pro Civitate Christiana si trovava proprio dietro l’angolo. Scendendo a passo spedito giù per la collina, giungemmo presto a una Galleria di arte cristiana contemporanea, posta su tre piani.

Mentre parlavo con le gentili volontarie all’ingresso, mi guardai impazientemente intorno, scorgendo un tavolinetto su cui era appoggiata la stessa Natività pubblicata nel libro quarant’anni prima. Prima di ottenere una qualunque risposta, corsi letteralmente verso le statue, le sollevai e urlai dalla gioia per aver finalmente ritrovato questi oggetti di grande valore storico (per lo meno per me!). Scattai molte foto e subissai le donne di domande, tanto da indurle a tirar fuori altre figure yoruba-cristiane, tra cui un S. Francesco africano con uccelli (tropicali) che io pensai molto appropriati per Assisi. Qualunque fosse stato l’esito nei Musei Vaticani, la mia avventura di ricerca in Italia si era già dimostrata fruttuosa.

I volontari della Pro Civitate, in base ai loro documenti, confermarono quanto io già sospettavo: nel 1950, il cardinale Costantini, senza dubbio stregato dalle sculture e dai tessuti yoruba-cristiani, aveva ordinato all’atelier un’altra Natività che, prima della sua morte avvenuta nel 1958, donò a questa collezione di arte contemporanea. Disgraziatamente, questi oggetti d’arte così speciali sembravano far parte dell’arredamento del foyer, invece di essere sistemati negli spazi della collezione della galleria. Tuttavia, con grande gioia dello studioso che era in me, fui in grado di acquistare una «nuova» copia del libro ormai da tempo fuori stampa per il vantaggioso prezzo di 10 euro.

Solo 48 ore a mia disposizione

Tornato a Roma alla fine del periodo di chiusura natalizia del Vaticano e dei suoi musei, affrontai risolutamente questa intimidente organizzazione, non proprio famosa per accessibilità e flessibilità, con in mano solo qualche numero di telefono. Per penetrare all’interno del Vaticano e trovare i miei tesori perduti di Oye-Ekiti (mi ero convinto che si trovassero lì), mi rimanevano solo due giorni di tempo; il mio volo di ritorno era prenotato per il mercoledì. Il giovedì avrei dovuto essere con i miei studenti in California per l’inizio del nuovo semestre. Il conto alla rovescia delle mie quarantotto (ore) era già partito.

Il mattino del lunedì alle nove digitai il numero di telefono del Museo di Missiologia e Etnologia. Due brevi parole, «chiuso» e «giugno» congelarono questa pista. Con i tre numeri del cardinale Arinze la mia breve lista telefonica del Vaticano era finita. Convinto che nell’ufficio del prelato nigeriano qualcuno, magari una suora, avrebbe parlato inglese permettendomi di formulare le mie domande, composi il numero e, dopo neanche uno squillo, udii una voce baritonale e vigorosa: «Pronto!» Dopo una breve presentazione chiesi se era possibile parlare con il cardinale Arinze. «Sono io», mi disse in inglese. Cosa? Arinze in persona? Dovevano avermi dato il suo numero personale. Farfugliai il motivo della mia chiamata e gli chiesi se potevo intervistarlo sull’arte cristiana nigeriana. Non fui sorpreso nel sentirmi dire che purtroppo non aveva tempo, se non per farmi i migliori auguri.

A questo punto, ancora scioccato per aver raggiunto Sua Eminenza in persona, qualcuno così in alto in un’organizzazione di più di un miliardo di membri, abbandonai l’idea di cercare le opere d’arte e sperai semplicemente di riuscire a risalire alla storia completa dei pezzi perduti dell’atelier. D’un tratto, mi venne in mente di chiamare il Segretario Generale della S.M.A. per farmi consigliare il da farsi. Con mia fortuna, era tornato la sera prima e rispose alla mia chiamata. Mi suggerì di controllare all’archivio di Propaganda Fide (oggi Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli) per vedere cosa avevano sull’argomento.

Mi disse di arrivare alla stazione della metropolitana di Piazza di Spagna. E poi? «Per prima cosa cerca l’Ambasciata Spagnola, poi il McDonalds. Tra i due c’è Propaganda Fide». Prendemmo la metropolitana, io e mia moglie, dopo aver lasciato la nostra pensione vicino al Vaticano. Raggiungemmo Piazza di Spagna in circa quindici minuti. Diretta a uno shopping dell’ultimo minuto in centro storico, mia moglie aveva deciso di accompagnarmi fino alla stazione. Poi, incuriosita dallo storico palazzo di Propaganda Fide, si era unita brevemente alla ricerca e insieme ci eravamo diretti all’entrata di questo edificio. Una volta dentro, chiedemmo degli archivi e mi fu cortesemente risposto che non si trovavano lì. Dove avremmo potuti trovarli? chiesi allora con un moto di sconforto.

Nell’archivio storico del Vaticano

L’usciere, che aveva capito le mie gravi intenzioni, mi indicò un punto al di là del muro: «Prenda l’autobus che si ferma qui fuori». Fin dove devo andare? chiesi. «Fino alla fine della corsa, al capolinea». Immaginando una stazione dall’altra parte di Roma, chiesi chiarimenti: «E poi?» Temevo una passeggiata infinita fino a qualche remoto sobborgo industriale. «Una volta sceso, salga verso la collina». E poi? «E poi è arrivato». A questo punto mia moglie mi salutò e se ne andò per una più fruttuosa ricerca nelle boutique lì vicino.

Dopo qualche minuto di diligente attesa sotto una pioggerella leggera, uno strano veicolo si fermò esattamente nel punto in cui mi trovavo. Questo minibus, dalla forma quasi cubica, evidentemente progettato per muoversi tra i vicoli intricati del centro storico, fece poi molte altre fermate, caricando e scaricando persone. Mi sentivo completamente perso, quando, improvvisamente, dal finestrino vidi passare il monumento a Vittorio Emanuele («il Vittoriano»). Poi l’autobus si rituffò nel dedalo di stradine. Alla fine, mi stupii nell’intravvedere attraverso il finestrino l’imponente cupola di Michelangelo: ero tornato al punto di partenza della mattina! Poi il mezzo pubblico si infilò in un’immensa e vuota rimessa.

L’autista mi indirizzò verso un’apertura pedonale che dava su una stradina bagnata dalla pioggia. Scesi velocemente e vidi una collinetta erbosa, la sola lì intorno. Raggiunta la cima di questo poggio, mi imbattei in un cartello basso che riportava solo la scritta «Archivio Storico». Felicemente sorpreso, mi guardai intorno rendendomi conto di essere entrato nella Città del Vaticano da una specie di porticina sul retro, camuffata da terminal degli autobus. Senza guardie svizzere munite di alabarda in vista a controllare, entrai nell’edificio indicatomi. A questo punto mi venne in mente che non avevo idea di cosa potessero contenere gli archivi di Propaganda Fide o di come fossero organizzati. L’impiegato all’ingresso chiese aiuto ai colleghi per trattare con questo visitatore americano dalle idee vaghe. «Che anno vuole?» mi domandò l’archivista ufficiale. Ma, alla mia risposta: «1946», l’anno in cui venne sviluppata l’idea dell’atelier, mi fu subito detto: «Non accessibile».

Ora ero di nuovo scioccato nel sentire che documenti vecchi sessant’anni erano ancora off-limits. Incredulo, chiesi fino a che anno arrivavano. «1929», fu la risposta. La mia mente vacillò. Non si rendevano conto del valore storico del materiale che custodivano, e che, negandolo al pubblico, impedivano la conoscenza della storia della diffusione della Chiesa nel mondo? Scoraggiante, anche se prevedibile. Quindi passai a un’altra possibilità: forse avevano una vecchia copia del libro di Costantini del 1940, in cui per la prima volta egli parlava di inculturazione. Poiché questo cardinale aveva gestito per venti anni Propaganda Fide, sicuramente possedevano una vecchia copia da esaminare e fotocopiare. Sfortunatamente, dopo aver passato al setaccio gli schedari della sala di consultazione nessuno trovò niente.

Avvertendo la mia evidente frustrazione, l’impiegato, comprensivo, affermò: «Forse la biblioteca ha una copia!» Quale biblioteca? «Quella universitaria». Quale università? «Mi segua». E lo seguii fino ad alcuni edifici vicini. Salimmo alcune scale.

Un bibliotecario arguto

«Ah, Celso Costantini, un uomo veramente importante!» disse Antonio Salesiani, l’intelligente bibliotecario-capo. Ora ci trovavamo nella principale sala di lettura della Pontificia Università Urbaniana, fondata nel XVII per formare i missionari. Di nuovo ebbi la sensazione che forse potevamo fare qualche piccolo progresso. Lo schermo del suo computer elencò quasi cinquanta titoli in cui ricorreva il suo nome, e con crescente speranza gli diedi il titolo del fondamentale libro scritto nel 1940 dal cardinale. Dopo una ricerca di qualche minuto, annunciò: «Abbiamo il libro che sta cercando; non solo, se lo desidera può anche acquistarne una copia». Ero talmente incredulo che gli chiesi di ripetere quello che mi aveva detto e quindi balbettai: «Interessato? Quanto costa?» «Dieci euro». Apparentemente era questa la cifra standard per i libri rari della Chiesa da tempo fuori catalogo.

Qui avevo anche la possibilità di scegliere tra varie lingue, anche se tra queste non era contemplato l’inglese. Ricevetti subito due copie un po’ rinsecchite del volume di sessantasei anni prima, una in italiano e una in francese, e iniziai entusiasticamente a sfogliare i miei tesori.

Qualche minuto più tardi, Antonio mi passò a trovare per vedere come andava e mi chiese: «Cos’è questo?» indicando con grande interesse la mia foto a colori della Natività yoruba, presa ad Assisi. Gli spiegai cosa era, e gli raccontai della mia fortuna nel ritrovare questo pezzo perduto dell’Esposizione Missionaria in un piccolo museo. Erano passati meno di cinque minuti quando Antonio tornò da me dicendomi di lasciare tutto e di seguirlo. Varcammo le porte di sicurezza della biblioteca che si aprivano su un corridoio e poi scendemmo giù per una scala circolare fino a una porta chiusa a chiave in fondo alle scale. Dopo averla aperta, entrammo in una specie di parlatorio, e il mio ospite accese la luce. Non potevo credere ai miei occhi: lì, su una bassa credenza c’erano tre inconfondibili pezzi del Presepe Numero Uno dell’Esposizione di Roma del 1950: i tre Re Magi riprodotti nelle sembianze di re yoruba.

Mi precipitai verso le statue con la telecamera accesa, chiedendo ad Antonio cosa sapesse di esse e quando erano arrivate là. Disse che nessuno conosceva la storia di quelle figure e che da quando aveva iniziato a lavorare per l’Università nel 1967 erano sempre state lì nella penombra. Come quelli di Assisi, erano pezzi dimenticati benché esposti in bella vista, ma con qualche elemento curioso in più di quelli. Conservati in quella saletta e apprezzati senza dubbio per la loro bellezza, questi oba tradizionali erano avvolti da un alone di mistero, perché mancava loro la Sacra Famiglia, senza la quale era impossibile identificarli.

Troneggiavano sulla credenza, come una splendida decorazione, e non lasciavano trasparire agli spettatori nessun indizio circa il loro carattere sacro e liturgico, né tanto meno la loro significativa identità storico-artistica. Questi tesori erano stati trovati prima di mezzogiorno, ben prima della scadenza delle 48 ore, grazie a coincidenze assolutamente fortuite e a un personale sensibile e efficiente. E pensare che avevo già escluso del tutto questa possibilità, e mi accontentavo di poter consultare alcuni libri rari, che in sé erano già un buon risultato!

Storico dell’arte e, mio malgrado, detective

Il giorno seguente, pranzammo con i confratelli della casa generalizia dell’Istituto cui apparteneva p. Carroll, la SMA, e comunicai e condivisi gli ottimi risultati della fase italiana del mio progetto di ricerca. La scoperta dei tre Re Magi poteva essere considerata il primo premio della mia straordinaria serie di ritrovamenti? Nonostante la natura parziale di questo ultimo rinvenimento, comunque, ero stato in grado di prendere le prime foto a colori di quegli oggetti, e di aiutare l’Università Urbaniana a identificarli. Un’improbabile serie di fattori imprevisti e di casualità avevano portato a un risultato straordinario per uno storico dell’arte africana che operava in un oscuro sottocampo accademico e in un insolito ambiente istituzionale.

Prima di effettuare un’altra visita alla Città del Vaticano ero tentato di far scattare un allarme congiunto Interpool-Gendarmeria Papale sulle statue mancanti di Gesù, Maria e Giuseppe, visti l’ultima volta mentre si dirigevano in Egitto, forse su un mulo. E i tre Re Magi erano gli ultimi ad averli visti. Mezzo secolo era passato, dunque un vero cold case, ma avevo capito che con ottimismo e perseveranza, e anche con un po’ di audacia, la storia dell’arte può scoprire connessioni nascoste e scovare documenti e tesori perduti, specialmente se nascosti… in bella vista.

Tirando le somme potevo ritenermi soddisfatto: tra un viaggio in Irlanda del nord e uno in Italia, avevo individuato (e acquistato) due libri piuttosto rari, e documentato tre piccole, ma ineguagliabili collezioni delle opere di Oye. Nella mia successiva visita al Museo di Etnologia e Missiologia del Vaticano nel 2008, conversando con l’eccellente curatrice, la dottoressa Ester Console, ci rendemmo conto che quell’istituzione non aveva nessun documento che provasse di aver ricevuto dei pezzi di arte yoruba-cristiana dell’Esposizione Missionaria del 1950, benché fosse il luogo più indicato per accoglierli e conservarli. A quel che sembrava, gli oggetti d’arte religiosa di Oye erano stati sparpagliati un po’ per tutto il Vaticano, forse come oggetti di decorazione o, più tristemente, come vecchi souvenir di un eccitante ma ormai dimenticato viaggio nelle «terre di missioni» nell’Anno Santo 1950.

Ma siccome il Cristianesimo, e in particolare la Chiesa Cattolica romana, vede crescere continuamente il numero dei suoi adepti soprattutto in Africa, Asia e America Latina, l’arte dell’atelier di Oye-Ekiti merita il riconoscimento del ruolo fondamentale che ha avuto nel diffondere il messaggio cristiano in terra africana.

Studio curato da Nicholas J. Bridger Professore di Arte all’Ohlone College di Fremont, California Pubblicato da http://www.missioni-africane.org/

Guarda su Youtube un documentario dedicato alla “Mostra di Arte Sacra proveniente dalle missioni” dell’Anno Santo del 1950

 

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Un commento su “L’arte cristiana yoruba della Nigeria (4)

  1. Quien busca halla,…, y la paciencia todo lo alcanza….!

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Questa voce è stata pubblicata il 23/08/2015 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , , , , , .

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