COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Luoghi dell’Infinito (5)

cappella degli Scrovegni

Giotto, genio misterioso.

Giotto è un personaggio chiave dell’arte italiana. Dante Alighieri, che era quasi suo coetaneo, lo ammirava. Senza Dante forse non avremmo oggi una lingua italiana, come noi italiani la intendiamo; l’Alighieri fu un creatore sommo e quasi solitario della nuova lingua. Giotto invece creò la pittura italiana non soltanto col suo genio, ma con tutta la sua azienda, forse una specie di impresa familiare.

I suoi contemporanei scrissero che egli vinse in due mosse la sfida di cambiare l’arte del suo tempo: tradusse la pittura “dal greco in latino”, cioè abbandonò lo stile bizantino (“greco”) e guardò invece ai modelli dell’antichità classica e romana (cioè “latini”), che certo non erano stati dimenticati nel corso del Medioevo ma che egli reinterpretò in maniera assolutamente nuova. E poi si ispirò direttamente alla natura, osservando le immagini del suo tempo: uomini, donne, bambini, animali, città, campagne, vestiti, piante, arredi, attrezzi, insomma tutto ciò che era attuale, cioè “moderno”, proprio come ogni persona poteva vedere intorno a sé.

Come fece tutto questo ancora non lo sappiamo bene. Perché ci riuscì proprio lui e non un altro? È ormai chiaro, però, che accanto al genio artistico Giotto ebbe una straordinaria capacità organizzativa e di insegnamento: non fu un isolato, non lavorò sempre nel medesimo luogo. Come molti artisti del Medioevo, sicuramente aveva una bottega, forse anche un gruppo di collaboratori mobili, una “compagnia” (così allora si denominava un’azienda) composta da più giovani maestri dell’arte e da tecnici specializzati. Con una parte di loro – non necessariamente sempre gli stessi – si spostava in Italia da una città all’altra; ma probabilmente in ogni luogo dove lavorava si faceva affiancare anche da aiutanti presi tra pittori e garzoni locali.

Quest’impresa ramificata e a compagine mutevole produsse nelle più importanti città italiane opere innovative e di alta qualità, sempre segnate dall’impronta molto personale di Giotto, che restava ben riconoscibile anche se con il tempo il suo modo di dipingere andava evolvendosi; dovunque otteneva il risultato di influenzare profondamente la cultura artistica dei luoghi, in un modo così profondo da non poter restare ignorato. Anzi, la sua maniera di dipingere divenne prestissimo l’unica “alla moda” e a essa bisognava uniformarsi.

È grazie proprio alla organizzazione e alla qualità professionale della sua “compagnia-bottega” che Giotto poteva soddisfare committenze in diversi luoghi contemporaneamente. In alcune stagioni dell’anno era più facile lavorare sui muri di chiese e palazzi con la tecnica pittorica dell’affresco: allora, da lui diretti, decine di garzoni e pittori si affaccendavano su ponteggi alti anche dieci o quindici metri. In altre stagioni, specialmente d’inverno, quando i muri non si asciugavano facilmente, si lavorava meglio al chiuso, ad esempio per realizzare grandi pale d’altare oppure piccole opere per la preghiera personale o addirittura da potersi trasportare in viaggio. Opere che non sempre venivano dipinte nel luogo di destinazione, ma che venivano consegnate, dopo il compimento, anche in località piuttosto lontane.

La difficoltà di mettere in ordinata cronologia la vita di Giotto artista non impedisce agli studi più recenti di cominciare a ipotizzare un’azienda di straordinario successo; un successo che travalicava i confini fiorentini. La sua cifra espressiva e la sua persona erano apprezzate e ricercate in molti territori e corti della penisola italiana e da diversi tipi di committenti: il Papa, i francescani, i domenicani, grandi mercanti, signori di ricche corti e banchieri.

Egli è forse l’artista italiano che ha avuto più rapidamente di tutti il più alto numero di seguaci dal nord al sud della Penisola. Tutto questo grazie alla sua innovativa organizzazione, unita a cultura, sensibilità e abilità senza precedenti. Gli studi scientifici e le ricerche archivistiche compiuti in occasione di restauri di molte sue opere ci hanno chiarito che Giotto non fece grandi innovazioni nella scelta dei materiali, delle attrezzature, dei procedimenti tecnici, ma cambiò il modo di usarli: impadronitosi prestissimo delle tecniche tradizionali, fece le sue scelte preferenziali introducendo modifiche di progettazione, iconografiche e figurative idonee a raggiungere risultati espressivi del tutto nuovi, creando un nuovo modo di dipingere e insegnando ovunque ai suoi collaboratori e discepoli a fare come lui.

In che cosa Giotto fu così innovatore? A prima vista un visitatore della mostra potrebbe non capirlo, non distinguere così nettamente la sua pittura da altre del suo secolo; e non si potrebbe rispondergli in due parole. Si può tuttavia invitarlo a cercare la risposta affondando lo sguardo nelle sue opere. Solo andando in profondità, con tutti i mezzi, nella pittura di Giotto – così continuamente in innovazione, da mettere in difficoltà gli storici dell’arte che vogliano tracciarne un profilo evolutivo con tappe certe – si può tentare di superare lo stereotipo di artista per eccellenza, che però si conosce poco, quasi fosse Apelle.

Ecco perché si è voluta una mostra di poche opere, ma tutte “sue”: per incontrarlo a tu per tu e riconoscerlo nei balzi del suo ingegno, colto e coraggioso.

Le opere di Giotto, realizzate da lui personalmente e dai suoi “compagni” con il suo diretto progetto e controllo, furono certo moltissime, dal centro al sud al nord d’Italia; quelle a noi arrivate sono però relativamente poche; ancora meno sono quelle per le quali possiamo indicare con qualche attendibilità le date di esecuzione. È sorprendente constatare che delle opere dell’artista più importante per il formarsi della pittura italiana abbiamo così poche notizie certe. Non ci sono opinioni unanimi neppure su quella che si ritiene nel mondo la sua opera più famosa, gli affreschi nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi. Soltanto pochi studiosi, echeggiando vecchie opinioni del secolo scorso, pensano addirittura che Giotto non vi abbia proprio lavorato, ma assai più solido appare il giudizio che si tratti di una sua personale concezione, eseguita sia direttamente sia con il concorso di molti altri maestri.

Pietro Petraroia
Avvenire 31 agosto 2015

assisi-bas-sup

Giotto e il suo tempo

Tutti conoscono Giotto: gli affreschi di Assisi e di Padova, la celebre “O”, la mosca dipinta sul naso della Madonna di Cimabue… Un’aneddotica che rivela la penetrazione popolare di un artista rivoluzionario e quasi leggendario. Eppure Giotto è un pittore misterioso e sfuggente, anche per gli specialisti. In occasione della mostra in programma a partire dal 2 settembre a Milano, in Palazzo Reale, dedica all’inventore della pittura occidentale lo speciale del numero in edicola da martedì 1 settembre.

Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, nel suo editoriale introduce i lettori all’innovazione portata da Giotto sul binario del Vero e con l’intuizione figurativa di un Cristo che è per la prima volta “pienamente” uomo. Lo storico dell’arte Timothy Verdon affronta la portata europea della pittura di Giotto, che dona alla storia sacra fisicità ed emotività sconosciute, consentendo alla teologia di rispecchiarsi nella vita. Franco Cardini offre invece uno squarcio della Firenze al massimo del suo splendore, in cui si sovrappongono i passi di Giotto e di Dante, ma sulla quale incombe il lungo inverno che farà sprofondare tutto il continente in una notte di guerre e carestie. Pietro Petraroia, curatore della mostra milanese, racconta della capacità del pittore di diffondere il suo linguaggio in tutta Italia, da Milano a Napoli, grazie anche a una bottega perfettamente organizzata in cui lavorano i migliori artisti della penisola. Apre una finestra sulle nuove prospettive della ricerca Andrea De Marchi, tra i principali studiosi della pittura del Trecento. Chiude lo speciale un articolo di Elena Pontiggia che, con un salto di sette secoli, racconta l’importanza di Giotto per i pittori, a partire da Carrà, che negli anni Venti lavorarono a un’arte stupefatta e senza tempo.

Giotto (Giotto di Bondone 1266-1336): Scenes from the Life of Saint Francis: Homage of a Simpleton - detail. Assisi, Church of San Francesco

1. L’invenzione della pittura europea

Giotto dona alla storia sacra fisicità ed emotività sconosciute. Così la teologia si rispecchia nella vita.

Nell’iscrizione sotto il ritratto di Giotto nel Duomo di Firenze dichiara di essere colui che ha ridato vita alla pittura morta dei Greci – parole, queste, formulate non dal maestro nato intorno al 1266 ma da un umanista quattrocentesco, probabilmente Angelo Poliziano, per volontà di Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico. Anche se apocrifa, però, ha del vero questa caratterizzazione di Giotto come padre di un’arte che si contraddistingue dallo stile bizantino per la sua vitalità. E la storia dell’arte da Vasari in avanti non ha fatto che confermare il giudizio del Poliziano e del Magnifico.

Chi era questo primo artista europeo? E quali esperienze hanno predisposto la sua scelta di abbandonare le millenarie convenzioni dell’arte sacra in favore di una ricerca del reale? In quali luoghi, topografici e spirituali, si è formato? Giotto era toscano, del contado fiorentino e precisamente mugellano, oriundo di Vespignano, vicino a Vicchio. Ciò significa che il suo senso del bello deve essere nato a contatto con un realismo romanico lontano discendente di quello etrusco, che già nel Duecento si smarca dall’eleganza orientale con forme più solide ed espressioni e gesti meno manierati, più tendenti al vero. Significa anche che deve essere cresciuto nel contesto professionale competitivo che Dante descrive dicendo: «Credette Cimabue nella pittura / tener lo campo; ed ora ha Giotto il grido / sì che la fama di colui è scura» (Purgatorio, XI, 94-96). Anche se non si suol dirlo, Giotto doveva essere ambizioso e desideroso di distinguersi; nella sua Firenze, che era quella dantesca pullulante di rivalità e di liti, era cosa normale. La città allora stava ultimando il suo battistero, che l’Alighieri chiamerà «mio bel San Giovanni» (Inferno XIX, 16-18), cantiere a cui l’artista che la tradizione vuole maestro di Giotto e poi competitore, Cimabue, ha quasi certamente contribuito con disegni per alcuni dei mosaici della cupola. Era una città la cui vita culturale oltre che spirituale era galvanizzata dall’attività dei nuovi ordini religiosi, detti mendicanti, che predicavano e costruivano grandi chiese.

di Timothy Verdon

2. Firenze alla svolta della storia

2. Firenze alla svolta della storia

Il tempo di Giotto coincide con l’apogeo della città e con l’avvio del lungo inverno che sconvolgerà l’intera Europa

Chissà se si chiamava Angiolo oppure Ambrogio. Nella sua Vespignano in Mugello, sui bei monti a nord-est di Firenze, e poi nella stessa città che ormai andava acquistando bellezza e importanza, tutti lo avrebbero sempre chiamato col giocoso nomignolo di “Giotto”, diminutivo-vezzeggiativo di entrambi quei nomi.

Era quasi coetaneo di Dante, nato nel 1265, più o meno due anni prima di lui, e che lo avrebbe celebrato come il più grande pittore della sua città e del suo tempo, superiore anche a Cimabue. Le vite del grande poeta e del grande pittore, in quell’età e in quella terra così felici e ricche di geni, si svilupparono contemporaneamente: Dante sarebbe morto cinquantaseienne nel 1321; un po’ più fortunato di lui Giotto, che era più o meno del ’67 (ma una parte della critica pone ancora la sua nascita al 1276, seguendo la cronologia fornita dal Vasari), e morì l’8 gennaio del 1337. In ogni caso, una sessantina o settantina d’anni, nel primo Trecento, era una vita discretamente lunga.

Entrambi vissero l’epoca forse più prospera e felice della loro città e una delle migliori nella stessa storia d’Europa. Si era in un periodo di riscaldamento del pianeta, le buone annate agricole si susseguivano e di conseguenza la lunghezza della vita media era aumentata e la qualità migliorata, con un conseguente generale incremento demografico. Questa fase di optimum climatico si era avviata verso la fine del X secolo e si sarebbe protratta fin verso la fine del Duecento; solo col secolo successivo si sarebbero cominciate ad avere, con l’inizio di una serie di annate cattive e quindi di carestie, le prime avvisaglie dell’arrivo di un pessimum che sarebbe durato più o meno sino a metà Settecento, culminando nella crisi di freddo cinque-seicentesca, nota come “la piccola era glaciale”. Il tristo annunzio di tempi più duri, dove al ciclo di carestie e di epidemie si sarebbero accompagnate guerre continue, lo avrebbero segnato due eventi: l’alluvione del 1333, che avrebbe travolto anche il Ponte Vecchio, e la peste del 1348, che si era già avviata uno o due anni prima tra Asia e Vicino Oriente e che sarebbe durata fino al 1352.

di Franco Cardini

3. Il pittore che ha fatto l’Italia

3. Il pittore che ha fatto l’Italia

Giotto, grazie anche a una ben organizzata bottega, ha donato alla penisola, e all’Occidente, una identità artistica unitaria

Giotto è un personaggio chiave dell’arte italiana. Dante Alighieri, che era quasi suo coetaneo, lo ammirava; senza Dante forse non avremmo oggi una lingua italiana, come noi italiani la intendiamo. L’Alighieri fu un creatore sommo e quasi solitario della nuova lingua. Giotto invece creò la pittura italiana non soltanto col suo genio, ma con tutta la sua azienda, forse una specie di impresa familiare. I suoi contemporanei scrissero che egli vinse in due mosse la sfida di cambiare l’arte del suo tempo: tradusse la pittura “dal greco in latino”, cioè abbandonò lo stile bizantino (“greco”) e guardò invece ai modelli dell’antichità classica e romana (cioè “latini”), che certo non erano stati dimenticati nel corso del Medioevo ma che egli reinterpretò in maniera assolutamente nuova. E poi si ispirò direttamente alla natura, osservando le immagini del suo tempo: uomini, donne, bambini, animali, città, campagne, vestiti, piante, arredi, attrezzi, insomma tutto ciò che era attuale, cioè “moderno”, proprio come ogni persona poteva vedere intorno a sé.

Come fece tutto questo ancora non lo sappiamo bene. Perché ci riuscì proprio lui e non un altro? È ormai chiaro, però, che accanto al genio artistico Giotto ebbe una straordinaria capacità organizzativa e di insegnamento: non fu un isolato, non lavorò sempre nel medesimo luogo. Come molti artisti del Medioevo, sicuramente aveva una bottega, forse anche un gruppo di collaboratori mobili, una “compagnia” (così allora si denominava un’azienda) composta da più giovani maestri dell’arte e da tecnici specializzati. Con una parte di loro – non necessariamente sempre gli stessi – si spostava in Italia da una città all’altra; ma probabilmente in ogni luogo dove lavorava si faceva affiancare anche da aiutanti presi tra pittori e garzoni locali.

di Pietro Petraroia

 

Un commento su “Luoghi dell’Infinito (5)

  1. Sólo lo grandes Líderes saben dejar huella!

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Questa voce è stata pubblicata il 31/08/2015 da in Arte e fede, Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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