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XXII settimana del Tempo Ordinario – Commento al Vangelo

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XXII settimana del Tempo Ordinario 
Commento di Paolo Curtaz al Vangelo del giorno

Lunedì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
1Ts 4,13-18   Sal 95   Lc 4,16-30: Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. Nessun profeta è bene accetto nella sua patria.

 

Martedì 1 Settembre > (Feria – Verde) Martedì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
1Ts 5,1-6.9-11   Sal 26   Lc 4,31-37: Io so chi tu sei: il santo di Dio!
Mercoledì 2 Settembre > (Feria – Verde) Mercoledì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Col 1,1-8   Sal 51   Lc 4,38-44: È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato.
Giovedì 3 Settembre > (Memoria – Bianco) San Gregorio Magno
Col 1,9-14   Sal 97   Lc 5,1-11: Lasciarono tutto e lo seguirono.
Venerdì 4 Settembre > (Feria – Verde) Venerdì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Col 1,15-20   Sal 99   Lc 5,33-39: Quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni digiuneranno.
Sabato 5 Settembre > (Feria – Verde) Sabato della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) Col 1,21-23   Sal 53   Lc 6,1-5: Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?
Domenica 5 Settembre > (DOMENICA – Verde) XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Is 35,4-7; Sal 145; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37; Fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Lunedì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

1Ts 4,13-18   Sal 95   Lc 4,16-30: Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. Nessun profeta è bene accetto nella sua patria.

Gesù chiude il rotolo del profeta Isaia e si siede, come fanno i rabbini per insegnare. Poi annuncia che la profezia si è conclusa. La reazione dei presenti è feroce, rabbiosa. Perché? Tutti conoscevano quel rotolo, ogni sabato, a turno, si leggevano gli stessi passi. Agli esperti di Scrittura non sfugge che Gesù tronca la frase di Isaia a metà. Il periodo conclude così: “e a predicare un giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 61,2). Gesù non lo legge, lo tronca. Si ferma all’anno di grazia. Nessuna vendetta, nessun riscatto spettacolare contro gli oppressori politici. Nessun riscatto del nazionalismo ebraico.
Perdono e conversione. Queste le due cifre dell’annuncio. La Parola si è chiusa, il libro viene arrotolato. Gesù si è permesso di correggere la Parola. Questo è troppo. Chi si crede di essere questo falegname? Gesù interagisce, cita la Scrittura, spiega come sia difficile fare i profeti in casa propria, e che solo degli stranieri, come la vedova di Zarepta e Naaman il Siro, hanno saputo riconoscere profeti grandi come Elia ed Eliseo. E si scatena il putiferio. All’iniziale sconcerto subentra l’offesa e la permalosità. Ma come si permette? Ma chi si crede di essere questo presuntuoso?

Martedì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

1Ts 5,1-6.9-11   Sal 26   Lc 4,31-37: Io so chi tu sei: il santo di Dio!

È nella sinagoga a pregare, l’indemoniato: veste come tutti, si comporta come tutti, è un buon fedele, all’apparenza. Ma la visione di Gesù lo scatena e manifesta tutta la rabbia che porta nel cuore: insulta Gesù, sa bene che egli è il Santo di Dio, non c’entra nulla con lui, è venuto per rovinargli la vita. Luca, con questo racconto, ci dice qualcosa di inquietante: è demoniaca una fede che si ferma al sapere senza contaminare la vita, demoniaca una fede che non fa entrare Dio nella quotidianità, demoniaca una fede che vede Dio come un avversario venuto per rovinare la bella vita peccaminosa che vorremmo fare… Non basta frequentare una chiesa per essere credenti e la prima conversione che siamo chiamati ad operare è all’interno delle nostre comunità, nella nostra Chiesa. Il rischio di vivere una fede sbagliata è sempre presente in noi ma l’autorevolezza di Gesù ci guarisce, ci sana, ci converte, ci cambia nel profondo. Lasciamo che la sua Parola autorevole, oggi, evidenzi i modi sbagliati che abbiamo di vivere la fede e diventiamo finalmente discepoli come egli vuole… La prima conversione da operare è in noi stessi!

Mercoledì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Col 1,1-8   Sal 51   Lc 4,38-44: È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato.

Non è più la sinagoga il luogo dell’incontro con Dio, ma la casa. E nella casa in cui Dio sceglie di abitare avviene il primo miracolo: la suocera di Pietro è guarita per servire. La comunità dei cristiani è guarita per servire i fratelli che premono alla soglia. È la soglia il luogo dell’evangelizzazione, il luogo dell’annuncio. La Chiesa è chiamata a diventare la soglia fra il mondo e Dio. Gesù, rubando tempo al sonno, si ritira in preghiera per trovare forza nel Padre: più siamo travolti dalle cose da fare e più dobbiamo avere il coraggio di trovare del tempo per stare con Dio e vivere di Lui. La preghiera prolungata lo porta ad una decisione: non resterà a Cafarnao dove, pure, ora è famoso e la sua opera efficace, ma andrà per altri villaggi della Giudea. Anche noi siamo chiamati ad imitare il Signore: a diventare soglia di accesso a Dio, proprio perché guariti nel profondo, ad attingere la forza del nostro annuncio da una prolungata preghiera quotidiana, ad annunciare il Signore ovunque, senza costruirci un piccolo feudo in cui rassicurarci a vicenda diventando dei piccoli professionisti del sacro. Aria, gente, imitiamo il Signore e facciamo uscire il vangelo dalle sacrestie impolverate!

Giovedì 3 Settembre (Memoria – Bianco) San Gregorio Magno

Col 1,9-14   Sal 97   Lc 5,1-11: Lasciarono tutto e lo seguirono.

Ci raggiunge sempre alla fine delle nostre notti, il Signore. Ci raggiunge alla fine delle nostre notti e dei nostri incubi, ci raggiunge quando siamo stanchi e depressi. Ci chiede un gesto di fiducia, all’apparenza inutile, ci chiede di gettare le reti dalla parte debole della nostra vita, di non contare sulle nostre forze, sulle nostre capacità, ma di avere fiducia in lui. Pietro lo fa e accade l’inaudito. Le reti si riempiono, il pesce abbonda, la barca quasi affonda. Il miracolo è sempre un evento ambiguo, interpretabile in modi molto diversi, talora contrastanti. Il miracolo consiste nel fatto che Pietro vede in quella pesca un segno straordinario. Il miracolo è sempre nel nostro sguardo, Dio continua a riempire di miracoli la nostra vita. E noi non li vediamo. È turbato, ora, il pescatore. Che sta succedendo? Si butta in ginocchio, prima di arrendersi: «Non sono capace, non sono degno». È la scusa principale tirata fuori da tutti quelli che, per un istante, sfiorano Dio: non sono all’altezza, sono un peccatore. Siamo sempre lì, inchiodati al nostro becero e rancido moralismo: lasciamo fare a Dio! Pensiamo che Dio voglia farci superare un esame, che ponga delle condizioni. No, sbagliato: siamo noi a porre delle condizioni, non Dio.

Venerdì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Col 1,15-20   Sal 99   Lc 5,33-39: Quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni digiuneranno.

È difficile convertirsi, siamo onesti, tanto più difficile quando siamo convinti di essere nel giusto e di avere bisogno, al massimo, di una piccola revisione di facciata. La Chiesa, poi, noi Chiesa, su questo siamo abilissimi: appellandoci ai principi assoluti e alla Tradizione continuiamo a reiterare le tradizioni che sono le nostre piccole abitudini portate avanti con pigrizia, invece di convertirci sul serio. Così anche fanno i contemporanei di Gesù, i superdevoti, che fanno le pulci ai discepoli accusati di essere poco devoti e poco religiosi… Buffo: hanno pesantemente criticato il Battista e ora rimpiangono la sua ascesi e la sua severità. Gesù non prende molto sul serio queste critiche e invita tutti a guardare oltre, in alto: è una festa di nozze la sua presenza, chi mai potrebbe pensare di mettersi a dieta in quel giorno? Ciò che Gesù chiede ai farisei e a noi è un radicale cambiamento di mentalità: l’esperienza di fede come esperienza gioiosa totalizzante dell’incontro con lo Sposo che è Dio! Tutto il resto ruota intorno a questa scoperta, inutile mettere dei tacconi, delle toppe, alla vecchia idea di Dio, meglio prepararsi ad indossare l’abito della festa!

Sabato della XXII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Col 1,21-23   Sal 53   Lc 6,1-5: Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?

Ci sono persone appiccicate alle regole, che vivono alla luce della propria autostima, che confondono la fede con un regolamento condominiale. Certo: la norma esplicita e incarna l’amore, è difficile credere nell’amore di una persona che non concretizza le proprie emozioni in scelte coerenti e verificabili. Ma la norma, vestito dell’affetto, può essere svuotata di contenuto e diventare un inutile orpello, specie quando ha a che fare con la fede! I farisei sono molto attenti al fatto che i discepoli di Gesù, oltre ad essere poco mistici (non digiunano!) passeggiando fra i campi colgono alcune spighe di sabato, quindi lavorando trasgrediscono il precetto del riposo! Hanno fatto delle regola la loro religione e Gesù cerca di convincerli (inutilmente) citando la Scrittura: l’episodio in cui Davide, fuggendo da Saul, giunge con i suoi compagni a Nord e chiede ed ottiene di cibarsi del pane delle offerte. Gesù, così facendo, oltre a dimostrare una sconfinata pazienza manifesta una grande conoscenza della Parola e della sua interpretazione e, soprattutto, ci insegna che ogni norma va inserita nel suo contesto: Dio vuole dei figli liberi non dei sudditi ossessionati dalle regole!

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Is 35,4-7; Sal 145; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37; Fa udire i sordi e fa parlare i muti.
Bene ogni cosa

Essere sordi, nella Bibbia, significa non accogliere il messaggio di salvezza di Dio. È Israele, di solito, a manifestare sordità, come ci ricorda la prima lettura di Isaia. Anche noi, travolti dalla mille cose da fare, attorniati da rumori, da chiacchiere, da opinioni, fatichiamo ad ascoltare il desiderio profondo di senso che portiamo nel cuore, fatichiamo a cercare Dio.
Proprio come accade al protagonista del vangelo di oggi, un sordo muto. Meglio, nel greco particolare di Marco, un sordo/balbuziente, che non riesce a farsi capire, che stenta a relazionarsi, destinato ad una chiusura al mondo esterno.
Immagine dell’uomo contemporaneo, solo e narcisista, smarrito e alla ricerca di una qualche visibilità, tutto incentrato nella propria (improbabile e sempre più inaccessibile) realizzazione. L’insoddisfazione è la caratteristica principale dell’uomo post-moderno. E la nostra.

Fuori dal recinto

Al tempo di Gesù, si credeva che la santità fosse inversamente proporzionale alla distanza da Gerusalemme. La Giudea poteva ancora salvarsi, ma la Galilea e la Decapoli, oltre la Samaria, zone di confine, abitate da popolazioni miste, erano decisamente perdute.
La Decapoli: dieci città a maggioranza pagana che Roma aveva voluto autonome dall’amministrazione ebrea, nella perfida politica del dividi et impera. I pii israeliti, per scendere a Gerusalemme, passavano oltre il Giordano, sulla strada che attraversava i territori pagani, ma senza mai entrare nelle città considerate perse.

Gesù, invece.

Inizia la sua predicazione proprio da lì, dalle tribù di Zabulon e Neftali, le prime a cadere sotto gli Assiri, seicento anni prima. Perché egli è venuto per i malati, non per giusti. Non fugge gli impuri e li condanna, come fanno i Perushim, i farisei. Li salva.
La guarigione del Vangelo di oggi, fa esclamare alla folla: ha fatto bene ogni cosa, ha fatto vedere i ciechi, ha fatto udire i sordi! Solo chi non si aspetta la salvezza sa gioire così tanto della salvezza inattesa!

Guarigioni

È condotto da amici, il sordo/balbuziente. Sono sempre altri a condurci a Cristo, a parlarci di lui, a indicarcelo. La Chiesa, a volte incoerente e fragile, è la compagnia di coloro che conducono a Cristo. È questa la funzione della Chiesa, a questo “serve” la Chiesa: a rendere testimonianza al Maestro. Ma, lo sappiamo, ci vuole umiltà per farsi condurre.
Il nostro mondo ha fatto dell’arroganza uno stile di vita: trovo molte persone che sanno tutto, che pontificano, che giudicano, specialmente le cose concernenti la fede, ma che non sanno davvero mettersi in discussione.
Del vangelo sappiamo già tutto: ci siamo sorbiti quattro anni di catechesi, cosa c’è altro da imparare? Nulla, perché la fede è anzitutto incontro. E dopo l’incontro, l’amore spinge alla conoscenza. Ma per incontrare occorre muoversi, uscire dalle proprie presunte certezze acquisite.
Gesù porta il sordo/balbuziente in un luogo riservato. In mezzo al caos quotidiano e alla folla non riusciamo davvero ad ascoltare. La ricerca di fede avviene personalmente, cuore a cuore, in un atteggiamento reale di accoglienza. Dio ci parla ma, per accoglierlo, occorre zittirci.

Gesti

Gesù compie dei gesti di guarigione: sospira, tocca la lingua del malato. Allora si pensava che la saliva contenesse il fiato, Gesù intende trasmettere il proprio spirito all’uomo, e vi riesce.
La nostra vita di fede ha bisogno di segni, di concretezza, di sacramenti. La fede scoperta è vissuta e celebrata, fatta si gesti in cui riconosciamo l’opera del Signore per noi, per l’umanità. Ma, e accade, se siamo guariti è per annunciare agli altri la nostra guarigione profonda.
In Marco, però, Gesù impone il silenzio. Perché? Gli esegeti ci suggeriscono che, forse, Gesù non voleva essere scambiato per un guaritore qualunque. La guarigione è sempre segno ed esplicitazione di qualcosa di profondo.
Aggiungo io, birichino, che se dietro Marco c’è Pietro, allora forse ci vuole dire di non professare il messianismo di Gesù se prima non si è passati attraverso la croce.
Abbiamo bisogno di cristiani guariti, di annunciatori di speranza, di credenti riconciliati. Noi che abbiamo udito le meraviglie di Dio possiamo proclamare come la folla: ha fatto bene ogni cosa.

Sogno e son desto

È per questo che Isaia, il grande e tenero Isaia, spalanca gli occhi davanti a un popolo rassegnato, sfiancato da settant’anni di prigionia a Babilonia, ormai convinto che Dio non ci sia più, e sogna. Sogna un ritorno, una terra in cui la sofferenza non esiste più e l’abbondanza delle acque che riempie i cuori. Un sogno che è anche quello di Dio e che si avvererà per Israele con il ritorno a Gerusalemme e, per noi, con la venuta del Regno.
Questa salvezza, questa buona notizia, questo gioioso annuncio, ammonisce Giacomo, deve essere visibile sin d’ora nelle nostre comunità. Se l’asfalto del conformismo ha appiattito l’attenzione al povero, Giacomo ci richiama con forza alle nostre responsabilità di salvati.
La Chiesa, che è il popolo di chi è stato sanato dalle proprie ferite con l’olio della consolazione di Gesù, imita lo stesso gesto verso l’umanità fatta a pezzi e ferita dall’odio e dal peccato. Noi siamo il volto di Dio per il fratello perduto.

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